KAZUO ISHIGURO.

GLI INCONSOLABILI.

Parte 1.

Titolo originale: The Unconsoled.
Traduzione di: Gaspare Bona.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
La citt degli inconsolabili esiste e prospera forse davvero in un angolo d'Europa non troppo
lontano, non troppo diverso da quelli che conosciamo. Nel suo stemma non campeggiano il grifo, il
giglio o la croce, ma piuttosto il malinteso, la distrazione e l'ineluttabile.
All'inizio tutto sembra essere soltanto una bizzarra forma di amnesia: assistiamo all'arrivo di un
famoso pianista, Ryder, in un albergo della citt e ci assale il dubbio vertiginoso che quell'uomo non
abbia passato. Mentre un facchino pieno di idee lo accompagna alla stanza che gli  stata assegnata,
Ryder prende atto con un'imperturbabilit appena venata d'ansia di non saper quasi nulla del soggiorno
che lo attende. Il programma, amuleto magico che regola la vita delle personalit come lui,  andato smarrito.
.
Eppure Ryder, probabilmente,  gi vissuto in quella citt, forse l c' una donna che l'aspetta,
addirittura un bambino. Ma perch Ryder ha dimenticato? E perch tutti sembrano aspettarsi da lui una
parola definitiva, un giudizio di salvezza o una condanna? Ryder, inconsolabile tra gli inconsolabili, 
destinato a promettere e non mantenere; non sa rifiutare un aiuto a nessuno, ma nessuno ne trarr
conforto.
.
Dopo Quel che resta del giorno, allegoria della nostra vocazione di maggiordomi di poteri
lontani, Ishiguro disegna qui un universo malinconico e labirintico, in cui basta un colpo di tosse a far
fallire una riconciliazione e le cui chiavi di volta sono il mistero e la sconfitta. E malgrado ci, anche
contro le evidenze pi dolorose, la speranza non scompare dalla citt degli inconsolabili. Perch
potrebbe sempre succedere che una corda si spezzi all'improvviso e uno spesso sipario cada a terra,
rivelando un mondo pieno di luce e di calore.
.
L'Autore.
.
Kazuo Ishiguro  nato a Nagasaki nel 1954 e si  trasferito con la famiglia in Inghilterra nel
1960. Ha frequentato l'Universit del Kent e l'Universit di East Anglia. I suoi romanzi sono: "Un
pallido orizzonte di colline" (1982), "Un artista del mondo effimero" (1986) e "Quel che resta del
giorno" (1989), da cui  stato tratto un film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Vive a Londra
con la moglie e una figlia. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.
...
.
...
Parte prima.
...
.
...
1.
.
Il taxista parve imbarazzato quando vide che non c'era nessuno - nemmeno un portiere dietro il
banco della reception - ad accogliermi. Attravers l'atrio deserto, forse sperando di scoprire un
dipendente dell'albergo nascosto dietro una pianta o una poltrona. Alla fine pos le mie valigie accanto
alla porta dell'ascensore e borbottando una scusa mi lasci.
L'atrio era abbastanza spazioso perch i numerosi tavolini da caff sparsi in giro non dessero
una sensazione di affollamento, ma il soffitto, basso e visibilmente incurvato, induceva una lieve
claustrofobia. La luce, sebbene fuori splendesse il sole, era tetra. Solo sulla parete vicino al banco della
reception c'era una luminosa striscia di sole, che rischiarava un tratto di rivestimento di legno scuro e
uno scaffale di riviste tedesche, francesi e inglesi. Vidi anche un campanello d'argento posato sul
banco, e stavo per andare a scuoterlo quando alle mie spalle si apr una porta e comparve un giovane in
uniforme.
- Buon giorno, signore, - disse il portiere stancamente, e infilatosi dietro il banco della reception
cominci le procedure di registrazione. Anche se devo dargli atto che mormor delle scuse per la sua
assenza, per un po' le sue maniere rimasero sbrigative. Solo quando gli dissi il mio nome sussult e
raddrizz la schiena.
- Signor Ryder, mi perdoni se non l'ho riconosciuta. Il signor Hoffman, il direttore, desiderava
moltissimo riceverla personalmente. Ma proprio ora, purtroppo, ha dovuto assentarsi per una riunione
importante.
- Nessun inconveniente. Far la sua conoscenza pi tardi.
Il portiere s'affrett a compilare i moduli, continuando a borbottare quanto sarebbe rincresciuto
al direttore che io fossi arrivato mentre lui non c'era. Per due volte accenn al fatto che i preparativi per
gioved sera l'avevano messo in grande agitazione e lo tenevano lontano dall'albergo molto pi del
solito. Mi limitai ad annuire, incapace di fare uno sforzo per indagare sull'esatta natura del gioved
sera.
- Oh, e oggi il signor Brodsky ha fatto meraviglie, - disse il portiere, ravvivandosi. - Davvero
meraviglie. Questa mattina ha provato con l'orchestra per quattro ore di fila. E lo senta adesso! Non
molla un attimo, ci sta ancora lavorando per conto suo.
Indic il fondo dell'atrio. Solo allora mi accorsi che da un punto invisibile dell'edificio giungeva
il suono di un pianoforte, appena udibile sopra i rumori smorzati del traffico.
Sollevai il capo e ascoltai pi attentamente. Qualcuno stava suonando e risuonando, con fare
lento e preoccupato, una breve frase dal secondo movimento di Verticalit di Mullery.
- Naturalmente, se il direttore fosse qui, - stava dicendo il portiere, - forse stanerebbe il signor
Brodsky per presentarglielo. Ma io non so... - Gli sfugg una risata. - Io non so se sia il caso di
disturbarlo. Lei capisce, se  concentrato...
- Certo, certo. Sar per un'altra volta.
- Se il direttore fosse qui... - Il giovane divag e rise di nuovo. Poi, chinandosi in avanti, disse a
bassa voce: - Lo sa che ci sono dei clienti che hanno avuto il coraggio di lamentarsi?
Perch vietiamo l'accesso al salotto ogni volta che il signor Brodsky ha bisogno del pianoforte?
C' davvero da chiedersi che cosa abbia in testa certa gente! Ieri si sono lamentati addirittura in due.
Ma pu star sicuro che il signor Hoffman li ha subito messi a posto.
- Non ne dubito affatto. Brodsky, ha detto? - Ripensai al nome, ma non mi diceva nulla. Poi vidi
che il portiere mi guardava stupefatto e mi affrettai a dire: - S, s. Al momento buono incontrer
volentieri il signor Brodsky.
- Ah, se il direttore fosse qui, signor Ryder.
- Su, non si preoccupi. E ora, se ha finito, le sarei grato se...
- Certamente. Deve essere stanchissimo dopo un viaggio cos lungo. Ecco la sua chiave. Gustav
l'accompagner in camera.
Mi voltai e vidi che dall'altra parte dell'atrio mi stava aspettando un vecchio facchino. Era in
piedi davanti all'ascensore aperto, e ne guardava con aria turbata l'interno.
Quando mi avvicinai, trasal. Poi afferr i miei bagagli e mi segu in fretta nell'ascensore.
Mentre salivamo, il vecchio facchino continu a stringere entrambe le valigie, e vidi che
diventava sempre pi rosso per la fatica. Le valigie erano molto pesanti, e il timore che potesse
svenirmi davanti al naso mi indusse a dire: - Sa, credo che le convenga metterle gi.
- La ringrazio per l'attenzione, signore, - rispose lui, e nella sua voce, stranamente, non c'era
quasi traccia dello sforzo che stava facendo. - Quando ho cominciato questo lavoro, moltissimi anni fa,
posavo sempre le valigie per terra. Le tiravo su solo quando non potevo farne a meno. Durante gli
spostamenti, per intenderci. Anzi, nei primi quindici anni che ho lavorato qui, confesso di avere usato
quel metodo. In citt molti dei facchini pi giovani se ne servono ancora. Ma oggi non mi vedrebbe mai
fare una cosa del genere. E poi, siamo quasi arrivati.
Continuammo l'ascesa in silenzio. Poi dissi: - Cos  un pezzo che lavora nell'albergo.
- Ventisette anni, ormai. E in tutto questo tempo ho visto molto. Ma naturalmente l'albergo
esisteva ben prima che arrivassi io. Si dice che Federico il Grande vi abbia passato una notte nel
Settecento, e pare che gi allora fosse una locanda con una lunga tradizione. Oh s, in tanti anni sono
successe cose di grande interesse storico, qui dentro. Una volta, quando non sar cos stanco, mi
farebbe piacere raccontargliene qualcuna.
- Mi stava spiegando perch, secondo lei,  sbagliato posare le valigie per terra, - dissi.
- Ah, s, - riprese il facchino. -  una questione interessante. Vede, come pu immaginare, in
una citt cos ci sono tanti alberghi. Ci significa che molte persone, prima o poi, provano a fare il
facchino. Molti credono che basti indossare un'uniforme per conoscere il mestiere. Quest'illusione era
assai diffusa in citt. La chiami un mito locale, se vuole. E confesso che un tempo persino io l'ho
condivisa senza pensarci.
Poi una volta... oh, ormai sono passati molti anni... mia moglie e io ci siamo presi una breve
vacanza. Siamo andati in Svizzera, a Lucerna. Mia moglie  passata a miglior vita, adesso, ma ogni
volta che penso a lei mi viene in mente la nostra piccola vacanza.  molto bello l, in riva al lago.
Sicuramente conosce il posto. Dopo colazione facevamo incantevoli gite in barca. Be', per venire al
dunque, durante la vacanza ho notato che la gente di Lucerna non aveva certi pregiudizi sui facchini,
come qui da noi. Come dire? C'era molto pi rispetto. I facchini migliori erano personaggi con una
certa rinomanza, e i principali alberghi se li contendevano. Devo dire che quell'esperienza mi apr gli
occhi. Ma qui in questa citt vige ormai da molti anni un'idea.
Anzi, certe volte mi chiedo persino se potr mai essere sradicata. Guardi che non sto dicendo
che qui la gente  sgarbata con noi. Tutt'altro, sono sempre stato trattato con cortesia e tenuto nella
dovuta considerazione. Per la gente si  fatta l'idea che tutti, se vogliono, possono fare questo
mestiere, basta che se lo prefiggano. Probabilmente perch tutti, prima o poi, hanno dovuto spostare
una valigia da qui a l. E solo per questo ritengono che fare il facchino in un albergo non sia altro che
un'estensione di quell'esperienza. Nel corso degli anni, signore, ci sono state persone che proprio qui, in
questo ascensore, mi hanno detto: Uno di questi giorni pianter l tutto e mi metter a fare il
facchino. Proprio cos. Pensi che una volta, non molto tempo dopo quella piccola vacanza a Lucerna,
uno dei nostri consiglieri comunali pi in vista mi ha rivolto quasi esattamente queste parole. Mi
piacerebbe farlo anch'io uno di questi giorni, - mi ha detto, indicando le valigie. -  la vita che fa per
me. Non una preoccupazione al mondo. Immagino che cercasse di essere gentile. Di farmi capire che
ero da invidiare.  successo quando ero pi giovane, signore, allora non tenevo sollevate le valigie, le
mettevo gi, anche qui in questo ascensore, e forse davo un po' quell'impressione. Sa, di spensieratezza,
come sosteneva il consigliere. Be', mi creda, signore,  stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Non mi fraintenda, non mi sono infuriato per le parole in s. Ma quando quel tale mi ha detto cos, be',
 stato come se le cose mi si chiarissero d'incanto. Cose che mi frullavano in testa da tempo. E come le
ho spiegato, venivo giusto dalla nostra piccola vacanza a Lucerna, dove avevo scoperto una nuova
prospettiva. E mi sono detto, be',  davvero ora che i facchini di questa citt si mettano d'impegno e
cambino andazzo. Vede, signore, a Lucerna avevo visto qualcosa di diverso, e avevo la sensazione,
insomma, che il modo di fare di qui non fosse all'altezza. Cos ci ho riflettuto su per bene e ho deciso di
prendere di persona un certo numero di provvedimenti. Naturalmente,  probabile che gi allora sapessi
quanto sarebbe stato difficile. Parlo di tanti anni fa, ma mi rendevo gi conto, credo, che forse per la
mia generazione era troppo tardi. Che la situazione era ormai compromessa. Ma ho pensato che se fossi
riuscito a fare la mia parte e a cambiare anche di poco le cose, be', se non altro avrei reso la vita pi
facile a chi sarebbe venuto dopo di me. Cos ho adottato i miei provvedimenti, signore, e non li ho pi
abbandonati dal giorno in cui il consigliere comunale ha proferito quelle parole. E sono fiero di dire che
parecchi altri facchini di questa citt hanno seguito il mio esempio. Questo non significa che abbiano
adottato esattamente i miei stessi provvedimenti. Diciamo per che i loro provvedimenti sono, be',
compatibili.
- Capisco. E uno dei provvedimenti  stato quello di non mettere gi le valigie ma di tenerle
sollevate.
- Precisamente, signore, ha capito benissimo il succo del discorso. Devo dire, naturalmente, che
quando mi sono scelto queste regole ero molto pi giovane e forte, e probabilmente non ho tenuto
conto che con l'et mi sarei indebolito.  buffo, signore, ma sono cose cui non si pensa. Gli altri
facchini mi hanno detto lo stesso. Per cerchiamo tutti di mantenere i nostri vecchi propositi. Con il
passare degli anni abbiamo formato un gruppo molto unito; siamo dodici, ci che resta di quelli che
tanto tempo fa hanno cercato di cambiare le cose. Se adesso dovessi rimangiarmi qualcosa, signore, mi
sembrerebbe di deludere gli altri. E se uno di loro tradisse una qualsiasi delle sue vecchie regole, mi
sentirei altrettanto deluso. Perch senza dubbio qualche progresso in citt l'abbiamo fatto. C' ancora
molta strada da fare,  vero, ma ne abbiamo parlato spesso... sa, ci troviamo tutte le domeniche
pomeriggio al Caff Ungherese nella citt vecchia, potrebbe venire anche lei, ci farebbe molto
piacere... dicevo che abbiamo discusso spesso di queste cose, e siamo tutti d'accordo che in questa citt
ci sono stati, senza alcun dubbio, significativi miglioramenti nell'atteggiamento nei nostri confronti. I
giovani che sono venuti dopo di noi, naturalmente, danno tutto per scontato. Ma noi del Caff
Ungherese sappiamo di avere contribuito a cambiare le cose, anche se di poco. Se viene ci far molto
piacere. Sarei felice di presentarla al gruppo. Non siamo pi rigidi come una volta, e gi da un pezzo 
tacitamente ammesso che in particolari circostanze si possano portare ospiti al nostro tavolo. E in
questo periodo dell'anno, con questo solicello pomeridiano, si sta proprio bene.
Il nostro tavolo  all'ombra della tenda e d sulla Piazza Vecchia. Si sta d'incanto, signore, sono
sicuro che le piacer.
Ma per tornare a ci che stavo dicendo, al Caff Ungherese abbiamo discusso spesso di questo
argomento. Voglio dire dei vecchi propositi che ciascuno di noi ha fatto tanti anni fa.
Vede, allora nessuno pensava a cosa sarebbe successo con la vecchiaia. Probabilmente eravamo
cos presi dal nostro lavoro che ragionavamo alla giornata. O forse abbiamo sottovalutato il tempo che
ci sarebbe voluto per cambiare certi atteggiamenti incancreniti. Ma che vuole, signore. Adesso ho l'et
che ho, e ogni anno che passa la fatica aumenta.
Il facchino fece una pausa e, nonostante il notevole sforzo fisico che stava compiendo, parve
perdersi nei suoi pensieri. Poi disse: - Devo essere onesto con lei. Quel che  giusto  giusto. Da
giovane, quando mi sono imposto queste regole, portavo sempre fino a tre valigie, per quanto grandi o
pesanti. Se il cliente ne aveva una quarta, quella la mettevo gi. Ma fino a tre ce la facevo sempre. Be',
la verit, signore,  che quattro anni fa non sono stato bene e ho cominciato a trovarmi in difficolt,
cos ne abbiamo parlato al Caff Ungherese. Alla fine tutti i miei colleghi hanno sostenuto che non
c'era bisogno che fossi cos severo con me stesso. In fondo, mi hanno detto, l'unica cosa indispensabile
 inculcare nel cliente qualcosa della vera natura del nostro mestiere. Due valigie o tre, l'effetto  pi o
meno lo stesso. Potevo ridurre il minimo a due valigie e non ci sarebbe stato niente di male. Ho preso
per buone le loro parole, signore, ma so che non  cos. Mi accorgo che l'effetto  tutt'altro che uguale,
quando la gente mi guarda. Tra vedere un facchino che porta due valigie e vederne uno che ne porta tre,
deve ammettere, signore, che c' una bella differenza, anche per l'occhio meno esercitato. Me ne rendo
conto, e non le nascondo che per me  stato doloroso accettarlo. Ma per tornare alla mia teoria, spero
che adesso capisca perch non voglio mettere gi le sue valigie.
Ne ha solo due. Almeno per qualche anno, ce la faccio ancora a portarle.
- Be', tutto ci  lodevolissimo, - dissi. - Su di me ha sicuramente ottenuto l'effetto desiderato.
- Desidero informarla, signore, che non sono l'unico che ha dovuto cambiare abitudini.
Discutiamo di queste cose in continuazione, al Caff Ungherese, e la verit  che ognuno di noi ha
dovuto introdurre qualche cambiamento. Ma non vorrei darle la sensazione che ci concediamo a
vicenda deroghe ai nostri princip. Se cos fosse, tutti gli sforzi di questi anni sarebbero vanificati.
Diventeremmo in quattro e quattr'otto degli zimbelli. I passanti sbeffeggerebbero vedendoci riuniti al
nostro tavolo la domenica pomeriggio. Oh no, signore, restiamo severissimi l'uno con l'altro, e la
comunit, come sono certo che la signorina Hilde le confermer, ha imparato a rispettare le nostre
riunioni domenicali. Come le dico, signore, se viene ci far molto piacere. Sia nel caff sia nella piazza
si sta d'incanto in questi pomeriggi di sole. E qualche volta il proprietario del caff fa venire dei
violinisti zigani che suonano in piazza. Anche il proprietario ha il massimo rispetto per noi. Il caff non
 grande, ma lui fa sempre in modo che ci sia spazio a sufficienza perch possiamo sederci
comodamente intorno al nostro tavolo. Persino quando il resto del caff  sovraffollato, lui bada che
non ci impediscano di entrare e non ci disturbino. Anche nei pomeriggi di massima calca, se tutti,
intorno al nostro tavolo, ci mettessimo contemporaneamente a roteare le braccia tese, non ci
sfioreremmo nemmeno. Questo per dirle quanto ci rispetta il proprietario. Sono sicuro che la signorina
Hilde le confermer ci che le sto dicendo.
- Mi scusi, - dissi, - ma chi  questa signorina Hilde che nomina in continuazione?
Non appena terminai la frase, notai che il facchino stava fissando un punto alle mie spalle. Mi
girai e trasalii scoprendo che non eravamo soli nell'ascensore. Schiacciata nell'angolo dietro di me,
c'era una donna giovane e minuta in un completo elegante. Vedendo che finalmente mi ero accorto di
lei, sorrise e fece un passo avanti.
- Mi spiace, - disse, - spero non pensi che stessi ascoltando di nascosto, ma non ho potuto farne
a meno. Ho sentito ci che le stava raccontando Gustav, e devo dire che mi  sembrato piuttosto
ingiusto nei confronti di chi vive in questa citt. Mi riferisco a quando dice che non stimiamo i facchini
dei nostri alberghi.
Non  vero, li stimiamo, eccome, e Gustav pi di ogni altro.
Tutti gli vogliono bene. Noter che c' una contraddizione anche in ci che le ha appena detto.
Se siamo cos freddi, come spiega il grande rispetto con cui sono trattati al Caff Ungherese?
Davvero, Gustav, non  affatto gentile da parte tua metterci in cattiva luce con il signor Ryder.
Le parole erano state pronunciate in tono inequivocabilmente affettuoso, ma il facchino parve
vergognarsi sul serio. Cambi posizione come volesse girarsi e, mentre le pesanti valigie gli battevano
sulle gambe, distolse lo sguardo con fare imbarazzato.
- Colto in fallo, - disse la giovane donna sorridendo. - Ma Gustav  uno dei migliori. Tutti gli
vogliamo bene.  cos modesto che non glielo direbbe mai, ma gli altri facchini di questa citt hanno
una grande ammirazione per lui. Anzi, non  esagerato dire che hanno nei suoi confronti un timore
reverenziale. A volte li vedi seduti intorno al loro tavolo la domenica pomeriggio, e se Gustav non 
ancora arrivato, non cominciano a parlare. Giudicherebbero una mancanza di rispetto, capisce,
cominciare senza di lui. Spesso ne vedi dieci o undici che aspettano in silenzio davanti ai loro caff.
Tutt'al pi si scambiano qualche bisbiglio, come se fossero in chiesa. Ma finch non arriva Gustav non
si rilassano e non cominciano a conversare.
Vale la pena andare al Caff Ungherese solo per assistere all'arrivo di Gustav. Il contrasto tra
prima e dopo  incredibile, glielo assicuro. Fino a un momento prima ci sono delle vecchie facce cupe e
silenziose intorno al tavolo. Poi compare Gustav, e tutti cominciano a urlare e a ridere. Si danno pugni
per gioco, grandi pacche sulle spalle. Qualche volta ballano addirittura, s, sui tavoli! Hanno una
speciale Danza del facchino, vero, Gustav? Oh s, se la spassano proprio. Ma finch non arriva
Gustav, niente. Naturalmente, lui non le racconterebbe mai queste cose,  cos modesto. Gli vogliamo
tutti un gran bene in citt.
Mentre la giovane donna parlava, Gustav doveva avere continuato a girarsi, perch quando lo
guardai di nuovo era rivolto verso l'angolo opposto dell'ascensore e ci dava la schiena. Il peso delle
valigie gli piegava le ginocchia e gli faceva tremare le spalle. La testa era cos china che da dietro, dove
ci trovavamo noi, era quasi nascosta, ma era difficile dire se ci fosse dovuto alla timidezza o al
semplice sforzo fisico.
- Mi scusi, signor Ryder, - disse la giovane donna. - Non mi sono ancora presentata. Mi chiamo
Hilde Stratmann. Sono stata incaricata di fare in modo che tutto scorra liscio durante il suo soggiorno
qui da noi. Sono cos contenta che finalmente sia arrivato. Cominciavamo a essere un po' preoccupati.
Questa mattina tutti hanno aspettato fin quando hanno potuto, ma molti avevano impegni importanti e a
uno a uno sono dovuti andare via.
Tocca dunque a me, umile impiegata dell'Istituto Civico di Belle Arti, dirle quanto ci sentiamo
onorati della sua visita.
- Sono felice di essere qui. Ma a proposito di questa mattina.
Diceva che...
- Oh, la prego di non preoccuparsi per questa mattina, signor Ryder. Non c' stato il minimo
inconveniente. L'importante  che adesso lei sia qui. Sa, signor Ryder, su una cosa sono certamente
d'accordo con Gustav, la citt vecchia.  davvero bellissima, e consiglio sempre ai nostri ospiti di
andarci. C' un'atmosfera meravigliosa, con caff all'aperto, botteghe di artigiani e ristoranti da per
tutto. Di qui ci vogliono pochi minuti a piedi; ne approfitti non appena il suo programma glielo
consentir.
- Far il possibile per andarci. A proposito di programma, signorina Stratmann... - Mi interruppi
deliberatamente, aspettandomi che la giovane donna esclamasse qualcosa maledicendo la propria
sbadataggine, o magari frugasse nella borsa per estrarne un foglio o una cartellina. Invece, anche se
colm subito la pausa, si limit a dire: - Lo so, il programma  fitto. Ma spero che non sia eccessivo.
Abbiamo cercato di limitarlo rigorosamente alle cose essenziali.
Era inevitabile che fossimo sommersi di richieste da una miriade di associazioni, dai giornali e
dalle emittenti locali, da tutti.
Lei ha tantissimi ammiratori in questa citt, signor Ryder. Molti qui sono convinti che lei sia
non solo il miglior pianista vivente, ma forse il pi grande del nostro secolo. Alla fine, per, crediamo
di essere riusciti a lasciare solo l'essenziale.
Mi auguro che non abbia nulla da obiettare.
In quel momento le porte dell'ascensore si aprirono e il vecchio facchino si avvi per il
corridoio. A causa delle valigie, strascicava i piedi sulla guida, e la signorina Stratmann e io, che lo
seguivamo, dovemmo trattenere il passo per non raggiungerlo.
- Spero che nessuno si sia offeso, - dissi, mentre camminavamo.
- Voglio dire, per il fatto che non ci fosse spazio nel mio programma.
- Oh no, la prego di non preoccuparsi. Sappiamo tutti perch  qui, e nessuno vuole essere
accusato di averla infastidita. In realt, signor Ryder, se si escludono due ricevimenti assai importanti,
tutti gli altri impegni del suo programma sono pi o meno direttamente legati alla serata di gioved.
Ormai, naturalmente, avr avuto modo di familiarizzarsi con il programma.
Nel tono di quest'ultima osservazione c'era qualcosa che mi imped di rispondere in maniera
aperta e sincera. Cos borbottai: - S, certo.
- Riconosco che il programma  faticoso. Ma abbiamo rispettato la sua richiesta di toccare il pi
possibile le cose con mano. Un atteggiamento davvero encomiabile, se mi consente.
Poco pi avanti, il vecchio facchino si ferm di fronte a una porta, pos finalmente le mie
valigie e cominci ad armeggiare con la serratura. Quando lo raggiungemmo, riprese i bagagli, entr
barcollando nella camera e disse: - Venga, per piacere -.
Stavo per seguirlo, quando la signorina Stratmann mi mise una mano sul braccio.
- Non la tratterr oltre, - disse. - Ma volevo assicurarmi subito che non avesse nulla da obiettare
sul programma.
La porta si richiuse, lasciandoci fuori nel corridoio.
- Be', signorina Stratmann, - dissi, - tutto sommato, mi sembra... un programma molto
equilibrato.
- Proprio tenendo conto della sua richiesta, abbiamo combinato l'incontro con il Gruppo di
Mutuo Soccorso dei Cittadini. Il gruppo  composto di gente di ogni condizione sociale, accomunata
dalla sensazione di avere sofferto a causa della crisi attuale.
Avr modo di ascoltare direttamente ci che certe persone hanno dovuto sopportare.
- Oh, s. Mi sar sicuramente utilissimo.
- Come avr notato, abbiamo rispettato anche il suo desiderio di incontrare il signor Christoff.
Date le circostanze, comprendiamo perfettamente le ragioni che l'hanno spinta a chiedere questo
incontro. Il signor Christoff, dal canto suo, ne  felicissimo, come pu immaginare. Naturalmente ha le
sue ragioni personali per volerla incontrare. Intendo dire che lui e i suoi amici faranno l'impossibile per
indurla a vedere le cose a modo loro. Naturalmente, le diranno un mucchio di sciocchezze, ma sono
sicura che nell'insieme giudicher la cosa molto utile per farsi un'idea chiara di ci che  successo qui.
Ha la faccia stanca, signor Ryder. Non voglio trattenerla oltre. Ecco il mio biglietto da visita. La prego,
non esiti a chiamarmi per qualsiasi problema o domanda.
La ringraziai e rimasi a guardarla mentre si allontanava lungo il corridoio. Quando entrai nella
mia camera, stavo ancora rimuginando sulle varie ripercussioni di questa conversazione, e impiegai un
momento ad accorgermi della presenza di Gustav in piedi accanto al letto.
- Oh, eccola, signore.
Dopo la preponderanza dei rivestimenti di legno scuro nel resto dell'edificio, fui sorpreso
dall'aspetto luminoso e moderno della stanza. La parete di fronte a me era quasi tutta di vetro, dal
pavimento al soffitto, e il sole filtrava piacevolmente attraverso le liste verticali degli scuri. Le mie
valigie erano state posate l'una di fianco all'altra vicino al guardaroba.
- Adesso, signore, se ha un attimo di pazienza, - disse Gustav, - le mostrer le caratteristiche
della camera, per rendere il suo soggiorno il pi piacevole possibile.
Lo seguii per la stanza, mentre mi indicava gli interruttori e gli altri servizi. A un certo punto mi
condusse in bagno e l continu le sue spiegazioni. Ero stato sul punto di troncargli la parola in bocca,
come sono solito fare quando un facchino mi illustra una stanza d'albergo, ma nella diligenza con cui
svolgeva il suo compito, nei suoi sforzi per dare un carattere personale a un'azione ripetuta molte volte
ogni giorno, c'era qualcosa che mi commosse e mi imped di interromperlo. Poi, mentre Gustav
continuava le sue spiegazioni, gesticolando di qui e di l per la stanza, mi accorsi che, nonostante la sua
professionalit, nonostante il suo genuino desiderio di vedermi sistemato comodamente, i suoi pensieri
erano di nuovo dominati da una certa questione che l'aveva assillato per tutto il giorno.
Gustav, in altre parole, era ancora in ansia per la figlia e il suo bambino.
Quando la cosa gli era stata proposta parecchi mesi prima, Gustav non si sarebbe mai sognato
che potesse procurargli altro che una gioia priva di complicazioni. Un pomeriggio alla settimana
avrebbe passato un paio di ore a gironzolare per la citt vecchia con il nipote, in modo da consentire a
Sophie di uscire e di avere un po' di tempo per se stessa. Tra l'altro, nonno e nipote si erano subito
trovati bene, e nel giro di poche settimane avevano preso delle abitudini piacevolissime per entrambi.
Nei pomeriggi in cui non pioveva cominciavano dal parco giochi, dove Boris poteva esibirsi nelle sue
ultime prodezze. Se il tempo era piovoso, cominciavano dal museo delle barche. Poi andavano a spasso
per le viuzze della citt vecchia, dando un'occhiata a diversi negozi di giocattoli, magari fermandosi
nella Piazza Vecchia per guardare un mimo o un acrobata. Dato che il vecchio facchino era molto
conosciuto nella zona, a ogni pi sospinto qualcuno li salutava, e Gustav riceveva numerosi
complimenti per il nipote. La tappa successiva era il vecchio ponte, per guardare le barche che
passavano sotto. La spedizione si concludeva nel caff preferito, dove ordinavano una fetta di torta o un
gelato e aspettavano il ritorno di Sophie.
Inizialmente queste piccole gite avevano procurato a Gustav un immenso piacere. Ma i
crescenti contatti con la figlia e il nipote lo avevano costretto a notare cose sulle quali un tempo, forse,
avrebbe chiuso gli occhi, finch non era pi riuscito a fingere che tutto andasse bene. Tanto per
cominciare, c'era il problema dell'umore di Sophie. Nelle prime settimane la figlia li salutava
allegramente, scappando via per andare in centro a fare commissioni o a trovarsi con un'amica. Ma
negli ultimi tempi aveva preso l'abitudine di allontanarsi ciondolando, come se non sapesse che fare di
se stessa. Inoltre, era evidente che il suo misterioso turbamento stava cominciando a lasciare il segno su
Boris.  vero, il nipotino, per lo pi, conservava ancora la sua solita allegria. Ma il facchino aveva
notato che di tanto in tanto, soprattutto quando si accennava alla vita in casa, il bambino, per un istante,
si rannuvolava. Poi, due settimane prima, era successo qualcosa che il vecchio facchino non era pi
riuscito a togliersi dalla testa.
Stava passando con Boris davanti a uno dei numerosi caff della citt vecchia quando
improvvisamente aveva scorto sua figlia seduta all'interno. La tenda faceva ombra sul vetro,
consentendo una visione nitida dell'intero locale; Sophie era ben in vista, sola davanti a una tazza di
caff, con la faccia abbacchiata. La scoperta che la figlia non aveva nemmeno trovato la forza di uscire
dalla citt vecchia, per non parlare dell'espressione del suo volto, aveva lasciato il facchino di sasso,
tanto che ci era voluto un momento prima che gli venisse in mente di distrarre Boris. Troppo tardi:
seguendo il suo sguardo, Boris aveva colto di sfuggita la nitida immagine della madre. Il bambino
aveva subito distolto gli occhi, e tutti e due avevano ripreso la passeggiata senza un accenno a ci che
avevano visto. Boris aveva ritrovato il suo buon umore in pochi minuti, ma l'episodio aveva
profondamente turbato il facchino, che da quel momento ci ripensava in continuazione. Era proprio il
ricordo di quell'incidente che gli aveva dato un'aria cos pensierosa gi nell'atrio, e che ora tornava a
tormentarlo mentre mi guidava per la stanza.
Avevo preso il vecchio in simpatia, e provai un impeto di tenerezza nei suoi confronti. Era
evidente che stava rimuginando da molto tempo, e che ormai correva il rischio che le sue
preoccupazioni assumessero proporzioni ingiustificate. Pensai di affrontare l'intero argomento con lui,
poi per, non appena Gustav concluse la sua tiritera, la stanchezza che mi aveva assalito a intermittenza
sin da quando ero sceso dall'aereo mi ripiomb addosso. Decisi di parlargliene pi tardi e lo congedai
con una mancia generosa.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, crollai sul letto senza svestirmi e per un po' fissai il
soffitto con sguardo vacuo. Sulle prime continuarono a tornarmi in mente Gustav e le sue ansie. Poi,
mentre me ne stavo sdraiato, mi accorsi che avevo ricominciato a pensare alla conversazione con la
signorina Stratmann. Era ovvio che la citt si aspettava da me qualcosa di pi di un semplice concerto.
Ma quando cercai di ricordare qualche punto essenziale della mia visita, non mi venne in mente nulla.
Mi resi conto che ero stato uno sciocco a non parlare pi apertamente con la signorina Stratmann. Se
non avevo ricevuto una copia del programma, la colpa era sua, non mia, e il mio atteggiamento
difensivo era stato del tutto irragionevole.
Ripensai al nome Brodsky, e questa volta ebbi la netta sensazione di averlo gi udito o letto in
un passato non molto lontano. Poi, all'improvviso, rividi un momento del lungo viaggio in aereo che
avevo appena concluso. Ero seduto nella cabina oscurata, circondato dagli altri passeggeri
addormentati, e studiavo il programma della mia visita alla fioca luce della lampadina di lettura. A un
certo punto il signore accanto a me si era svegliato, e dopo un paio di minuti aveva detto qualcosa in
tono allegro. O meglio, ora ricordavo, si era chinato verso di me e mi aveva fatto una specie di piccolo
quiz sui calciatori dei Campionati Mondiali. Non volendo essere distratto proprio mentre esaminavo il
mio programma, lo avevo messo a tacere con un gesto un po' brusco. La scena mi si ripresent con
notevole chiarezza.
Ricordai addirittura la grana della spessa carta grigia su cui era stato battuto a macchina il
programma, la chiazza di luce gialla e smorta della lampadina di lettura, il ronzio dei motori dell'aereo,
ma per quanto mi sforzassi non riuscivo a rammentare nulla di ci che era scritto su quel foglio.
Poi, dopo qualche minuto, sentii che la stanchezza stava per sopraffarmi e mi dissi che era
inutile continuare a preoccuparmi se prima non avessi dormito un po'. Sapevo infatti per esperienza che
quando si  riposati tutto appare sotto una luce diversa.
Allora sarei andato a cercare la signorina Stratmann, le avrei spiegato il malinteso, mi sarei fatto
dare una copia del programma e le avrei chiesto i chiarimenti del caso.
Stavo per appisolarmi, quando all'improvviso qualcosa mi costrinse a riaprire gli occhi e a
fissare il soffitto. Rimasi a scrutarlo per un po', poi mi sedetti sul letto e mi guardai intorno, mentre la
sensazione di dj vu diventava sempre pi forte. Mi accorsi che la stanza in cui mi trovavo era
esattamente la stessa che mi aveva fatto da camera da letto nei due anni in cui ero vissuto con i miei
genitori nella casa di mia zia sul confine tra Inghilterra e Galles. Mi guardai ancora una volta intorno,
poi mi sdraiai di nuovo e ricominciai a fissare il soffitto. Era stato rintonacato e ridipinto da poco, era
stato ampliato, le cornici erano sparite, le decorazioni intorno al lampadario erano del tutto diverse. Ma
era innegabilmente lo stesso soffitto che avevo contemplato cos spesso dal mio scricchiolante lettuccio
di allora.
Mi rotolai su un fianco per guardare il pavimento accanto al letto. L'albergo forniva un
tappetino scuro nel punto esatto in cui si sarebbero posati i miei piedi. Ricordavo che un tempo quello
stesso tratto di pavimento era coperto da una lisa stuoia verde, dove parecchie volte la settimana
disponevo in accurate formazioni i miei soldatini di plastica - pi di cento in tutto che tenevo in due
scatole di latta per i biscotti. Abbassai una mano e lasciai che le mie dita sfiorassero il tappetino
dell'albergo, e cos facendo mi ricordai di un pomeriggio in cui ero perso nel mondo dei miei soldatini
di plastica e al piano di sotto era scoppiato un furioso litigio. La violenza delle voci era tale che pur
essendo solo un bambino di sei o sette anni avevo capito che non si trattava di un litigio ordinario. Ma
mi ero detto che non c'era da preoccuparsi e, posando di nuovo la guancia sulla stuoia verde, avevo
ripreso i miei piani di battaglia. Pi o meno in centro alla stuoia c'era uno strappo che mi aveva sempre
irritato moltissimo. Ma quel pomeriggio, mentre di sotto le voci infuriavano, mi era balenata per la
prima volta l'idea che quella lacerazione poteva trasformarsi in un tratto di boscaglia da far attraversare
ai soldatini. Questa scoperta cio che il difetto che aveva sempre rischiato di minare il mio mondo
immaginario poteva, in realt, esservi inglobato - mi aveva dato una certa emozione, e da quel
momento la boscaglia era diventata un fattore determinante in molte delle battaglie che orchestravo.
Tutto ci mi torn alla memoria mentre continuavo a fissare il soffitto. Naturalmente, ero pi
che consapevole che intorno a me molte cose erano cambiate o sparite. Ci nonostante, l'idea di
ritrovarmi dopo tanto tempo nel vecchio rifugio della mia infanzia mi diede una grande pace. Chiusi gli
occhi, e per un momento mi parve di essere di nuovo circondato dai vecchi mobili.
Dalla parte opposta della stanza, nell'angolo di destra, l'alto guardaroba bianco con il pomolo
della porta rotto. Sul muro sopra la mia testa, il quadro di mia zia con la cattedrale di Salisbury.
Accanto al letto il comodino, con i due cassettini pieni dei miei piccoli tesori e segreti. Tutte le tensioni
della giornata - il lungo volo, i malintesi sul mio programma, i problemi di Gustav - parvero svanire, e
io mi sentii scivolare in un sonno profondo e spossato.
...
.
...
2.
.
Quando fui svegliato dal telefono accanto al letto, ebbi l'impressione che stesse suonando da un
pezzo. Sollevai la cornetta e una voce disse: - Pronto? Signor Ryder?
- S, pronto.
- Ah, signor Ryder. Sono Hoffman, il direttore dell'albergo.
- Ah, s. Piacere di conoscerla.
- Signor Ryder, siamo felicissimi di averla finalmente fra noi.
Si consideri come a casa sua.
- Grazie.
- Dico davvero, signor Ryder. E la prego di non preoccuparsi minimamente per il suo ritardo.
Come credo le abbia gi detto la signorina Stratmann, tutti hanno capito benissimo. In fondo, quando si
devono fare tanti chilometri e si hanno cos tanti impegni in giro per il mondo... ah ah!... sono cose che
capitano.
- Ma...
- No, davvero, non c' bisogno di spendere un'altra parola sull'argomento. Come le dico, tutti,
signore e signori, sono stati molto comprensivi. Dunque mettiamoci una pietra sopra.
L'importante  che lei sia qui. E solo per questo, signor Ryder, la nostra gratitudine  sconfinata.
- Be', grazie, signor Hoffman.
- E ora, se in questo momento le avanza un attimo di tempo, mi farebbe molto piacere salutarla
finalmente faccia a faccia.
Porgerle il mio personale benvenuto nella nostra citt e in questo albergo.
- Molto gentile da parte sua, - dissi. - Ma avevo intenzione di fare un sonnellino...
- Un sonnellino? - Notai una punta di irritazione. Ma un attimo dopo la voce torn cordiale
come prima. - Ma s, naturalmente.
Deve essere stanchissimo. Ha fatto un viaggio cos lungo. Diciamo allora quando sar pronto.
- Sono ansioso di conoscerla, signor Hoffman. Non dubiti, sar gi fra non molto.
- La prego, faccia assolutamente con comodo. Quanto a me, rester qui ad aspettarla... qui
nell'atrio, voglio dire... fino a quando lo decider lei. Dunque la prego di non affrettarsi.
Riflettei un attimo sulla frase. Poi dissi: - Ma signor Hoffman, avr sicuramente molto da fare.
- Certo, questo  un momento particolarmente intenso della giornata. Ma per lei, signor Ryder,
sar lieto di aspettare tutto il necessario.
- La prego, signor Hoffman, non sprechi il suo tempo prezioso per me. Sar gi a momenti e
verr io a cercarla.
- Signor Ryder, non c' il minimo inconveniente. Anzi, sar onorato di aspettarla. Quindi, come
le dico, faccia con comodo.
Non abbia timore, me ne star qui in piedi fino a quando non scende.
Lo ringraziai di nuovo e riattaccai. Poi mi misi a sedere e mi guardai intorno; dalla luce dedussi
ch'era tardo pomeriggio. Mi sentivo pi stanco che mai, ma mi sembrava che ci fosse poco altro da fare
se non scendere nell'atrio. Mi alzai, aprii una delle valigie e trovai una giacca meno stropicciata di
quella che avevo ancora indosso. Mentre mi cambiavo, mi venne una gran voglia di caff, e qualche
istante pi tardi, quando uscii dalla stanza, la voglia si era trasformata in qualcosa di molto simile a un
bisogno impellente.
Sbucando dall'ascensore, trovai l'atrio molto pi animato di quando l'avevo lasciato. Da per
tutto c'erano clienti seduti in poltrona che sfogliavano giornali o chiacchieravano davanti a una tazza di
caff. Vicino al banco della reception c'erano parecchi giapponesi che si salutavano fra loro facendosi
grandi feste.
Rimasi leggermente confuso dal cambiamento e non notai il direttore dell'albergo fino a quando
non mi venne incontro.
Era sulla cinquantina, pi grande e pi grosso di come me lo ero immaginato dalla voce. Mentre
mi porgeva la mano con un sorriso radioso, notai che aveva il respiro affannato e la fronte lievemente
imperlata di sudore.
Stringendomi la mano, ripet parecchie volte che la mia presenza era un grande onore per la
citt e per il suo albergo in particolare. Poi si sporse verso di me e mi disse in tono confidenziale: -
Desidero assicurarle che per gioved sera  tutto sotto controllo. Non deve preoccuparsi di nulla.
Aspettai che aggiungesse qualcosa, ma quando vidi che si limitava a sorridere, dissi: - Be', mi fa
molto piacere.
- Nossignore, non deve assolutamente preoccuparsi.
Vi fu una pausa imbarazzata. Poi Hoffman parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma si
interruppe, rise e mi diede una piccola pacca sulla spalla - un gesto che giudicai invadente e
inopportuno. Alla fine disse: - Signor Ryder, se posso fare qualcosa per rendere pi piacevole il suo
soggiorno, la prego di comunicarmelo senza indugio.
- Grazie, davvero gentile.
Vi fu un'altra pausa. Poi Hoffman rise di nuovo, scosse un po' la testa e per la seconda volta mi
batt sulla spalla.
- Signor Hoffman, - dissi, - c' forse qualcosa di cui desidera parlarmi?
- Oh, niente di particolare, signor Ryder. Volevo solo darle il benvenuto e assicurarmi che tutto
fosse di suo gradimento -. Poi, di colpo, si lasci sfuggire un'esclamazione. - Ma certo, adesso che mi ci
fa pensare, s, qualcosa ci sarebbe. Ma  una cosina da niente -. Di nuovo scosse la testa e rise. Poi
disse: - Si tratta degli album di mia moglie.
- Gli album di sua moglie?
- Mia moglie, signor Ryder,  una donna molto colta. E naturalmente  una sua grande
ammiratrice. Per dirle, segue la sua carriera con vivo interesse, e da qualche anno raccoglie i ritagli di
giornale che parlano di lei.
- Davvero? Che bel pensiero.
- In effetti, ha completato due album di articoli interamente dedicati a lei. I ritagli sono ordinati
cronologicamente e vanno indietro di molti anni. Ma veniamo al dunque. Il grande sogno di mia moglie
 sempre stato che un giorno lei potesse esaminare gli album di persona. Naturalmente la notizia che
avrebbe visitato la nostra citt ha riacceso le sue speranze. Tuttavia, sapendo che sarebbe stato molto
preso, non voleva assolutamente che la disturbassimo per causa sua. Ma io ho capito che sotto sotto ci
sperava, cos le ho promesso che almeno gliene avrei parlato. Se riuscisse a trovare un minutino per
dare un'occhiata agli album, non ha idea di che cosa significherebbe per lei.
- Dica a sua moglie che non so come ringraziarla, signor Hoffman. Sar felicissimo di vedere i
suoi album.
- Ah, grazie, signor Ryder! Grazie infinite! In realt, ho gi portato gli album qui in albergo per
averli sottomano. Ma immagino che lei sia occupatissimo.
-  vero che ho un programma molto intenso. Ma sono sicuro che riuscir a trovare un
momento per gli album di sua moglie.
- Davvero gentile, signor Ryder! Ma sia chiaro che l'ultima cosa che voglio  complicarle la
vita. Dunque mi consenta di farle una proposta. Aspetter che sia lei a dirmi quando sar pronto a
esaminare gli album. Finch non lo far, io non la disturber. In qualsiasi momento del giorno o della
notte, quando le sembrer pi opportuno, la prego di venirmi a cercare. Di solito sono facilmente
reperibile e vado via molto tardi.
Interromper quello che sto facendo, qualunque cosa sia, e andr a prendere gli album. Mi
sentirei molto pi tranquillo se restassimo d'accordo cos. Davvero, non sopporterei il pensiero di
rendere ancora pi pesante il suo programma.
- Grazie per le sue premure, signor Hoffman.
- Anzi, mi viene in mente una cosa, signor Ryder. Forse nei prossimi giorni le dar
l'impressione di essere occupatissimo. Ma sappia che, per quanto impegnato, trover sempre un
momento di tempo da dedicare a questa faccenda. Quindi, anche se mi vedesse con un diavolo per
capello, la prego di non farci caso.
- Va bene. Me ne ricorder.
- Forse dovremmo stabilire una specie di segnale. Lo dico perch magari, quando viene a
cercarmi, io sono dall'altra parte di una sala affollata, e per lei sarebbe davvero un fastidio doversi fare
largo a gomitate nella calca. E poi, quando arriva nel punto della sala dove mi ha visto, io potrei
essermi spostato. Ecco perch sarebbe raccomandabile un segnale. Un gesto facilmente riconoscibile,
che lei possa fare sopra la testa della folla.
- Mi sembra un'idea molto sensata.
- Ottimo. Mi fa piacere che lei sia una persona cos disponibile e gentile, signor Ryder. Sarebbe
bello poter dire lo stesso di certe altre celebrit che abbiamo ospitato qui. Allora.
Non resta che stabilire il segnale. Se posso dare un suggerimento... be', diciamo qualcosa di
questo genere.
Alz una mano con il palmo in fuori e le dita divaricate, e fece un movimento come se stesse
lavando una finestra.
-  solo un esempio, - disse, nascondendo in fretta la mano dietro la schiena. - Magari lei
preferisce un segnale diverso.
- No, questo va benissimo. Glielo far non appena sar pronto a esaminare gli album di sua
moglie, che per altro  stata davvero gentile a prendersi tanta briga.
- So che le ha dato grande soddisfazione. Naturalmente, se pi tardi le venisse in mente un
segnale che l'aggrada di pi, la prego di telefonarmi dalla sua camera, o di lasciare un messaggio a
qualcuno del personale.
- La ringrazio, ma il suo segnale mi sembra molto elegante. E adesso, signor Hoffman, sarebbe
cos gentile da indicarmi dove trovare del buon caff. Sento che potrei berne molte tazze.
Il direttore rise un po' istrionicamente. - Conosco bene questa sensazione. La condurr nel patio.
Mi segua, per piacere.
Si diresse verso un angolo dell'atrio e spinse due pesanti porte oscillanti. Ci trovammo in un
corridoio lungo e buio, con entrambe le pareti rivestite di legno scuro. L'illuminazione naturale era cos
scarsa che persino a quell'ora del giorno c'era una fila di fioche lampade a muro accese. Hoffman
continu a precedermi camminando a passo svelto e girandosi di tanto in tanto per sorridermi al di
sopra della spalla. Pi o meno a met corridoio passammo davanti a una porta dall'aspetto imponente, e
Hoffman, che doveva aver notato il mio sguardo, disse: - Ah, s. In condizioni normali il caff verrebbe
servito l.
Un magnifico salotto, signor Ryder, molto accogliente. E ora abbellito anche da alcuni tavoli
fatti a mano, trovati dal sottoscritto 1 durante un recente viaggio a Firenze. Sono sicuro che li
approverebbe. Ma in questo momento, come sa, abbiamo riservato il salotto al signor Brodsky.
- Oh, s. Era gi l quando sono arrivato.
- Ed  ancora l, signor Ryder. La farei entrare volentieri per presentarvi, ma, be', forse non  il
momento. Il signor Brodsky potrebbe... be', diciamo, che potrebbe non essere il momento giusto. Ah,
ah! Ma non si preoccupi, ci saranno molte altre occasioni in cui potrete conoscervi.
- Il signor Brodsky  in quel salotto?
Mi girai per dare un'occhiata alla porta, e forse rallentai leggermente il passo. Fatto sta che il
direttore mi afferr per il braccio e cominci a trascinarmi via risolutamente.
- S,  l dentro, signor Ryder. Certo, in questo momento se ne sta l seduto in silenzio, ma le
assicuro che da un momento all'altro riattaccher a suonare. E questa mattina ha provato con l'orchestra
per quattro ore filate. A detta di tutti, le cose vanno molto bene. Quindi la prego, non deve
assolutamente preoccuparsi.
In fondo, il corridoio svoltava ad angolo retto e diventava molto pi luminoso. Su uno dei lati,
adesso, c'erano delle finestre, che proiettavano sul pavimento pozze di sole. Solo dopo avere percorso
un buon tratto Hoffman mi lasci andare. Mentre rallentava e assumeva un'andatura pi disinvolta, rise
per nascondere l'imbarazzo.
- Ci siamo quasi, signore. Essenzialmente il patio  un bar, ma vedr che  accogliente. Le
serviranno il caff e tutto ci che vorr. La prego, da questa parte.
Abbandonammo il corridoio e passammo sotto un arco.
- Questo annesso, - disse Hoffman, facendomi strada, -  stato ultimato tre anni fa. Lo
chiamiamo il patio e ne siamo molto fieri.  stato progettato appositamente per noi da Antonio Zanotto.
Sbucammo in una sala ampia e luminosa. Grazie all'alto soffitto di vetro si aveva quasi
l'impressione di uscire in un cortile. Il pavimento era una vasta distesa di piastrelle bianche, al cui
centro torreggiava una fontana - un groviglio di statue di marmo, forse ninfe, che sprizzavano acqua
con una certa veemenza. A dire il vero, mi parve che la pressione dell'acqua fosse esagerata; ovunque si
volgesse lo sguardo, il patio era velato da una sottile nebbiolina sospesa nell'aria. Ci nonostante,
constatai rapidamente che in ogni angolo del patio c'era un bar, con il suo schieramento separato di
sgabelli, poltrone e tavolini. Camerieri in uniforme bianca andavano avanti e indietro per la sala; sparsi
qui e l c'erano parecchi clienti, anche se la sensazione di spazio era tale che quasi non si notavano.
Vidi che il direttore mi osservava con aria compiaciuta, aspettando che manifestassi la mia
approvazione. In quel momento, per, mi prese un tale bisogno di caff che gli voltai le spalle e mi
diressi verso il bar pi vicino.
Quando il direttore mi raggiunse, ero gi seduto su uno degli alti sgabelli, con i gomiti sul
banco. Hoffman schiocc le dita al barista, che in ogni caso stava gi avvicinandosi per servirmi, e
disse: - Il signor Ryder desidera un bricco di caff.
Keniano! - Poi, rivolgendosi a me, aggiunse: - Non sa quanto mi farebbe piacere poterle fare
compagnia, signor Ryder.
Chiacchierare in santa pace di musica e arte. Purtroppo mi attendono parecchie cose che non
posso assolutamente pi rimandare. Vuole essere cos gentile da scusarmi?
Anche se lo assicurai che aveva gi fatto molto pi del dovuto, spese ancora parecchi minuti per
prendere congedo. Poi diede un'occhiata all'orologio, si lasci sfuggire un'esclamazione e scapp via.
Rimasto solo, probabilmente sprofondai quasi subito nei miei pensieri, perch non vidi tornare
il barista. Ma che fosse tornato non c'erano dubbi, perch presto mi accorsi che stavo bevendo un caff
con lo sguardo fisso sulla parete di specchi dietro al bar, nella quale si rifletteva non solo la mia
immagine ma anche gran parte della sala alle mie spalle. Dopo un po', non so perch, scoprii che stavo
rivivendo nella testa i momenti cruciali di una partita di calcio cui avevo assistito molti anni addietro,
un incontro tra Germania e Olanda. Cambiai posizione sullo sgabello - vedevo che stavo troppo gobbo
- e cercai di ricordare i nomi dei giocatori della nazionale olandese di quell'anno. Rep, Krol, Haan,
Neeskens. Ci misi parecchi minuti, ma riuscii a ricostruire tutti nomi tranne due, che mi rimasero sulla
punta della lingua. Mentre mi sforzavo di ricordarli, il suono della fontana alle mie spalle, che sulle
prime mi era sembrato distensivo, cominci a infastidirmi. Avevo l'impressione che, se fosse cessato, la
memoria si sarebbe sbloccata e avrei finalmente ricordato i nomi.
Stavo ancora frugando nella memoria, quando dietro di me una voce disse: - Mi scusi, lei  il
signor Ryder, vero?
Mi voltai e vidi un giovane dalla faccia pulita, di poco pi di vent'anni. Quando gli feci cenno,
si avvicin sollecitamente al banco.
- Spero di non essere invadente, - disse. - Ma un momento fa, quando l'ho vista, non sono
riuscito a trattenermi. Volevo assolutamente dirle quanto sono eccitato della sua visita. Vede, anch'io
suono il pianoforte. Solo e unicamente da dilettante, questo  ovvio. E, be', l'ho sempre ammirata
moltissimo. Quando pap ha finalmente saputo della sua venuta, ero elettrizzato.
- Pap?
- Mi scusi. Sono Stephan Hoffman. Il figlio del direttore.
- Ah, capisco. Lieto di conoscerti.
- Le spiace se mi siedo un momento qui con lei? - Il ragazzo si arrampic sullo sgabello accanto
al mio. - Sa, pap  elettrizzato quanto me, se non di pi. Conoscendolo,  probabile che non glielo
abbia detto. Ma mi creda, la sua visita significa tutto per lui.
- Davvero?
- Oh, s, non esagero affatto. Ricordo quando ancora aspettava la sua risposta. Come diventava
taciturno ogni volta che si faceva il suo nome. Poi, quando stava per esplodere, cominciava a borbottare
sottovoce. Quanto tempo ci vuole ancora? Quanto tempo ci vuole perch risponda? Rifiuter. Me lo
sento. In quei momenti dovevo davvero mettercela tutta per tenerlo su di morale.
Quindi pu immaginare che cosa significhi per lui che lei sia arrivato. Pap  un perfezionista!
Quando organizza una serata come quella di gioved, tutto, dico tutto, deve essere a puntino. Ripassa
mentalmente ogni particolare mille volte. Di tanto in tanto esagera un po', con questa mania. Ma se non
avesse quel carattere, probabilmente non sarebbe lui e non realizzerebbe la met di quello che riesce a
fare.
- Ma s. Mi sembra un'eccellente persona.
- Veramente, signor Ryder, - continu il ragazzo, - volevo parlarle di una cosa. O meglio,
volevo farle una richiesta. Se pensa che sia impossibile, la prego di dirmelo. Non me la prender.
Stephan Hoffman fece una pausa, come per darsi coraggio. Io bevvi un altro po' di caff e fissai
l'immagine riflessa delle nostre due persone sedute l'una accanto all'altra.
- Be', si tratta sempre di gioved sera, - riprese il ragazzo.
- Vede, pap mi ha chiesto di suonare un pezzo al concerto. Mi sono esercitato e sono pronto;
non  che sia preoccupato o altro... - Per un attimo, mentre diceva queste parole, le sue maniere sicure
lo abbandonarono, e io vidi di sfuggita un adolescente ansioso. Ma quasi subito il ragazzo si riprese e
fece disinvoltamente spallucce. - Solo che la serata di gioved  cos importante che non voglio
deluderlo. Per venire al dunque, mi chiedevo se ha qualche minuto per ascoltarmi mentre ripasso il
pezzo. Ho deciso di suonare Dalia di Jean-Louis La Roche. Sono solo un dilettante, e dovr avere molta
pazienza. Ma ho pensato di suonarglielo, e lei potrebbe darmi qualche suggerimento per migliorare
l'esecuzione.
Riflettei sulla richiesta. - Dunque, - dissi dopo un momento, hai intenzione di suonare gioved
sera.
- Naturalmente, il mio contributo sar minimo rispetto, be', qui il giovane proruppe in una
risata, - a tutto il resto. Ma lo stesso, voglio fare del mio meglio.
- S, capisco molto bene. Be', ti aiuter volentieri.
Il ragazzo si illumin in volto. - Signor Ryder, sono senza parole! Non sa quanto ne ho
bisogno...
- Ma c' un problema. Come puoi immaginare, ho pochissimo tempo. Non so quando potr
disporre di qualche minuto libero.
- Non si preoccupi. Quando le far pi comodo, signor Ryder.
Dio mio, sono davvero lusingato. A essere sincero, temevo che mi cacciasse in malo modo.
Un cercapersone cominci a suonare tra i vestiti del ragazzo.
Stephan trasal, poi infil una mano dentro la giacca.
- Mi spiace moltissimo, - disse, - ma  una chiamata urgente.
Dovevo essere in un altro posto gi da un pezzo. Ma quando l'ho vista qui, non ho saputo
resistere alla tentazione. Spero che potremo continuare presto la nostra conversazione. Per il momento
devo chiederle di scusarmi.
Dopo essere sceso dallo sgabello, per, ebbe un'esitazione, come se gli fosse venuta di nuovo
voglia di chiacchierare. Poi il cercapersone trill di nuovo e lui scapp via con un sorriso impacciato.
Tornai alla mia immagine riflessa dietro il banco e ricominciai a sorseggiare il caff. Non
riuscii, per, a ricatturare quello stato di serafica contemplazione in cui mi trovavo prima dell'arrivo del
ragazzo. Invece, provai di nuovo la fastidiosa sensazione che in questo posto si pretendesse troppo da
me, e che le cose stessero prendendo una piega tutt'altro che soddisfacente. In fondo, l'unica soluzione
sembrava quella di scovare la signorina Stratmann per chiarire certi equivoci una volta per tutte. Decisi
di andare a cercarla non appena avessi finito la tazza di caff. Non c'era motivo perch l'incontro
dovesse essere imbarazzante; non sarebbe stato difficile spiegare ci che era successo. Signorina
Stratmann, - avrei detto, prima ero molto stanco, cos, quando mi ha chiesto del programma, l'ho
fraintesa. Pensavo volesse sapere se ero disposto a darvi subito un'occhiata, se per caso ne avesse tirata
fuori una copia l sui due piedi. Oppure sarei potuto partire all'attacco, usando addirittura un tono di
rimprovero. Signorina Stratmann, devo confessarle che sono un po' preoccupato e, s, anche deluso.
Dato il tipo di responsabilit che lei e i suoi concittadini volete far ricadere sulle mie spalle,
penso di avere il diritto a un minimo di sostegno organizzativo.
Udii muovere al mio fianco e, sollevando gli occhi, vidi che Gustav, il vecchio facchino, era in
piedi accanto al mio sgabello. Mentre mi giravo verso di lui, mi sorrise e disse: - Salve. Passavo di qui
e l'ho vista. Si trova bene?
- Oh, benissimo. Anche se purtroppo non ho ancora avuto modo di visitare la citt vecchia,
secondo le sue raccomandazioni.
- Peccato, signore. Perch  una parte davvero bella della nostra citt, e poi  cos vicina. E il
tempo, oggi, direi che  ideale. L'aria  fredda, ma c' un bel sole. Si pu ancora stare seduti all'aperto,
anche se credo che dovr mettersi una giacca o un soprabito leggero. Sono le giornate migliori per
visitare la citt vecchia.
- Sa una cosa, - dissi, - forse ho proprio bisogno di prendere una boccata d'aria fresca.
- Mi sembra un'ottima idea, signore. Sarebbe davvero increscioso se dovesse andare via di qui
senza neppure avere fatto quattro passi nella citt vecchia.
- Ma s, far cos. Ci andr subito.
- Se trova il tempo di sedersi a un tavolino del Caff Ungherese in Piazza Vecchia, sono sicuro
che non se ne pentir.
Le consiglio di ordinare un caff e una fetta di strudel. Tra l'altro, mi domandavo... - Il facchino
s'interruppe un momento.
Poi continu: - Mi domandavo se posso chiederle un piccolo favore. Di solito non chiedo favori
ai clienti dell'albergo, ma nel suo caso, mi sembra che ormai ci conosciamo bene.
- Se posso fare qualcosa per lei, ben felice, - dissi.
Per un istante il facchino rimase accanto a me in silenzio.
- Non le chiedo molto, - disse alla fine. - Vede, so che in questo momento mia figlia  al Caff
Ungherese. Con lei ci sar il piccolo Boris. Sophie  giovane e molto simpatica, signore, sono sicuro
che si sentirebbe ben disposto nei suoi confronti.
Succede quasi a tutti. Non  quel che si dice una bellezza, ma ha un aspetto piacevole. In fondo
all'animo  una persona allegra.
Ma credo che abbia sempre avuto un piccolo punto debole. Forse dipende dal modo in cui 
stata allevata, chi pu saper? Sta di fatto che l'ha sempre avuto. Mi riferisco alla sua tendenza a
lasciarsi sopraffare alle difficolt, anche quando sarebbe ampiamente in grado di superarle. Spunta un
problemino, e invece di prendere i pochi semplici provvedimenti che sarebbero necessari, mia figlia ci
rimugina su. In questo modo, come lei sa, anche i problemi piccoli diventano grandi. Di l a poco,
Sophie comincia a vedere tutto nero e piomba nella disperazione.
 una cosa cos inutile. Non so di preciso che cosa la tormenti in questo momento, ma sono
sicuro che non c' nulla di insormontabile.  gi capitato tante altre volte. Ma adesso Boris comincia ad
accorgersene. E se Sophie non affronta i suoi problemi al pi presto, temo che il bambino ne sar
gravemente scosso. Ed  una tale delizia, in questo periodo. Cos schietto e pieno di fiducia. So che 
impossibile che resti cos per tutta la vita; forse non  nemmeno auspicabile. Ma alla sua et, e per
qualche anno ancora, penso che abbia il diritto di credere che il mondo  un luogo di calore e allegria -.
Il facchino tacque di nuovo, e per qualche istante parve sprofondare nei suoi pensieri.
Poi, sollevando lo sguardo, riprese a parlare: - Se Sophie riuscisse a capire con chiarezza ci
che le sta succedendo, sono sicuro che prenderebbe in mano la situazione. In realt e molto
coscienziosa, dispostissima a fare di tutto per le persone che le stanno a cuore. Ma il guaio, quando
cade in questo stato, e che ha bisogno di un po' di aiuto per ritrovare il senso della prospettiva. Una
bella chiacchierata; in realt non ha bisogno di altro. Una persona che si sieda accanto a lei per qualche
minuto e le mostri le cose con chiarezza, tutto l. Che la aiuti a stabilire quali sono i veri problemi.
Quali sono i provvedimenti da prendere per superarli. Non ha bisogno di altro, signore, solo di una
bella chiacchierata, qualcosa che le restituisca la capacit di vedere le cose in prospettiva. Il resto lo
far da s. Sa essere molto giudiziosa, quando vuole. E con questo vengo al dunque, signore. Gi che
va nella citt vecchia, mi chiedevo se non le spiacerebbe scambiare due parole con Sophie.
Naturalmente, mi rendo conto di darle una seccatura e che potrebbe non averne voglia, ma visto
che va da quelle parti, ho pensato di chiederglielo lo stesso. Non deve mica essere una cosa lunga. Solo
quattro chiacchiere, per scoprire che cosa la tormenta e per restituirle il senso della misura.
Il facchino tacque e mi guard con aria supplichevole. Dopo un momento gli dissi con un
sospiro: - Mi piacerebbe poterla aiutare, glielo assicuro. Ma dopo avere ascoltato ci che mi ha detto,
mi sembra assai probabile che le preoccupazioni di Sophie, di qualunque natura siano, possano
dipendere da questioni familiari. E come lei sa, questi problemi tendono a essere profondamente
aggrovigliati. Un osservatore esterno, come sarei io, magari giunge, dopo un'aperta discussione, al
fondo di un problema, ma solo per scoprire che  collegato a un altro. E cos via, di problema in
problema.
Sinceramente, per districare l'intera matassa delle questioni familiari, la persona pi adatta mi
sembra lei. D'altronde, in quanto padre di Sophie e nonno del bambino, avrebbe un'autorit naturale che
io semplicemente non ho.
Il facchino parve piegarsi sotto il peso delle mie parole e quasi mi pentii di averle pronunciate.
Era ovvio che avevo toccato un tasto dolente. Gustav si scost un po' e per un lungo momento fiss
imbambolato la fontana in centro al patio. Alla fine disse: - Capisco il suo ragionamento, signore. S, a
rigor di logica dovrei essere io a parlarle, me ne rendo conto. Be', sar sincero con lei... non so come
spiegare... ma voglio essere sincero sino in fondo. La verit  che Sophie e io non ci parliamo da molti
anni. Si pu dire da quando era bambina. Capisce dunque che per me  un po' difficile fare ci di cui c'
bisogno.
Il facchino aspett la mia frase successiva guardandosi i piedi, come un imputato in attesa della
sentenza.
- Mi scusi, - dissi dopo un po', - ma la cosa non mi  chiara.
Per tutto questo tempo non ha pi visto sua figlia?
- No, no. Come lei sa, la vedo regolarmente, ogni volta che vado a prendere Boris. Quello che
voglio dire  che non ci parliamo. Forse capir meglio se le faccio un esempio. Prenda le volte che
Boris e io aspettiamo Sophie dopo una delle nostre passeggiatine nella citt vecchia. Magari siamo
seduti nel caff del signor Krankl, e Boris  di buon umore, parla ad alta voce, ride di tutto. Ma appena
vede entrare sua madre, si zittisce.
Mica che sia turbato. Semplicemente si trattiene. Rispetta il rituale, capisce? Poi Sophie si
avvicina al nostro tavolo e si rivolge a lui. Ci siamo divertiti? Dove siamo andati? Il nonno non ha
preso freddo? Oh s, si informa sempre della mia salute.
Ha paura che mi ammali a girare cos per il quartiere. Ma come le dico, non ci parliamo
direttamente, Sophie e io. Saluta il nonno, dice lei a Boris a mo' di commiato, poi se ne vanno
insieme. I nostri rapporti sono cos ormai da molti anni, e a questo punto non vedo che motivo ci
sarebbe di cambiarli. Anche se, in una situazione come questa, non so pi che pesci prendere.
Sono convinto che quel che ci vuole  una bella chiacchierata. E secondo me lei  la persona
adatta. Solo due parole, signore. Per aiutarla a capire esattamente quali sono i suoi problemi. Basta
quello, e Sophie far il resto, pu giurarci.
- Va bene, - dissi dopo averci riflettuto. - Va bene, vedr cosa posso fare. Ma le ripeto. Spesso
queste situazioni sono troppo complicate per un osservatore esterno. Comunque sia, vedr cosa posso
fare.
- Non so come ringraziarla, signore. A quest'ora la trover al Caff Ungherese. Non dovrebbe
avere difficolt a riconoscerla. Ha i capelli lunghi e scuri e mi somiglia. E in caso di dubbio pu sempre
chiedere al proprietario o a un cameriere di indicargliela.
- Va bene. Vado.
- Gliene sar riconoscente per il resto dei miei giorni, signore. E anche se per qualche ragione
non dovesse riuscire a parlare con mia figlia, sono sicuro che trover molto piacevole passeggiare per
la citt vecchia.
Scesi dall'alto sgabello. - Bene, allora, - dissi, - le far sapere.
- Grazie mille, signore.
...
.
...
3.
.
Il tragitto dall'albergo alla citt vecchia - una passeggiata di un quarto d'ora - fu tutt'altro che
promettente. Per gran parte si svolse in strade rese assordanti dal traffico del tardo pomeriggio,
sovrastate da vitrei palazzi di uffici. Ma quando giunsi al fiume e cominciai ad attraversare il ponte a
schiena d'asino che portava nella citt vecchia, intuii che stavo per entrare in un mondo completamente
diverso. Sulla riva opposta spiccavano le tende colorate e gli ombrelloni dei caff all'aperto. Notai
l'animazione dei camerieri e dei bambini che correvano in tondo. Un cagnolino abbaiava eccitato sulla
banchina, forse perch mi aveva visto arrivare.
Pochi minuti dopo ero nella citt vecchia. Le viuzze acciottolate brulicavano di gente che
camminava senza fretta. Per un po' andai a zonzo, passando davanti a un gran numero di negozietti di
souvenir, di pasticcerie e di panetterie.
Oltrepassai anche parecchi caff, e per un istante mi chiesi se avrei avuto difficolt a
riconoscere quello di cui mi aveva parlato il facchino. Ma poco dopo sbucai in una grande piazza nel
cuore del quartiere e vidi subito il Caff Ungherese. Lo sciame di tavoli, che occupava interamente
l'angolo opposto della piazza, scaturiva, a quanto potevo vedere, da un'unica porticina sotto una tenda a
strisce.
Mi fermai un momento a riprendere fiato e a esaminare il luogo.
Il sole cominciava a tramontare lasciando la piazza nell'ombra.
C'era, come Gustav aveva previsto, una brezzolina fredda che di tanto in tanto faceva fremere
gli ombrelloni del caff. Ci nonostante, la maggior parte dei tavoli era occupata. Molti degli avventori
sembravano turisti, ma ne vidi anche un buon numero che aveva l'aria di gente del posto uscita presto
dal lavoro con l'intenzione di scaricare i nervi davanti a una tazza di caff e a un giornale. Ed
effettivamente, mentre attraversavo la piazza, passai accanto a parecchi gruppetti di impiegati che
chiacchieravano allegramente con la cartella in mano.
Giunto davanti al caff, girellai tra i tavoli cercando qualcuno che somigliasse alla figlia del
facchino. Due studenti discutevano di un film. Un turista leggeva Newsweek. Una vecchia gettava
pezzetti di pane ai piccioni che le facevano ressa intorno ai piedi. Ma non vidi nessuna giovane con i
capelli lunghi e scuri e un bambino. Entrai nel caff e scoprii una stanzetta quasi buia, con non pi di
cinque o sei tavoli. Capii che il problema del sovraffollamento, di cui mi aveva parlato il facchino,
poteva diventare molto serio nei mesi pi freddi, ma in quel momento l'unico avventore era un vecchio
con il basco, seduto verso il fondo. Decisi di abbandonare le ricerche e tornai fuori. Stavo cercando un
cameriere per ordinargli un caff, quando mi accorsi che qualcuno mi stava chiamando.
Girandomi, vidi una donna in compagnia di un bambino che mi faceva cenno da un tavolo non
lontano. I due corrispondevano perfettamente alla descrizione del facchino, e non capii come avessero
potuto sfuggirmi. Inoltre, fui un po' stupito che mi aspettassero, e ci volle qualche secondo prima che
ricambiassi il saluto e mi avviassi verso il loro tavolo.
Anche se il facchino l'aveva definita giovane, Sophie era una donna di mezza et, forse sulla
quarantina. Tuttavia, era assai pi bella di quanto mi fossi immaginato. Era piuttosto alta, snella, e i
lunghi capelli scuri le davano un aspetto un po' zingaresco. Il bambino che era con lei tendeva al
grassottello, e in quel momento fissava la madre con aria indispettita.
- Ebbene? - Sophie mi guardava da sotto in su sorridendo. - Non ci sediamo?
- S, s, - dissi, accorgendomi di essere rimasto in piedi un po' esitante. - Se non disturbo -.
Sorrisi al bambino, ma lui si limit a guardarmi con riprovazione.
- Nessun disturbo. Vero, Boris? Saluta il signor Ryder.
- Ciao, Boris, - dissi, sedendomi.
Il bambino continuava a guardarmi nello stesso modo. Poi si rivolse alla madre: - Perch gli hai
detto che poteva sedersi? Ti stavo spiegando una cosa.
- Questo  il signor Ryder, Boris, - disse Sophie. -  un caro amico. Se ne ha voglia, pu
benissimo sedersi con noi.
- Ma io ti stavo spiegando come vola il Voyager. Lo sapevo che non mi ascoltavi. Dovresti
imparare a fare attenzione.
- Mi dispiace, Boris, - disse Sophie, scambiando con me un rapido sorriso. - Ci stavo provando,
ma tutti quei termini scientifici mi superano. Adesso perch non saluti il signor Ryder?
Boris mi guard un istante, disse ciao in tono scontroso, poi distolse gli occhi.
- Vi prego, non voglio che litighiate per colpa mia, - dissi. Per piacere, Boris, continua quello
che stavi spiegando. Ti assicuro che mi interessa moltissimo sentire di questo aereo.
- Non  un aereo, - disse Boris spazientito. -  un mezzo per viaggiare attraverso i sistemi
stellari. Ma non capiresti niente, come la mamma.
- Davvero? Chi te lo dice che non capirei? Magari ho una mente molto scientifica. Non dovresti
giudicare le persone cos in fretta, Boris.
Il bambino sospir rumorosamente e tenne gli occhi girati dall'altra. - Sono sicuro che sei come
la mamma, - disse. Incapace di concentrarti.
- Adesso basta, Boris, - disse Sophie. - Cerca di essere un po' pi accomodante. Il signor Ryder
 un carissimo amico.
- Non solo, - aggiunsi, - sono amico di tuo nonno.
Per la prima volta Boris mi guard con interesse.
- Proprio cos, - dissi. - Siamo diventati buoni amici, tuo nonno e io. Sto nel suo albergo.
Boris continu a studiarmi con attenzione.
- Boris, - disse Sophie, - perch non saluti il signor Ryder come si deve. Ti sembrano queste le
buone maniere? Non vorrai che se ne vada pensando che sei un giovanotto maleducato, vero?
Boris mi guard ancora per un po'. Poi di colpo si butt sul tavolo e nascose la testa tra le
braccia. Nello stesso tempo cominci a dondolare i piedi, perch sentii i colpi delle sue scarpe contro la
gamba di metallo del tavolo.
- Chiedo scusa, - disse Sophie. -  tutto il giorno che  di cattivo umore.
- Veramente, - cominciai con un tono di voce basso, - c'era una cosa di cui volevo parlare. Ma,
ehm... - E feci cenno con gli occhi in direzione di Boris. Sophie mi guard, poi si rivolse al bambino,
dicendo: - Boris, devo parlare un momento con il signor Ryder. Perch non vai a vedere i cigni? Solo
per poco.
Boris tenne la testa tra le braccia come se dormisse, anche se i suoi piedi continuavano a colpire
ritmicamente il tavolo.
Sophie lo scosse delicatamente per una spalla.
- Basta, adesso, - disse. - C' anche un cigno nero. Vai a metterti vicino alla ringhiera, dove ci
sono quelle suore. Di l lo vedrai di sicuro. Puoi tornare fra qualche minuto a raccontarci che cosa hai
visto.
Per un po' Boris fece ancora finta di niente. Poi si raddrizz , emise un altro sospiro spazientito
e si lasci scivolare gi dalla sedia. Per qualche strana ragione, si mise a imitare il comportamento di
un ubriaco e si allontan dal tavolo barcollando.
Quando se ne fu andato, mi girai verso Sophie. Poi fui assalito dai dubbi e, non sapendo da che
parte cominciare, ebbi un attimo di esitazione. Sophie, per, sorrise e parl per prima: - Ci sono buone
notizie. Il signor Mayer mi ha telefonato per una casa. L'hanno messa in vendita proprio oggi, e sembra
promettere bene.  tutto il giorno che ci penso. Qualcosa mi dice che forse  la cosa giusta, quella che
cerchiamo da cos tanto tempo. Gli ho detto che sarei andata a vederla domani mattina per prima cosa.
Sembra perfetta. Circa mezz'ora a piedi dal paese, isolata su un crinale, tre piani. Il signor Mayer dice
che erano anni che non gli capitava una vista cos sul bosco. So che in questo momento hai molto da
fare, ma se la casa fosse davvero bella come sembra, ti telefoner, e magari potresti raggiungermi. Con
Boris. Forse  proprio la casa che stavamo cercando. So che c' voluto molto tempo, ma chi sa che non
l'abbia finalmente trovata.
- Ah, s. Sono contento.
- Prender il primo autobus domani mattina. Bisogna muoversi in fretta. Non rester a lungo in
vendita.
Sophie si mise a raccontarmi altri particolari sulla casa.
Quanto a me, rimasi zitto, ma il mio silenzio era dovuto solo in parte al fatto di non sapere cosa
rispondere. Infatti, mentre ero l con lei, il suo volto aveva cominciato a sembrarmi sempre pi
familiare, finch mi era addirittura parso di ricordare vagamente altre discussioni precedenti
sull'acquisto di una casa nei boschi. Nel frattempo, dovevo essere diventato scuro in volto, perch
Sophie si interruppe, poi disse con una voce diversa e pi esitante: - Mi spiace per quell'ultima
telefonata. Spero che tu non mi tenga il broncio?
- Il broncio? Oh, no.
- Continuo a ripensarci. Non avrei dovuto dirti niente. Spero che non te la sia presa. In fondo,
come si pu pretendere che tu venga a stare da noi proprio adesso? In quale casa? Con la cucina in
quello stato! E io che ci metto un'eternit a trovare un posto che faccia al caso nostro. Ma adesso conto
proprio sulla casa di domani.
Ricominci a parlare della casa. E mentre lei parlava, io cercai di ricordare qualcosa della
conversazione telefonica cui aveva appena accennato. Dopo un po', mi venne la vaga sensazione di
avere gi sentito quella voce - o meglio una versione pi aspra, pi arrabbiata di quella voce - all'altro
capo del telefono, in un passato non lontano. Alla fine mi parve anche di ricordare una certa frase che
le avevo urlato nella cornetta: Vivi in un mondo cos meschino! - Lei aveva continuato a discutere, e io
avevo ripetuto sprezzante: - Un mondo cos meschino! Vivi in un mondo cos meschino! - Ma con mia
gran delusione non riuscii a ricostruire altro di quel colloquio.
Forse, mentre mi sforzavo di scavare nella memoria, avevo cominciato a fissarla, perch Sophie
mi domand un po' titubante: - Mi trovi ingrassata?
- No, no, - dissi, distogliendo lo sguardo e mettendomi a ridere. - Hai un bellissimo aspetto.
Mi venne in mente che non avevo ancora toccato il discorso di suo padre, e cercai di nuovo di
pensare al modo migliore per affrontare l'argomento. Ma proprio allora qualcosa urt da dietro la mia
sedia, e mi accorsi che Boris era tornato.
Il bambino stava correndo in tondo vicino al nostro tavolo, prendendo a calci una scatola di
cartone abbandonata come fosse un pallone. Vedendo che lo osservavo, si pass la scatola da un piede
all'altro, poi la calci violentemente tra le gambe della mia sedia.
- Numero Nove! - url, sollevando le braccia in alto. Magnifico gol di Numero Nove!
- Boris, - dissi, - non sarebbe meglio che tu buttassi quella scatola nel cestino?
- Quando andiamo? - domand il bambino, rivolgendosi a me. Faremo tardi. Fra poco sar buio.
Alzando gli occhi vidi che effettivamente il sole aveva cominciato a scendere dietro i tetti, e che
molti tavoli si erano svuotati.
- Mi spiace, Boris. Cosa volevi fare?
- Sbrigatevi! - Il bambino mi tir per il braccio. - Non ci arriveremo pi!
- Dov' che vuole andare Boris? - domandai a sua madre senza scompormi.
- Al parco giochi, naturalmente -. Sophie sospir e si alz in piedi. - Vuole mostrarti i progressi
che ha fatto.
Non vedendo altra scelta, mi alzai anch'io, e un attimo dopo ci avviammo tutti e tre verso il lato
opposto della piazza.
- Allora, - dissi a Boris, che si era messo a camminare al mio fianco, - mi farai vedere qualche
acrobazia?
- Prima, quando ci siamo andati, - disse il bambino, afferrandomi per il braccio, - c'era un
ragazzo molto pi grande di me che non sapeva nemmeno fare il siluro! Mamma dice che aveva
almeno due anni pi di me. Gli ho mostrato come si faceva cinque volte, ma lui aveva troppa paura.
Continuava a salire fino in cima, ma poi non si lanciava!
- Davvero? E naturalmente tu non hai nessuna paura di fare questo siluro.
- Ci mancherebbe altro!  facile! Facilissimo!
- Bravo.
- E lui aveva troppa paura! Che ridere!
Lasciammo la piazza e ci addentrammo nelle viuzze acciottolate della citt vecchia. Boris
sembrava conoscere molto bene la strada, e spesso correva avanti di qualche passo per l'impazienza.
Poi, a un tratto, torn al mio fianco e mi domand: - Conosci il nonno?
- S, te l'ho detto. Siamo buoni amici.
- Il nonno  molto forte.  uno degli uomini pi forti della citt.
- Davvero?
- Sa lottare bene. Una volta faceva il soldato. Adesso  vecchio, ma a fare la lotta  ancora pi
bravo di molta gente. I delinquenti che non lo sanno hanno delle brutte sorprese -. Boris fece un
improvviso affondo mentre camminava. - Prima che se ne accorgano, il nonno li stende.
- S? Molto interessante.
In quel momento, mentre percorrevamo le stradine acciottolate, mi torn in mente un altro
frammento della discussione che avevo avuto con Sophie. Era avvenuta forse una settimana prima; io
mi trovavo in una stanza d'albergo chi sa dove, e ascoltavo la sua voce che dall'altro capo del telefono
mi urlava: - Per quanto tempo pensano che tu possa andare avanti cos? Non siamo pi giovani come
una volta! Hai fatto la tua parte, ormai!
Lascia che adesso ci pensi qualcun altro!
- Vedi, - le avevo detto, mantenendo la calma, - il guaio  che la gente ha bisogno di me. Arrivo
in un posto e il pi delle volte trovo dei problemi spaventosi. Dei problemi incancreniti, all'apparenza
insolubili, e la gente  cos contenta di vedermi.
- Ma per quanto ancora pensi di poterti occupare degli altri? E intanto, per me, per te, per Boris,
il tempo vola via. Prima che te ne accorga, Boris sar cresciuto. Nessuno pu pretendere che tu continui
cos. E tutta questa gente, perch non si risolve da s i suoi problemi? Magari le farebbe bene!
- Non capisci niente! - l'avevo interrotta, questa volta arrabbiato. - Non sai quello che dici!
Vado in certi posti dove la gente  di un'ignoranza spaventosa. Non hanno la minima idea di che cosa
sia la musica moderna, e se li lasciassi a loro stessi,  evidente che si caccerebbero sempre di pi nei
guai.
Hanno bisogno di me, non lo capisci? Quaggi hanno bisogno di me!
Non sai neppure di che cosa parli! - Ed era allora che le avevo urlato: - Un mondo cos
meschino! Vivi in un mondo cos meschino!
Eravamo giunti davanti a un piccolo terreno di gioco circondato da una ringhiera. Era deserto, e
mi fece un'impressione piuttosto malinconica. Boris, per, era entusiasta e ci guid attraverso il
cancelletto.
- Guarda com' facile! - disse, lanciandosi verso il castello.
Per un momento restammo nella luce evanescente a osservare la sua figurina che si arrampicava
sempre pi in alto. Poi Sophie disse sottovoce: - Sai,  buffo. Mentre ascoltavo quel signor Mayer, il
modo in cui descriveva il salotto della casa, continuavo a rivedermi l'alloggio in cui vivevo da piccola.
Per tutto il tempo che ha parlato ho continuato a rivedere le immagini del nostro vecchio salotto. Di
mamma e pap come erano allora. Probabilmente quella casa non  affatto somigliante, non mi faccio
grandi illusioni.
Domani andr l e scoprir che  completamente diversa. Ma la cosa mi ha dato fiducia. Sai,
come una specie di augurio -.
Sophie si lasci sfuggire una breve risata, poi mi tocc la spalla. - Sei cos cupo.
- S? Mi dispiace.  colpa di tutti questi viaggi. Devo essere un po' stanco.
Boris era giunto sulla sommit del castello, ma ormai la luce era cos fievole che il bambino era
poco pi di una sagoma contro il cielo. Ci lanci un urlo, poi si afferr alla sbarra pi alta ed esegu una
capovolta ruotandole attorno.
-  cos fiero di esserne capace, - disse Sophie. Poi grid: Boris, fa troppo buio adesso. Scendi,
da bravo.
-  facile. E al buio  ancora pi facile.
- Su, da bravo, scendi.
-  colpa di tutti questi viaggi, - dissi. - Da una stanza d'albergo all'altra. Senza vedere mai
nessuno che conosci.  molto stancante. E anche qui, in questa citt, mi stanno tutti alle costole. Tutti.
Ovviamente si aspettano molto da me. Voglio dire,  ovvio che...
- Senti, - mi interruppe Sophie con garbo, mettendomi una mano sul braccio, - perch non
lasciamo perdere per un momento. Avremo tempo di discuterne pi tardi. Siamo tutti e due stanchi.
Vieni a casa con noi.  a pochi minuti di qui, appena oltre la cappella medievale. Sono sicura che una
bella cena e la possibilit di stendere le gambe ci farebbero bene.
Aveva parlato sottovoce, con la bocca vicino al mio orecchio perch sentissi il suo fiato. La
stanchezza di prima mi ripiomb addosso, e l'idea di rilassarmi nel tepore di casa sua - magari
gingillandomi con Boris sul tappeto mentre lei preparava da mangiare - mi parve improvvisamente
molto allettante. Tanto che per un attimo, forse, chiusi addirittura gli occhi e sorrisi con aria sognante.
In ogni caso, fui strappato alle mie fantasticherie dal ritorno di Boris.
-  facile farlo al buio, - disse.
Solo allora mi accorsi che il bambino era infreddolito e un po' scosso. Tutta la sua esuberanza
era svanita, e capii che l'esibizione di poc'anzi gli aveva richiesto un grande dispendio di energie.
- Adesso andiamo tutti a casa, - dissi. - E ci prepariamo una bella cenetta.
- Su, - disse Sophie, avviandosi. - Si sta facendo tardi.
Aveva cominciato a piovigginare, e adesso che il sole era tramontato l'aria si era fatta molto pi
fredda. Boris mi prese di nuovo per mano, e insieme uscimmo dal parco giochi e seguimmo Sophie in
una viuzza deserta.
...
.
...
4.
.
Era evidente che ci eravamo ormai lasciati alle spalle la citt vecchia. I sudici muri di mattoni
che torreggiavano ai due lati della strada erano privi di finestre, probabilmente il retro di qualche
deposito. Sophie procedeva di buon passo, e presto mi accorsi che Boris stentava a starle dietro. Ma
quando gli domandai: - Andiamo troppo in fretta? - il bambino mi lanci un'occhiataccia furiosa.
- Posso andare molto pi veloce! - grid, e si mise a trotterellare tirandomi per la mano. Quasi
subito, per, rallent di nuovo, con la faccia offesa. Sebbene stessi attento a non camminare troppo in
fretta, udii che il suo respiro si faceva affannoso. E un attimo dopo Boris cominci a mormorare fra s
e s. Sulle prime non gli prestai molta attenzione, convinto che stesse semplicemente cercando di
tenersi su di morale. Poi per lo sentii bisbigliare: - Numero Nove...  Numero Nove...
Lo guardai con curiosit. Era bagnato e infreddolito, e pensai di distrarlo chiacchierando.
- Questo Numero Nove, - gli domandai, -  un calciatore?
- Il giocatore pi bravo del mondo.
- Numero Nove. S, certo.
Un bel po' davanti a noi, Sophie scomparve dietro un angolo, e Boris mi strinse pi forte la
mano. Fino a quel momento non mi ero reso conto di quanto ci fossimo lasciati staccare da sua madre;
pur accelerando il passo, mi parve di impiegare un'eternit per giungere all'angolo. E quando
finalmente svoltammo anche noi, vidi un po' seccato che Sophie aveva accresciuto ancora il suo
distacco.
Oltrepassammo altri muri di mattoni sporchi, alcuni con grandi chiazze di umidit. Il selciato
era sconnesso, e davanti a noi vedevo scintillare qualche pozzanghera alla luce dei lampioni.
- Non preoccuparti, - dissi a Boris. - Siamo quasi arrivati.
Il bambino continuava a bisbigliare fra s e s, ripetendo al ritmo del suo respiro affannoso: -
Numero Nove... Numero Nove...
Sin dal principio gli accenni di Boris al Numero Nove mi avevano vagamente ricordato
qualcosa. Ora, ascoltando il suo mormorio, ricordai che Numero Nove non era un vero calciatore, ma
uno dei giocatori in miniatura del suo subbuteo. I calciatori, modellati nella plastica e dotati di una base
pesante, potevano, con un colpetto del dito, scartare gli avversari, passarsi una minuscola palla di
plastica e tirare in rete. Il gioco era per due persone, ciascuna delle quali doveva manovrare una
squadra, ma Boris giocava sempre da solo, passando ore sdraiato sulla pancia a inscenare partite piene
di drammatici capovolgimenti di fronte e di emozionanti recuperi. Aveva sei squadre complete, oltre a
due porte in miniatura munite di autentica rete e a un panno verde che serviva da campo. Tra l'altro,
disdegnava la presunzione del fabbricante che dovesse piacergli fingere che le squadre fossero vere,
come l'Ajax o il Milan, e aveva dato loro dei nomi inventati. I giocatori, invece - sebbene avesse
imparato a conoscerne a fondo pregi e difetti - non li aveva mai battezzati, preferendo chiamarli
semplicemente con il numero della maglia. Forse perch non conosceva il significato di questo numero
nel gioco del calcio - o forse per un altro ostinato capriccio della sua fantasia - la posizione che
assegnava al giocatore nella formazione non aveva alcuna relazione con il suo numero. Per esempio, il
dieci di una squadra poteva essere uno stopper leggendario, e il due una giovane ala promettente.
Numero Nove faceva parte della squadra preferita di Boris, ed era di gran lunga il pi dotato
dei giocatori. Tuttavia, per quanto bravissimo, aveva un carattere assai lunatico. La sua posizione nella
squadra era pi o meno a centrocampo, ma spesso, per lunghi tratti di partita, se ne stava imbronciato in
una zona opaca del terreno di gioco, quasi non gli importasse che la sua squadra perdesse malamente.
A volte protraeva questo comportamento letargico per pi di un'ora, mentre i suoi andavano sotto di
quattro, cinque, sei gol, e il radiocronista - perch naturalmente c'era anche un radiocronista - diceva in
tono perplesso: - Oggi Numero Nove non  in vena. Non so che cosa gli prenda -. Poi magari, a venti
minuti dal termine, Numero Nove dava finalmente un saggio delle sue vere capacit, salvando la sua
rete con una bella prodezza. - Cos va meglio! - esclamava il radiocronista. - Numero Nove si  deciso
a farci vedere di che cosa  capace! - Da quel momento il giocatore continuava a crescere, finch presto
cominciava a segnare un gol dopo l'altro, e la squadra avversaria era costretta a dannarsi l'anima al solo
scopo di impedirgli di ricevere la palla. Ma prima o poi la palla gli arrivava, e Numero Nove, non
importa quanti avversari ci fossero tra lui e la rete, trovava il varco per segnare. Presto l'inevitabilit
delle conseguenze quando Numero Nove riceveva la palla diventava cos palese che il radiocronista
diceva: -  gol - in tono di rassegnata ammirazione non quando la palla finiva in rete, ma quando
Numero Nove se ne impossessava, anche se ci avveniva ancora nella sua met campo. Anche gli
spettatori c'erano gli spettatori naturalmente - cominciavano a ruggire di trionfo non appena vedevano
che Numero Nove aveva ricevuto la palla, e il loro ruggito si manteneva intenso e costante mentre il
giocatore serpeggiava con eleganza tra gli avversari, insaccava il pallone alle spalle del portiere e si
girava a ricevere gli elogi sperticati dei suoi riconoscenti compagni di squadra.
Mentre mi tornava in mente tutto ci, ebbi la vaga sensazione che di recente Numero Nove
avesse avuto qualche guaio. Interruppi il mormorio di Boris domandandogli: - Come sta Numero Nove
di questi tempi? In forma?
Boris fece qualche passo in silenzio, poi disse: - Ci siamo dimenticati di prendere la scatola.
- La scatola?
- A Numero Nove si era staccata la base. La perdono spesso, ma  facile da aggiustare. Cos l'ho
messo in una scatola speciale, aspettando che la mamma trovasse la colla adatta per aggiustarlo.
L'ho messo in quella scatola, una scatola speciale, per ricordarmi dov'era. Ma poi l'abbiamo
lasciato l.
- Capisco. Vuoi dire che l'hai dimenticato nella casa dove stavate prima?
- Quando la mamma ha fatto i bagagli non l'ha preso. Ma ha detto che torneremo presto nella
casa vecchia, e che Numero Nove sar ancora l. Adesso posso aggiustarlo, perch abbiamo la colla
adatta. Ne ho tenuta da parte un po'.
- Capisco.
- La mamma dice di non preoccuparmi, che ci pensa lei ad avvertire i nuovi inquilini perch non
lo buttino via per sbaglio. Ha detto che torneremo presto a prenderlo.
Ebbi la netta sensazione che Boris stesse suggerendo qualcosa, e quando tacque gli dissi: -
Boris, se vuoi, ti porto io. S, possiamo andarci insieme, noi due. Torniamo nella casa vecchia e
prendiamo Numero Nove.
Possiamo farlo presto. Magari anche domani se trovo un attimo di tempo. Poi, come hai detto,
hai gi la colla. E in quattro e quattr'otto Numero Nove sar di nuovo in forma smagliante. Quindi non
preoccuparti. Lo andiamo a prendere prestissimo.
Sophie spar di nuovo dalla nostra vista, questa volta cos bruscamente che pensai fosse entrata
in un portone. Boris mi tir per la mano, e insieme ci affrettammo verso il punto in cui era svanita.
Scoprimmo che in realt Sophie aveva svoltato in un vicolo laterale, la cui imboccatura era
poco pi di una crepa nel muro.
La viuzza scendeva ripida, ed era cos stretta che sembrava impossibile percorrerla senza
grattare i gomiti contro l'uno o l'altro dei due ruvidi muri. L'oscurit era rotta solo da due fanali, l'uno a
met strada, l'altro in fondo.
Quando cominciammo a scendere, Boris si aggrapp alla mia mano, e presto il suo respiro si
fece di nuovo affannoso. Dopo un po' notai che Sophie era gi giunta in fondo al vicolo; sembrava
essersi finalmente accorta delle nostre difficolt e si era fermata sotto il fanale, voltandosi a guardarci
con aria leggermente preoccupata. Quando infine la raggiungemmo, le dissi furente: - Non vedi che
facciamo fatica a starti dietro?  stata una giornata faticosa, sia per me sia per Boris.
Sophie sorrise con aria sognante. Poi mise un braccio sulla spalla di Boris e lo tir a s. - Non
preoccuparti, - gli disse in tono sommesso. - So che questo  un posto poco piacevole, e che fa freddo e
piove. Ma non badarci, presto saremo a casa. E l far un bel calduccio, vedrai. Far cos caldo che
potremo girare tutti in maglietta, se vorremo. E a casa ci sono le grosse poltrone nuove, dove puoi
rannicchiarti. Un bambino come te rischia di perdersi in quelle poltrone. Potrai sfogliare i tuoi libri, o
guardare una videocassetta. O se preferisci, possiamo tirare gi un gioco di societ dall'armadio. Se
vuoi te li tiro gi tutti, cos tu e il signor Ryder scegliete quello che preferite. Potete mettere i cuscinoni
rossi sul tappeto e giocare sul pavimento. E intanto io preparer la cena e apparecchier la tavola
nell'angolo. Magari, invece di un piatto unico abbondante, potrei fare un po' di cosette assortite. Le
polpettine di carne, i piccoli flan di formaggio, qualche dolcetto. Non temere, mi ricorder di tutti i tuoi
piatti preferiti, e metter tutto in tavola. Poi ci siederemo e mangeremo, e dopo continueremo tutti
insieme il gioco di societ. Naturalmente, se non avrai pi voglia di giocare, nessuno ci obbligher.
Magari preferirai chiacchierare di calcio con il signor Ryder. Poi, solo quando deciderai che sei
veramente stanco, andrai a letto. So che la tua nuova camera  piccola, ma  molto accogliente, l'hai
detto anche tu. Vedrai che questa notte dormirai benissimo. Dimenticherai tutto di questa brutta
camminata al freddo. Anzi, ti baster entrare in casa e sentire il bel tepore del riscaldamento per non
pensarci pi. Quindi su con il morale. Ormai siamo quasi arrivati.
Aveva detto queste cose abbracciandolo stretto, ma all'improvviso lo spinse via, si gir e riprese
a camminare. La rudezza del gesto mi colse di sorpresa, perch io stesso mi ero lasciato cullare dalle
sue parole e per un istante avevo chiuso gli occhi. Anche Boris sembrava sbigottito, e quando
finalmente gli presi la mano, sua madre era di nuovo parecchi passi davanti a noi.
Questa volta ero risoluto a non lasciarmela scappare, ma proprio in quel momento udii dei passi
alle nostre spalle e non potei fare a meno di girarmi un attimo a guardare su per il vicolo. In quel
preciso istante un uomo entr nell'alone di luce del fanale pi vicino, e mi accorsi che lo conoscevo. Si
chiamava Geoffrey Saunders, ed era stato mio compagno di classe in Inghilterra. Non ne avevo saputo
pi niente dai tempi della scuola, e naturalmente fui colpito dal vederlo cos invecchiato.
Anche scontando gli effetti poco lusinghieri della luce del fanale e della pioggerella, era
davvero male in arnese. Indossava un impermeabile che sembrava aver perso la capacit di chiudersi, e
camminando se lo teneva stretto sul petto. Non ero affatto sicuro di volerlo salutare, ma quando Boris e
io ci rimettemmo in cammino, Geoffrey Saunders si piazz al nostro fianco.
- Ciao, vecchio mio, - disse. - Mi era sembrato che fossi tu.
Come si  rovinato il tempo, eh?
- S, una serataccia, - dissi. - Prima era cos piacevole.
Il vicolo ci aveva portati in una strada buia e deserta. Tirava vento, e la citt sembrava lontana.
- Tuo figlio? - domand Geoffrey Saunders, accennando con il capo a Boris. Poi, prima che
potessi rispondere, aggiunse: Bravo, bel bambino. Ha l'aria sveglia. Io invece non mi sono mai sposato.
Ho sempre pensato di farlo, ma il tempo  volato via e adesso probabilmente non mi sposer pi. A
dire il vero, credo che non sia solo per quello. Ma non voglio seccarti con tutte le mie disavventure di
questi anni. Qualcosa di buono  capitato anche a me. Comunque sia, bravo. Bel bambino.
Geoffrey Saunders si chin in avanti a salutare Boris. Il bambino, o perch stravolto o perch
distratto, non lo degn di uno sguardo.
La strada adesso scendeva. Mentre camminavamo nell'oscurit, mi ricordai che a scuola
Geoffrey Saunders era l'allievo modello del nostro anno, quello che si distingueva sempre negli studi e
negli sport. Veniva perennemente portato a esempio per rimproverarci la mancanza di impegno, e tutti
pensavano che prima o poi sarebbe diventato capitano della squadra. Ma non era stato cos, ricordai, a
causa di qualche guaio che l'aveva costretto a lasciare improvvisamente la scuola durante il quinto
anno.
- Ho letto sui giornali che saresti arrivato, - mi stava raccontando. - Mi aspettavo che ti facessi
vivo. Sai, per dirmi quando avresti fatto un salto a casa mia. Sono andato a comprare delle paste in
panetteria per avere qualcosa da offrirti con una tazza di t. In fondo, la mia camera ammobiliata sar
un po' triste, con questo fatto che sono scapolo e via dicendo, ma io continuo a sperare che ogni tanto
qualcuno venga a trovarmi e mi sento ancora capace di trattarlo come si deve. Cos, quando ho saputo
che saresti arrivato, sono corso fuori a comprare un po' di paste assortite per il t. Questo  successo
l'altroieri. Ieri mi sono detto che erano ancora presentabili, anche se la glassa si era un po' indurita. Ma
oggi, quando continuavi a non telefonare, le ho buttate via. Per orgoglio, immagino. Perch sei un
uomo di successo, e non voglio che te ne vada di qui pensando che faccio una vita da pitocco in una
stanzetta ammobiliata, e che posso offrire solo paste vecchie agli amici. Cos sono tornato in panetteria
e ho comprato delle altre paste. E ho fatto un po' di ordine nella camera. Ma tu non hai telefonato. Be',
non credo di poterti biasimare. Ehi, - e torn a chinarsi in avanti per guardare Boris, - ti senti bene tu?
Sembri completamente senza fiato.
Boris, che effettivamente stava di nuovo arrancando, non diede mostra di avere sentito.
- Meglio che rallentiamo per il nostro lumachino, - disse Geoffrey Saunders. - Vedi, a un certo
punto sono stato un po' sfortunato in amore. Qui in citt molti pensano che sia omosessuale. Perch
vivo da solo in una camera d'affitto, non per altro. Sulle prime mi scocciava, ma adesso non pi. Va
bene, mi prendono per un omosessuale. E allora? Guarda caso, i miei bisogni sono soddisfatti dalle
donne. Sai, quelle a pagamento.
Pi che sufficienti per me, e devo dire che ce n' di passabili.
Anche se dopo un po' cominci a disprezzarle, e loro cominciano a disprezzare te.  inevitabile.
Conosco la maggior parte delle prostitute di questa citt. Non dico di avere dormito con tutte.
Neanche per sogno! Ma sanno chi sono e io so chi sono loro. Con molte ci salutiamo.
Probabilmente penserai che faccio una vita da cani. Non  cos.  solo questione di punti di vista. Ogni
tanto gli amici vengono a trovarmi. Sono ancora capace di offrire una tazza di t. Me la cavo
egregiamente, e dopo mi dicono quasi tutti che sono contenti di essere venuti.
La strada, dopo una ripida discesa, era di nuovo pianeggiante.
Ci trovammo in una specie di aia abbandonata. Tutto intorno si intravedevano alla luce della
luna le sagome scure di fienili e rimesse. Sophie continuava a precederci, ma era cos avanti che spesso
la scorgevo solo di sfuggita mentre spariva dietro qualche costruzione diroccata.
Per fortuna Geoffrey Saunders sembrava conoscere bene la strada e si dirigeva nell'oscurit
senza esitazioni. Mentre badavo a stargli incollato, mi torn in mente un episodio dei tempi della
scuola. Era una rigida mattina d'inverno, con il cielo coperto e il suolo brinato. Avevo quattordici o
quindici anni, e mi trovavo con Geoffrey Saunders davanti a un pub sperso nelle campagne del
Worcestershire. Ci avevano messi insieme per segnalare il tracciato di una corsa campestre; dovevamo
semplicemente indicare ai concorrenti, man mano che sbucavano dalla nebbia, la direzione giusta
attraverso un campo. Quella mattina ero insolitamente depresso, e dopo circa un quarto d'ora che
eravamo l a fissare la nebbia in silenzio, a dispetto di tutti i miei sforzi, ero scoppiato in lacrime.
Allora non conoscevo ancora bene Geoffrey Saunders, ma come tutti gli altri avevo sempre desiderato
fare buona impressione su di lui. Quindi ero molto mortificato, e sulle prime, quando finalmente ero
riuscito a dominarmi, mi era sembrato che Geoffrey Saunders mi ignorasse con sommo disprezzo.
Lui, per, si era messo a parlare, all'inizio senza guardarmi in faccia, poi girandosi verso di me.
Adesso non riuscivo pi a ricordare che cosa mi avesse detto in quella mattina nebbiosa, ma avevo ben
chiaro l'effetto che avevano avuto le sue parole. Tanto per cominciare, sebbene fossi propenso
soprattutto a commiserare me stesso, mi ero accorto della grande generosit del suo gesto e avevo
provato un'intensa gratitudine. Era stato in quel momento che, con un brivido, mi ero reso conto per la
prima volta che l'allievo modello della nostra scuola aveva un lato nascosto, una dimensione
profondamente vulnerabile che gli avrebbe sempre impedito di tenere fede alle speranze che venivano
riposte in lui. Mentre procedevamo insieme nell'oscurit, cercai di nuovo di ricordare che cosa, di
preciso, mi avesse detto quella mattina, ma inutilmente.
Adesso che il terreno era pianeggiante, Boris sembrava avere ripreso un po' di fiato e aveva
ricominciato il suo mormorio.
Forse reso ardito dalla sensazione di essere prossimo alla meta, trov persino la forza di dare un
calcio a un sasso sul suo cammino, esclamando ad alta voce: - Numero Nove! - Il sasso saltell sul
terreno accidentato e fin in acqua, nel buio.
- Cos mi piaci, - disse Geoffrey Saunders a Boris. -  la tua maglia? Giochi con il numero
nove?
Visto che Boris non rispondeva, mi affrettai a dire: - Oh no,  solo il suo calciatore preferito.
- Davvero? Guardo spesso le partite. Alla televisione, naturalmente -. Si chin di nuovo verso
Boris. - Di che numero nove si tratta?
- Oh,  solo il suo giocatore preferito, - ripetei.
- Fra i centroavanti, - prosegu Geoffrey Saunders, - mi piace molto l'Olandese che gioca nel
Milan.  davvero bravo.
Stavo per aggiungere qualcosa per spiegare chi fosse Numero Nove, quando all'improvviso ci
fermammo. Mi accorsi che eravamo sul limitare di un vasto campo erboso. Quanto fosse grande, non
avrei saputo dire, ma indovinavo che si stendeva ben oltre il tratto reso visibile dalla luna. Mentre
eravamo l, una violenta folata di vento pieg l'erba e si allontan nell'oscurit.
- A quanto pare ci siamo persi, - dissi a Geoffrey Saunders. Sai dove siamo?
- Oh, s. Io vivo non lontano di qui. Purtroppo non posso invitarti a casa mia perch sono
stanchissimo e devo andare a dormire. Ma domani sarai il benvenuto in qualsiasi momento.
Diciamo dalle nove in poi.
Fissai le tenebre al di l del campo.
- Veramente, siamo un po' nei guai, - dissi. - Vedi, dovevamo andare a casa della donna che
stavamo seguendo prima. Adesso ci siamo persi, e io non so il suo indirizzo. Ha detto che abitava
vicino alla cappella medievale.
- La cappella medievale? Ma quella  in centro.
- Ah. E tagliando di qui ci si arriva? - Indicai il campo.
- Oh, no. Da quella parte non c' pi niente. Solo il vuoto.
L'unico che vive laggi  quel Brodsky.
- Brodsky, - dissi. - Hmm. L'ho sentito oggi in albergo mentre si esercitava. Sembra che qui in
citt lo conosciate tutti questo Brodsky.
Geoffrey Saunders mi lanci un'occhiata che mi fece sospettare di avere detto una stupidaggine.
- Be', vive qui da anni. Perch non dovremmo conoscerlo?
- S, s, certamente.
-  un po' difficile convincersi che quel vecchio pazzo si sia ficcato in testa di dirigere
un'orchestra. Ma sono disposto ad aspettare. Vedremo come va a finire. Tanto, molto peggio di cos le
cose non possono andare. E se tu dirai che Brodsky  quel che fa per noi, be', chi sono io per stare a
discutere?
Non mi venne in mente niente da rispondere. D'altronde, Geoffrey Saunders si era allontanato
di colpo dal campo dicendo: - No, no, la citt  da quella parte. Se vuoi posso spiegarti la strada.
- Non so come ringraziarti, - dissi, mentre venivamo scossi da una gelida raffica.
- Allora -. Geoffrey Saunders riflett per un momento. Poi disse: - Veramente, fareste meglio a
prendere l'autobus. A piedi, di qui, ci vuole una buona mezz'ora. Forse la donna ti ha lasciato credere
che casa sua fosse vicina. Be', fanno sempre cos.  uno dei loro trucchi. Non bisogna mai credere a
quello che dicono. Ma con l'autobus non ci sono problemi. Ti faccio vedere dove potete prenderlo.
- Non so come ringraziarti, - ripetei. - Boris sta gelando.
Spero che la fermata non sia lontana.
- Oh, no. Vicinissima. Seguimi, vecchio mio.
Geoffrey Saunders fece dietrofront e ci guid di nuovo in direzione dell'aia abbandonata. Mi
accorsi per che non stavamo ritornando esattamente sui nostri passi; poco dopo, infatti, ci trovammo
nella stretta strada di un sobborgo dall'aspetto tutt'altro che prospero. Da una parte e dall'altra c'erano
file di casette a schiera. Qui e l, vedevo qualche finestra accesa, ma sembrava che la maggior parte
degli abitanti fosse gi a dormire.
- Non preoccuparti, - dissi sottovoce a Boris, che sentivo prossimo al cedimento. - Saremo a
casa prestissimo. Quando arriveremo, tua madre ci avr gi preparato tutto.
Camminammo ancora per un pezzo, passando davanti ad altre file di case. Poi Boris ricominci
a bofonchiare: - Numero Nove...  Numero Nove...
- Senti, ma quale numero nove? - gli domand Geoffrey Saunders, girandosi verso di lui. - Vuoi
dire l'Olandese, vero?
- Numero Nove  il pi grande giocatore di tutti i tempi, disse Boris.
- S, ma di quale numero nove stai parlando? - Adesso nel tono di Geoffrey Saunders c'era una
punta di impazienza. - Come si chiama? In che squadra gioca?
- Boris chiama cos...
- Una volta ha segnato diciassette gol negli ultimi dieci minuti! - disse Boris.
- Sciocchezze -. Geoffrey Saunders sembrava davvero seccato. Pensavo parlassi sul serio.
Invece dici un mucchio di sciocchezze.
- Lo giuro! - grid Boris. -  un record mondiale!
-  vero! - intervenni. - Record mondiale! - Poi, ritrovando un po' di contegno, scoppiai a ridere.
- Cio, voglio dire, non pu essere altrimenti, no? - Sorrisi supplichevole a Geoffrey Saunders, ma lui
mi ignor.
- Ma di chi stai parlando? Dell'Olandese? E poi, giovanotto, sappi che fare gol non  tutto. I
difensori sono importanti uguale. Spesso i giocatori veramente grandi sono difensori.
- Numero Nove  il pi grande giocatore di tutti i tempi! ripet Boris. - Quando  in vena, non
c' difesa che possa fermarlo!
- Proprio cos, - dissi. - Numero Nove  senza dubbio il migliore del mondo. A centrocampo,
sotto porta, dappertutto.  un giocatore estremamente versatile. Te l'assicuro.
- Dici un mucchio di sciocchezze, vecchio mio. Parlate tutti e due a vanvera.
- Ti sbagli -. Cominciavo a essere furioso con Geoffrey Saunders. - Lo sanno tutti. Quando
Numero Nove  in forma, davvero in forma, il radiocronista urla gol nel momento in cui riceve la
palla, in qualunque punto del campo si trovi...
- Santo cielo -. Geoffrey Saunders si gir dall'altra disgustato. - Se queste sono le stupidaggini
che metti in testa a tuo figlio, che Dio l'aiuti.
- Stammi a sentire... - Accostai il volto al suo orecchio e gli mormorai furibondo: - Non lo
capisci che...
- Stupidaggini, vecchio mio. Stai mettendo in testa al ragazzo un mucchio di stupidaggini...
- Ma  piccolo, non  che un bambino. Non lo capisci che...
- Non  una buona ragione per riempirgli la testa di stupidaggini. E poi, non mi sembra cos
piccolo. Secondo me, un ragazzo della sua et dovrebbe gi dare una mano. Cominciare a fare la sua
parte. Imparare a tappezzare, per esempio, o a piastrellare. Non tutte queste sciocchezze su calciatori
inesistenti...
- Senti, razza d'idiota, chiudi la bocca! Taci!
- Un ragazzo della sua et,  un pezzo che dovrebbe fare la sua parte...
-  figlio mio, e lo decider io quando sar il momento che...
- Tappezzare, piastrellare, qualcosa del genere. Penso che siano queste le cose...
- Senti, che cosa ne sai tu? Che cosa pu saperne un povero scapolo solitario come te? Che cosa
vuoi saperne?
E cos dicendo gli diedi uno spintone. Di colpo, Geoffrey Saunders parve avvilirsi. Strisciando i
piedi, ci sopravanz di qualche passo, poi continu a farci strada con la testa leggermente china,
sempre stringendosi il bavero dell'impermeabile.
- Non preoccuparti, - dissi a Boris sottovoce. - Ci siamo quasi.
Boris non rispose, e vidi che stava fissando la figura barcollante di Geoffrey Saunders davanti a
noi.
Mentre camminavamo, la rabbia contro il mio vecchio compagno di scuola cominci a sbollire.
D'altronde, non avevo dimenticato che solo lui poteva indicarci la fermata dell'autobus. Dopo qualche
istante gli andai vicino, chiedendomi se mi avrebbe ancora rivolto la parola. Con mia gran sorpresa
sentii che borbottava sottovoce tra s e s: - S, s, ne riparleremo quando verrai da me a prendere una
tazza di t. Riparleremo di tutto, passeremo un paio di ore a chiacchierare con nostalgia della scuola e
dei vecchi compagni.
Io far un po' di ordine nella stanza, e potremo sederci in poltrona, ai lati del camino. S,  vero
che somiglia molto alle camere che si affittano in Inghilterra. O se non altro, che si affittavano qualche
anno fa. Per questo l'ho presa. Mi ricordava l'Inghilterra. Comunque, ci siederemo davanti al camino e
parleremo di tutti quanti. Professori, compagni, e ci scambieremo notizie sugli amici comuni con cui
siamo ancora in contatto. Oh, eccoci arrivati.
Sbucammo in uno slargo che sembrava una piccola piazza di paese. I pochi negozietti - dove
probabilmente gli abitanti del quartiere facevano la spesa - erano tutti chiusi, con la saracinesca
abbassata per la notte. In mezzo alla piazza c'era un'aiuola verde, non molto pi grande di uno
spartitraffico.
Geoffrey Saunders punt il dito verso un lampione solitario davanti ai negozi.
- Tu e il ragazzo dovete aspettare l. So che non c' il cartello, ma non preoccuparti,  una
fermata riconosciuta. Adesso temo di dovervi lasciare.
Boris e io fissammo il punto indicato. Aveva smesso di piovere, ma intorno alla base del
lampione indugiava un po' di nebbiolina.
Intorno a noi, tutto era immobile.
- Sei sicuro che passer un autobus? - domandai.
- Oh, s. Naturalmente, pu darsi che a quest'ora della notte ci voglia un po'. Ma prima o poi
passer di sicuro. Basta avere pazienza. Forse vi verr un po' freddo ad aspettare, ma credetemi che ne
vale la pena. L'autobus sbucher dalla notte tutto illuminato. E quando salirete, starete comodi e al
calduccio.  sempre pieno di gente allegra. I passeggeri ridono e scherzano, si passano bevande calde e
spuntini. Vi accoglieranno a braccia aperte. Tu chiedi al conducente di lasciarvi alla cappella
medievale. In autobus ci vuole poco.
Geoffrey Saunders ci diede la buona notte, poi si gir e se ne and. Boris e io lo guardammo
sparire in un vicolo tra due case, poi ci incamminammo verso la fermata dell'autobus.
...
.
...
5.
.
Restammo sotto il lampione per parecchi minuti, avvolti dal silenzio. Poi misi un braccio sulle
spalle di Boris e gli dissi: - Hai freddo, vero?
Si strinse a me, ma non disse nulla; quando abbassai gli occhi, vidi che fissava pensieroso la
strada buia. Da qualche parte in lontananza un cane cominci a latrare, poi smise. Dopo un altro po',
dissi: - Mi spiace, Boris. Dovevo pensarci prima. Mi spiace molto.
Il bambino rimase zitto per un momento. Poi disse: - Non preoccuparti. Fra poco arriva
l'autobus.
Sull'altro lato della piazza vedevo la nebbia addensarsi davanti alla breve fila di negozi.
- Non sono affatto sicuro che l'autobus arrivi, Boris, - dissi alla fine.
- E perch? Devi avere pazienza.
Aspettammo ancora per un lungo momento. Poi ripetei: - Boris, non sono affatto sicuro che
l'autobus arrivi.
Il bambino si gir verso di me e sospir spazientito. Piantala di preoccuparti, - disse. - Non hai
sentito cosa ha detto il signore? Dobbiamo semplicemente aspettare.
- Boris. A volte le cose non vanno come si vuole. Anche se te lo dice qualcuno.
Boris sospir di nuovo. - Senti, l'ha detto il signore, no? E poi, mamma ci star aspettando.
Stavo pensando a che cosa rispondere, quando un colpetto di tosse ci fece sobbalzare entrambi.
Girandomi, vidi, appena oltre la zona di luce del lampione, una testa che si sporgeva da un'automobile
ferma.
- Buona sera, signor Ryder. Mi scusi, ma passavo di qui per caso e l'ho vista. Tutto bene?
Feci qualche passo verso l'automobile e riconobbi Stephan, il figlio del direttore dell'albergo.
- Oh, s, - dissi. - Tutto bene, grazie. Siamo qui che... be', stiamo aspettando l'autobus.
- Se volete, vi do un passaggio. Mio padre mi ha affidato un incarico piuttosto delicato e ci
stavo andando, ma deve fare un bel freddo l fuori. Perch non saltate su?
Il ragazzo scese e apr le portiere sul lato del passeggero.
Ringraziandolo, aiutai Boris a salire dietro, poi presi posto davanti. L'automobile ripart subito.
- Dunque questo  il suo bambino, - disse Stephan, mentre sfrecciavamo per le strade deserte. -
Sono contento di fare la sua conoscenza, anche se adesso ha l'aria un po' stanca. Oh, be', lasciamolo
riposare. Gli stringer la mano un'altra volta.
Dandomi un'occhiata alle spalle, vidi che Boris era sul punto di addormentarsi con la testa sul
bracciolo imbottito.
- Allora, signor Ryder, - prosegu Stephan. - Immagino che voglia tornare in albergo.
- Veramente, Boris e io stavamo andando a casa di una persona.
In centro, vicino alla cappella medievale.
- La cappella medievale? Hmm.
- Ci sono inconvenienti?
- Oh, no. Nessun inconveniente -. Stephan imbocc con una brusca sterzata un'altra strada buia
e stretta. -  solo che, be', come le ho detto, anch'io stavo andando in un posto. Ho un appuntamento.
Vediamo, mi lasci pensare...
- Si tratta di una cosa urgente?
- Be', s. Vede, riguarda il signor Brodsky. Se devo dire, temo sia piuttosto importante. Hmm.
Mi chiedevo se lei e Boris sareste cos gentili da aspettare qualche minuto mentre io me la sbrigo; poi
vi porto dove volete.
- Certo, certo,  giusto che tu faccia prima la tua commissione. Ma non farci aspettare troppo,
per piacere. Sai, Boris non ha ancora cenato.
- Far il pi in fretta possibile, signor Ryder. Vorrei proprio poterla portare subito, ma vede,
non oso arrivare in ritardo.
Come le dico,  un incarico un po' scabroso...
- Ma certo, fai prima quel che devi fare. Aspetteremo senza problemi.
- Cercher di metterci il meno possibile. Anche se sinceramente non vedo molte possibilit di
accorciare i tempi. Si tratta di una di quelle cose che di solito fa pap di persona, o di cui si occupa uno
dei consiglieri, ma vede, la signorina Collins ha sempre avuto un debole per me... - Il ragazzo si
interruppe, improvvisamente imbarazzato. Poi disse: - Cercher di fare in fretta.
Stavamo attraversando un quartiere pi salubre - e pi vicino, mi parve -, al centro della citt.
L'illuminazione stradale era migliorata, e notai che accanto a noi correvano le rotaie del tram. Di tanto
in tanto incontravamo un caff o un ristorante chiusi per la notte, ma la zona era occupata in gran parte
da imponenti condomini. Le finestre erano tutte buie; la nostra macchina sembrava l'unica cosa che
disturbasse la quiete nel raggio di chilometri. Stephan Hoffman guid in silenzio per qualche minuto.
Poi, all'improvviso, come se ci stesse pensando da un pezzo, disse: - Senta, so di essere impertinente.
Ma  davvero sicuro di non voler tornare in albergo? Ci sono i giornalisti che l'aspettano, non so se mi
spiego.
- Giornalisti? - Guardai fuori nella notte. - Ah, s. I giornalisti.
- Cribbio, non mi prenda per uno sfacciato.  solo che li ho visti mentre uscivo. Seduti nell'atrio
con una borsa o qualche foglio in grembo, tesi come corde di violino al pensiero di incontrarla. Come
le dico, non sono fatti miei. E poi, sono sicuro che ha gi pensato a tutto.
- Certo, certo, - dissi sottovoce, continuando a guardare fuori del finestrino.
Stephan tacque, decidendo evidentemente che fosse meglio non insistere. Ma io cominciai a
pensare ai giornalisti, e dopo un po' mi parve di ricordare vagamente un appuntamento con la stampa.
Senza dubbio, l'immagine di quella gente seduta con la borsa o i fogli in grembo, cos come l'aveva
evocata Stephan, era andata a toccare qualcosa. Alla fine, per, non riuscii a stabilire con certezza se
nel mio programma ci fosse un impegno di quel genere e risolsi di dimenticare la faccenda.
- Oh, eccoci qui, - disse Stephan di fianco a me. - Adesso la prego di scusarmi per un momento.
Si metta comodo. Sar di ritorno il pi in fretta possibile.
Ci eravamo fermati davanti a un grande condominio bianco di parecchi piani; i balconi di ferro
battuto nero gli davano un aspetto spagnolesco.
Stephan scese dall'automobile. Lo seguii con gli occhi mentre si avvicinava all'ingresso. Si
chin su una fila di campanelli, ne schiacci uno, poi rimase ad aspettare, con un atteggiamento di
palese nervosismo. Un attimo dopo nell'atrio si accese una luce.
La porta fu aperta da una donna anziana, con i capelli argentati. Aveva un aspetto esile e fragile,
ma quando sorrise e fece entrare Stephan notai che i suoi gesti avevano un certo garbo. La porta si
richiuse dietro il giovane, ma appoggiandomi allo schienale scoprii che li vedevo ancora tutti e due
nitidamente illuminati nello stretto pannello di vetro di fianco all'ingresso. Stephan si puliva i piedi
sullo zerbino, dicendo: - Mi scusi se vengo cos, senza avvertirla per tempo.
- Stephan, ti ho gi detto tante volte, - ribatt l'anziana signorina, - che sono qui a tua
disposizione ogni volta che vuoi parlarmi.
- Be', veramente, signorina Collins, non ... Insomma, questa volta  diverso. Volevo parlarle di
un'altra cosa, una questione molto importante. Pap sarebbe venuto lui, ma, be', era occupatissimo...
- Ah, - lo interruppe la donna con un sorriso, - tuo padre ti ha di nuovo incastrato. Continua a
farti fare tutto il lavoro sporco.
C'era una nota scherzosa nella sua voce, ma Stephan parve non accorgersene.
- Si sbaglia, - ribatt convinto. - Anzi, mi ha affidato una missione particolarmente delicata e
difficile, e io sono stato ben contento di accettare...
- Cos adesso sono diventata una missione! E per di pi delicata e difficile!
- Ma no. Voglio dire... - Stephan si interruppe confuso.
Probabilmente la signorina Collins decise di avere canzonato Stephan a sufficienza. - Va bene, -
disse, - meglio che entriamo e discutiamo come si deve bevendo un bicchierino di sherry.
- La ringrazio molto. Ma veramente non posso fermarmi a lungo.
Ci sono delle persone che mi aspettano in macchina -. Stephan fece un cenno nella nostra
direzione, ma la donna stava gi aprendo la porta del suo alloggio.
La guardai mentre accompagnava Stephan attraverso un ingressino ordinato, oltre una seconda
porta e lungo un corridoio semibuio con le pareti decorate da piccoli acquerelli incorniciati. Il corridoio
finiva nel soggiorno - una grande stanza a forma di L sul retro dell'edificio. La luce era bassa e
accogliente, e di primo acchito la camera sembrava arredata all'antica in maniera costosa ed elegante.
Esaminandola meglio, per, vidi che gran parte dei mobili erano molto frusti, e che quelli che sulle
prime avevo preso per pezzi d'antiquariato erano in realt poco pi che ciarpame. Divani e poltrone che
avevano conosciuto tempi migliori erano sparsi per il salotto in condizioni di sfacelo; le tende di velluto
lunghe fino a terra erano macchiate e sfrangiate. Stephan si accomod con una disinvoltura che rivelava
una notevole familiarit con la casa, ma mentre la signorina Collins armeggiava davanti al mobiletto
dei liquori conserv un'espressione ansiosa. Poi, quando finalmente la donna gli porse un bicchiere e si
sedette accanto a lui, esclam bruscamente: Si tratta del signor Brodsky.
- Ah, - disse la signorina Collins. - Lo sospettavo.
- Signorina Collins, ecco, ci chiedevamo se potesse aiutarci. O meglio, aiutare lui... - Stephan
s'interruppe con una risata e distolse gli occhi.
L'anziana signorina inclin il capo meditabonda. Poi domand: Mi stai chiedendo di aiutare
Leo?
- Oh, non le chiediamo di fare niente che vada contro i suoi princip o... insomma che possa
farla stare male. Pap si rende perfettamente conto del suo stato d'animo -. Stephan proruppe in un'altra
risatina. - Ma il suo aiuto potrebbe dimostrarsi essenziale in questa fase del... recupero del signor
Brodsky.
- Ah -. La signorina Collins annu e parve riflettere sulla richiesta. Poi disse: - Stephan, devo
dedurre che i successi di tuo padre con Leo sono solo parziali?
Il tono canzonatorio mi parve ancora pi pronunciato di prima, ma di nuovo Stephan non se ne
accorse.
- Si sbaglia! - disse in tono seccato. - Anzi, pap ha compiuto miracoli, fatto enormi passi
avanti! Non  stato facile, ma la sua perseveranza ha avuto dell'incredibile, persino per noi che
conosciamo il suo modo di affrontare i problemi.
- Forse non ha perseverato abbastanza.
- Ma lei non sa, signorina Collins! Non sa! Certe volte torna a casa sfinito da una dura giornata
di lavoro in albergo, cos sfinito che deve filare subito a letto. Mi  gi successo che la mamma scenda
le scale brontolando. Allora vado su a vedere in camera loro e trovo pap che russa disteso sulla
schiena, buttato di traverso sul letto. Come sa, sono anni che si sono messi d'accordo... e certi accordi
sono importanti... che pap deve addormentarsi sul fianco, e mai sulla schiena, altrimenti russa come un
mantice, dunque pu immaginare l'irritazione della mamma quando lo scopre cos. Di solito  una
faticaccia svegliarlo, ma devo farlo, altrimenti, gliel'ho gi detto, la mamma si rifiuta di tornare in
camera. Resta l in corridoio con la faccia arrabbiata, e non torna dentro finch non ho svegliato pap,
non l'ho svestito, non gli ho messo l'accappatoio e non l'ho accompagnato in bagno. Ma dove voglio
arrivare  che, anche quando  cos stanco, capita che suoni il telefono, e che dall'albergo dicano che il
signor Brodsky ha i nervi a pezzi e chiede con insistenza da bere, e vuole saperlo? Pap, chiss come,
ritrova le forze. Si tira su, gli ritorna lo sguardo di sempre, si veste e sparisce nella notte, per rientrare
magari dopo ore. Ha detto che avrebbe rimesso in sesto il signor Brodsky, e sta dando l'anima, fino
all'ultima briciola, per mantenere la parola data.
- Davvero lodevole. Ma con quali risultati finora?
- Le garantisco, signorina Collins, che i progressi sono stati straordinari. Tutte le persone che
hanno visto il signor Brodsky di recente sono d'accordo. Adesso dietro quegli occhi si muove qualcosa.
Anche i suoi commenti, con il passare dei giorni, diventano pi sensati. Ma la cosa importante  che la
sua abilit, la grande abilit del signor Brodsky, quella sta tornando. Non ci sono pi dubbi. A detta di
tutti, le prove sono estremamente incoraggianti. L'orchestra  rimasta affascinata. E quando non prova
nel palazzo dei concerti, il signor Brodsky lavora e rielabora per conto suo. Adesso, girando per
l'albergo, capita spesso di intravedere la sua figura china sul pianoforte.
Quando lo sente suonare, pap si rianima al punto che non  difficile capire perch sia disposto
a sacrificare anche tutte le sue ore di sonno.
Il ragazzo fece una pausa e guard la signorina Collins. Per un momento la donna parve
assente; teneva la testa inclinata, come se anche lei sperasse di cogliere qualche nota di un pianoforte
lontano. Poi sul suo volto torn un sorriso garbato, e i suoi occhi guardarono di nuovo Stephan.
- Io ho sentito dire, - cominci, - che tuo padre lo mette davanti al pianoforte, in quel salotto
dell'albergo, come se fosse un manichino, e che Leo resta l ore e ore ondeggiando dolcemente sullo
sgabello senza suonare una nota.
- Signorina Collins, questo  ingiusto! Forse  successo qualche volta nei primi tempi, ma ora le
cose sono molto cambiate. E poi, anche se di tanto in tanto il signor Brodsky se ne sta seduto in
silenzio, non vuole affatto dire che sia inoperoso. E lei dovrebbe saperlo meglio di tutti. Il silenzio pu
benissimo indicare che sta cercando di dare forma alle idee pi profonde, di raccogliere le energie pi
riposte. L'altro giorno, per esempio, dopo un silenzio particolarmente lungo, pap  entrato nel salotto,
e il signor Brodsky era l che fissava i tasti del pianoforte. Dopo un momento ha sollevato gli occhi e
gli ha detto: Bisogna che i violini siano aspri. Devono avere un suono aspro. Cos ha detto. Era
rimasto in silenzio, ma la sua testa era piena di musica, come un universo a parte. Non sto nella pelle al
pensiero di quello che ci far vedere gioved sera. Sempre che non abbia un cedimento adesso.
- Per volete che lo aiuti, non  cos, Stephan?
Il giovane, che parlando si era scaldato, ritrov la sua compostezza.
- Be', s, - disse. -  di questo che sono venuto a parlarle.
Come ho detto, il signor Brodsky sta recuperando rapidamente le capacit di un tempo. E
naturalmente, insieme con le sue grandi doti, stanno tornando a galla parecchie altre cose. Per noi che
non lo conoscevamo bene,  stata una specie di rivelazione. In questi giorni  spesso cos loquace, cos
educato. Ma il guaio  che, oltre a tutto il resto, ha cominciato anche a ricordare.
Be', per essere chiari, parla di lei. Non fa che pensare a lei e parlare di lei. L'altra notte, solo per
farle un esempio...  imbarazzante, ma glielo dico lo stesso... l'altra notte ha cominciato a piangere e
non la smetteva pi. E mentre piangeva, dava libero sfogo a tutti i suoi sentimenti per lei. Era la terza o
quarta volta che succedeva, ma questa  stata la pi grave.
Verso mezzanotte, visto che il signor Brodsky non era ancora uscito dal salotto, pap  andato
dietro la porta e lo ha sentito singhiozzare. Allora  entrato e ha trovato la stanza immersa nell'oscurit,
e il signor Brodsky che piangeva riverso sul pianoforte. Be', di sopra c'era una suite libera, cos l'ha
portato l e gli ha fatto mandare su dalla cucina le sue minestre preferite, perch il signor Brodsky, in
genere, mangia solo minestra. Poi lo ha riempito di aranciata e di bibite, ma le assicuro che ce la siamo
vista brutta. Pare che il signor Brodsky si avventasse sui cartoni di aranciata smaniando. Molto
probabilmente, se pap non fosse stato l, sarebbe crollato, proprio in vista del traguardo. E intanto
continuava a parlare di lei. Be', per arrivare al dunque... oh cielo, devo sbrigarmi, ci sono delle persone
che mi aspettano in macchina... Quello che voglio dire  questo. Dato che buona parte del futuro della
citt  nelle sue mani, dobbiamo fare di tutto perch superi indenne questi ultimi giorni. Il dottor
Kaufmann  d'accordo con pap, siamo davanti all'ostacolo finale. Dunque vede anche lei che la posta
in gioco  molto alta.
La signorina Collins continuava a guardare Stephan con lo stesso sorrisetto assente, ma non
diceva nulla. Dopo un momento il ragazzo prosegu: - Signorina Collins, mi rendo conto che le mie
parole possono riaprire delle vecchie ferite. E so che lei e il signor Brodsky non vi parlate pi da molto
tempo...
- Oh, questo non  esatto. Non pi tardi di qualche mese fa Leo mi ha urlato delle oscenit
mentre passeggiavo per il Volksgarten.
Stephan rise impacciato, incerto su come interpretare il tono della donna. Poi, facendosi serio,
continu: - Signorina Collins, nessuno pretende che abbia contatti prolungati con lui. Santo cielo, no.
Lei vuole dimenticare il passato. Tutti, a cominciare da pap, se ne rendono conto. Le chiediamo solo
un piccolo favore, una cosa che potrebbe salvare la situazione, e per lui sarebbe cos incoraggiante, cos
importante. Spero che almeno non si arrabbi se osiamo chiederglielo.
- Ho gi accettato di presenziare al banchetto.
- S, s, naturalmente. Pap me l'ha detto. aliene siamo molto grati...
- A patto che non ci siano contatti diretti...
- Questo  inteso, nel modo pi assoluto. Il banchetto, certo.
Veramente, per, volevamo chiederle un piccolo sforzo in pi, signorina Collins, se fosse
possibile. Vede, domani un gruppo di consiglieri, tra cui il signor von Winterstein, porter il signor
Brodsky allo zoo. Pare che in tutti questi anni non l'abbia mai visitato. Il suo cane non pu entrare,
naturalmente, ma il signor Brodsky ha finalmente acconsentito a lasciarlo in buone mani per un paio di
ore. Siamo convinti che una gita di questo genere servirebbe a calmarlo. Pensiamo che le giraffe,
soprattutto, possano avere un effetto distensivo. Be', per venire al dunque, i consiglieri si domandavano
se non le spiacerebbe unirsi al gruppo. Magari rivolgere qualche parola al signor Brodsky. Non occorre
che vada allo zoo insieme con loro; pu unirsi al gruppo laggi, solo per pochi minuti. Dirgli qualcosa
di carino, magari due parole di incoraggiamento, non sa come potrebbe essere importante. Pochi
minuti, poi se ne va per la sua strada. La prego, signorina Collins, ci pensi su. Dalla sua decisione pu
dipendere tutto.
Mentre Stephan parlava, la donna si era alzata e si era avvicinata lentamente al camino. Per
parecchi secondi rimase 1'immobile, con una mano sulla mensola come per ritrovare l'equilibrio.
Quando finalmente si volt di nuovo verso Stephan, vidi che aveva gli occhi umidi.
- Cerca di capirmi, Stephan, - disse. -  vero che sono stata sua moglie. Ma ormai da molti anni,
le poche volte che lo incontro, mi grida solo insulti. Lo vedi anche tu, come faccio a sapere che cosa gli
piacerebbe sentirsi dire?
- Signorina Collins, le giuro che oggi  un uomo diverso. In questi giorni  cos cortese ed
educato e... ma sono certo che le verr spontaneo. La prego di pensarci. La posta in gioco  cos alta.
L'anziana signorina sorseggi il suo sherry meditabonda.
Sembrava sul punto di rispondere, quando alle mie spalle sentii Boris agitarsi sul sedile
posteriore della macchina. Girandomi, capii che il bambino doveva essere sveglio da un pezzo.
Guardava fuori del suo finestrino, fissando la strada silenziosa e deserta, e mi parve un po' triste. Stavo
per dirgli qualcosa, ma probabilmente si era accorto che lo guardavo, perch, senza muoversi, mi
domand con voce calma: - Tu sai fare i bagni?
- Se io so fare i bagni?
Boris sospir rumorosamente e continu a fissare l'oscurit.
Poi disse: - Io non avevo mai messo le piastrelle. Per questo ho fatto tutti quei pasticci. Se
qualcuno mi avesse fatto vedere, ci sarei riuscito.
- S, sono sicuro che ci saresti riuscito. Parli del bagno del vostro nuovo alloggio, vero?
- Se qualcuno mi avesse fatto vedere, sarei riuscito a metterle bene. Cos la mamma sarebbe
stata contenta. Il bagno le sarebbe piaciuto.
- Ah. Vuoi dire che adesso non  contenta?
Boris mi guard come se avessi detto un'incredibile stupidaggine. Poi, con pesante ironia, mi
domand: - Perch piangerebbe tanto se il bagno le piacesse?
- Gi. Sicch piange per il bagno. Mi chiedo perch lo faccia.
Boris si gir di nuovo verso il finestrino, e nella luce incerta che filtrava dentro la macchina vidi
che lottava per non scoppiare in lacrime. All'ultimo momento riusc a trasformare la sua mortificazione
in uno sbadiglio e si sfreg la faccia con i pugni.
- Sistemeremo tutto, - dissi. - Vedrai.
- Le avrei messe bene, se qualcuno mi avesse fatto vedere. Cos la mamma non avrebbe pianto.
- S, sono sicuro che avresti fatto un bel lavoro. Ma non preoccuparti, sistemeremo tutto.
Tornai a guardare davanti, fuori del parabrezza. In tutta la strada si stentava a vedere una
finestra accesa. Dopo un po' dissi: - Boris, adesso dobbiamo pensare bene a quello che vogliamo fare.
Mi stai ascoltando?
Dietro tutto taceva.
- Boris, - proseguii, - dobbiamo prendere una decisione. So che stavamo andando da tua madre.
Ma adesso si  fatto molto tardi.
Boris, mi stai ascoltando?
Diedi un'occhiata alle mie spalle e vidi che il bambino stava ancora fissando la notte con aria
assente. Restammo seduti in silenzio per un lungo momento. Poi dissi: - Il fatto  che adesso  molto
tardi. Se torniamo in albergo, ci sar tuo nonno. Sar felice di vederti. Puoi avere una camera tutta per
te, o se preferisci chiediamo che preparino un altro letto in camera mia. Ci facciamo portare su
qualcosa di buono da mangiare, poi te ne vai a dormire. E domani mattina a colazione decidiamo cosa
fare.
Ancora silenzio dietro di me.
- Avrei dovuto pensarci prima, - dissi. - Mi spiace. Ma... ma questa sera avevo la testa confusa.
Ho avuto cos tanto da fare.
Ma senti, ti prometto che domani recuperiamo il tempo perduto.
Facciamo tutto quello che vuoi tu, domani. Magari torniamo nel vecchio appartamento a
prendere Numero Nove. Che cosa ne dici?
Boris continuava a tacere.
- Sono state giornate faticose per tutti e due. Boris, che cosa ne dici?
-  meglio andare in albergo.
- Penso anch'io che sia la soluzione migliore. Siamo d'accordo, allora. Quando il signore ritorna,
gli diciamo che abbiamo cambiato programma.
...
.
...
6.
.
Proprio in quell'istante colsi un movimento con la coda dell'occhio e, girandomi verso la casa,
vidi che il portone d'ingresso era aperto. La signorina Collins aveva accompagnato Stephan, e sebbene
si stessero separando amichevolmente, qualcosa nell'atteggiamento di entrambi mi fece intuire che
l'incontro si era concluso con un certo imbarazzo. Poco dopo la porta si richiuse, e Stephan torn a
passo rapido verso di noi.
- Scusate se c' voluto cos tanto, - disse, salendo in macchina. - Spero che Boris non si sia
annoiato -. Mentre afferrava il volante, sospir con aria preoccupata. Poi si costrinse a sorridere e disse:
- Be', andiamo.
- Veramente, - dissi, - mentre tu non c'eri, Boris e io ci siamo parlati. Tutto sommato, pensiamo
sia meglio tornare in albergo.
- Se mi consente, signor Ryder, credo che sia una buona idea.
All'albergo, dunque. Magnifico -. Stephan diede un'occhiata al suo orologio. - Saremo l in un
amen. I giornalisti non avranno nessun motivo per lamentarsi. Nessunissimo motivo.
Stephan avvi il motore e part. Mentre percorrevamo le strade deserte, ricominci a piovere, e
il giovane accese il tergicristallo. Dopo un po' disse: - Signor Ryder, posso essere cos sfrontato da
ricordarle la nostra conversazione di questo pomeriggio? Sa, quando ci siamo incontrati nel patio.
- Ah, s, - dissi. - S, abbiamo parlato del pezzo che suonerai gioved sera.
- E lei  stato cos gentile da dirmi che forse mi avrebbe dedicato qualche minuto. Per
ascoltarmi mentre provo La Roche.
Certo, mi rendo conto che probabilmente non  affatto possibile, ma ho pensato di chiederglielo
lo stesso. Questa sera, quando torniamo in albergo, ho intenzione di fare un po' di esercizio, e mi
chiedevo se dopo i giornalisti, s, lo so che  una seccatura, ma se potesse venire ad ascoltarmi, anche
solo pochi minuti, per dirmi che cosa ne pensa... - Le sue parole si spensero in una risata.
Mi accorsi che la cosa gli stava molto a cuore, e fui tentato di esaudire la sua richiesta. Tuttavia,
dopo averci riflettuto su, dissi: - Mi spiace, ma questa sera sono stanchissimo, devo assolutamente
andare a dormire. Ma non preoccuparti, sono sicuro che ci sar presto un'altra occasione. Senti, perch
non facciamo cos? Io non so con esattezza quando avr qualche minuto libero, ma la prima volta che
mi capita, telefono alla reception e dico di cercarti. Se tu non sei in albergo, riprovo la volta dopo e cos
via. In questo modo sono sicuro che troveremo presto un momento che vada bene per tutti e due. Ma
questa sera, se non ti spiace, ho proprio bisogno di fare una bella dormita.
- Si figuri, signor Ryder, capisco perfettamente. S, facciamo come dice lei. La ringrazio di
cuore. Aspetter che mi cerchi, allora.
Stephan aveva parlato in modo educato, ma mi parve deluso, quasi interpretasse la mia risposta
come un sottile rifiuto.
Evidentemente, era cos emozionato per la sua prossima esibizione, che qualsiasi intoppo, anche
piccolo, bastava a gettarlo nel panico pi nero. Mi fece compassione, e ripetei in tono rassicurante: -
Non preoccuparti, sono sicuro che troveremo presto un'altra occasione.
La pioggia continu a cadere ostinatamente mentre percorrevamo le strade notturne. Il giovane
rimase a lungo zitto, e mi domandai se fosse arrabbiato con me. Poi per scorsi il suo profilo nella luce
intermittente e capii che stava ripensando a un episodio di parecchi anni prima. Si trattava di un
incidente su cui aveva gi riflettuto molte volte - soprattutto quando stentava a prendere sonno di notte
o quando guidava da solo - e ora la paura che io non riuscissi ad aiutarlo glielo aveva riportato alla
mente.
Era successo in occasione del compleanno di sua madre. Quella sera Stephan aveva posteggiato
la sua auto nel familiare vialetto di casa - erano gli anni in cui frequentava l'universit e viveva in
Germania - dopo un paio di penosissime ore passate a farsi coraggio. Ma suo padre gli aveva aperto la
porta, bisbigliando eccitato: - La mamma  di buon umore. Di ottimo umore -. Poi si era girato e aveva
gridato in casa: - C' Stephan, cara. Un po' in ritardo, ma  arrivato -. E di nuovo in un bisbiglio: - Di
ottimo umore. Come non la vedevo da molto tempo.
Il ragazzo era passato in salotto e aveva trovato la madre adagiata su un sof, con un cocktail in
mano. Indossava un vestito nuovo, e Stephan era rimasto colpito dalla sua eleganza come fosse la
prima volta che la vedeva. La madre non si era alzata per salutarlo, obbligandolo a chinarsi per baciarle
la guancia, ma il calore con cui l'aveva invitato a sedersi sulla poltrona di fronte a lei lo aveva colto di
sorpresa. Alle sue spalle, il padre, compiaciuto di come era cominciata la serata, aveva ridacchiato, poi,
indicando il grembiule, era scappato di nuovo in cucina.
Rimasto solo con sua madre, Stephan aveva provato innanzitutto un gran terrore - terrore di dire
o fare qualcosa che guastasse il suo buon umore, distruggendo cos ore, forse giorni, di diligenti sforzi
da parte di suo padre. Sicch aveva cominciato a dare risposte brevi e artefatte alle domande
sull'universit, ma l'atteggiamento di sua madre era rimasto indulgente, e dopo un po' Stephan si era
accorto che le sue risposte diventavano sempre pi lunghe. A un certo punto aveva parlato di un
professore definendolo una versione mentalmente equilibrata del nostro ministro degli Esteri - una
frase di cui era particolarmente fiero, che aveva usato pi di una volta con i suoi compagni riscuotendo
notevole successo. Se la precedente conversazione con sua madre non fosse andata cos bene, Stephan
non si sarebbe mai azzardato a ripetergliela. Invece l'aveva fatto, e mentre il cuore gli batteva
all'impazzata aveva visto un lampo di divertimento attraversarle il volto. Con tutto ci, quando suo
padre era tornato ad annunciare la cena, aveva respirato di sollievo.
Erano passati in sala da pranzo, dove il direttore d'albergo aveva messo in tavola la prima
portata. Il pasto era cominciato in silenzio. Poi suo padre - un po' bruscamente, secondo Stephan -
aveva cominciato a raccontare un divertente aneddoto su un gruppo di italiani ospiti dell'albergo.
Terminata la storia, aveva incitato Stephan a raccontarne una anche lui, e quando il figlio aveva
cominciato un po' esitante, lo aveva incoraggiato con risate esagerate. Ed erano andati avanti cos,
padre e figlio, raccontando a turno storielle divertenti, sostenendosi chiassosamente a vicenda. La
tattica sembrava funzionare, perch alla fine - Stephan stentava a crederlo - anche sua madre aveva
cominciato a ridere per lunghi momenti. La cena, poi, era stata preparata con la fanatica attenzione ai
particolari tipica del direttore d'albergo, ed era quindi una stupefacente opera di arte culinaria. Il vino
doveva essere molto speciale, perch a met della portata principale - un delizioso miscuglio di oca e
bacche selvatiche - l'allegria era diventata genuina. Poi il direttore d'albergo, con la faccia arrossata dal
vino e dalle risate, si era chinato in avanti e aveva detto: - Stephan, raccontaci di quell'ostello della
giovent. Sai, quello nei boschi della Borgogna.
Per un attimo Stephan era inorridito. Com'era possibile che suo padre, che fino a quel momento
aveva condotto tutto in maniera tanto impeccabile, commettesse un simile errore di valutazione?
Quella storia richiedeva un'ampia descrizione dei gabinetti dell'ostello, quindi era chiaramente
inadatta a sua madre.
Tuttavia, mentre Stephan esitava, suo padre gli aveva fatto l'occhiolino, come per dire: S, s,
fidati di me. Funzioner.
La storia le piacer, sar un successone. Sebbene nutrisse seri dubbi, Stephan aveva una tale
fiducia in suo padre che aveva cominciato a raccontare, e un attimo dopo era stato folgorato dal
pensiero che quella serata miracolosa, fino a quel momento cos riuscita, si sarebbe sgretolata intorno a
loro. Tuttavia, istigato dalle sghignazzate di suo padre, aveva continuato, e a un certo punto, con suo
gran stupore, aveva udito l'aperta risata di sua madre. Alzando gli occhi, si era accorto che stava
scuotendo la testa in preda alla ridarella. Poi, verso la fine della storia, fra una risata e l'altra, l'aveva
vista lanciare uno sguardo affettuoso al marito. Un'occhiata fugace ma inequivocabile. Anche il
direttore d'albergo, che per il gran ridere aveva gli occhi velati dalle lacrime, l'aveva notata, e girandosi
verso il figlio gli aveva fatto di nuovo l'occhiolino, questa volta con aria di trionfo. In quell'istante il
ragazzo aveva sentito un'emozione molto potente gonfiargli il petto. Ma prima che avesse il tempo di
analizzarne l'esatta natura, suo padre gli aveva detto: - Stephan, prima del dolce dobbiamo fare una
pausa. Perch non suoni qualcosa per il compleanno di tua madre? - E cos dicendo gli aveva indicato il
pianoforte verticale appoggiato alla parete.
Quel gesto - quel gesto casuale in direzione del pianoforte delle sala da pranzo - Stephan
l'avrebbe ricordato un'infinit di volte negli anni a venire. E in ogni occasione gli sarebbe tornato in
parte anche il brivido di nausea provato allora. Sulle prime aveva guardato suo padre incredulo, ma il
direttore aveva continuato a sorridere soddisfatto, con il braccio teso verso il pianoforte.
- Su, Stephan. Qualcosa che piaccia a tua madre. Magari un pezzo di Bach. O di un
contemporaneo. Che ne dici di Kazan? O di Mullery?
Il ragazzo si era costretto a girare lo sguardo verso la madre e aveva visto il suo volto,
insolitamente ammorbidito dal riso, sorridergli. Poi, rivolgendosi pi al marito che a Stephan, la donna
aveva detto: - S, caro, penso che Mullery vada bene.
Sarebbe magnifico.
- Su, Stephan, - aveva detto il direttore d'albergo in tono gioviale. - In fondo, si tratta del
compleanno di tua madre. Non deluderla.
Nella mente di Stephan era balenato il pensiero - subito respinto - che i suoi genitori stessero
complottando contro di lui. Una cosa era certa: dal modo in cui lo fissavano - cos gonfi di orgogliosa
attesa - sembrava che avessero completamente dimenticato l'angosciosa storia dei suoi rapporti con il
pianoforte. Ma l'accenno di protesta si era spento sulle sue labbra, e Stephan si era alzato in piedi con
l'impressione che fosse qualcun altro a farlo.
La posizione del pianoforte contro il muro era tale che Stephan, dopo essersi seduto, riusciva a
vedere con la coda dell'occhio le figure dei suoi genitori, con i gomiti sul tavolo, l'uno leggermente
inclinato verso l'altro. Dopo un momento si era girato a guardarli in faccia, consapevole, con quel
gesto, di volerli vedere cos ancora una volta, seduti vicini, come legati da una felicit priva di
complicazioni. Poi si era voltato di nuovo verso il pianoforte, schiacciato dalla certezza che la serata
stava per precipitare. Stranamente, non era affatto meravigliato della piega presa dagli eventi negli
ultimi istanti, anzi, si era accorto di avere aspettato quel momento sin dal principio, e che il suo
sopraggiungere aveva portato con s un senso di sollievo.
Per qualche secondo era rimasto immobile senza suonare, cercando disperatamente di liberarsi
degli effetti del vino e di ripassare mentalmente il brano che stava per tentare. Per un istante da
capogiro aveva intravisto la possibilit - non era forse una serata miracolosa? - di riuscire in qualche
modo a suonare come mai prima di allora; finito il pezzo, i genitori gli avrebbero sorriso, avrebbero
battuto le mani, si sarebbero scambiati occhiate di profondo affetto. Ma non appena aveva attaccato le
prime note di Epicicloide di Mullery, Stephan si era reso conto della totale impossibilit del suo sogno.
Ci nonostante aveva continuato a suonare. Per un lungo momento - per quasi tutto il primo
movimento - le figure ai margini del suo campo visivo erano rimaste fermissime. Poi Stephan aveva
visto sua madre appoggiarsi leggermente allo schienale della sedia e portare una mano al mento.
Parecchie battute pi tardi, suo padre aveva distolto lo sguardo dal figlio, posato le mani in grembo e
chinato la testa in avanti, come se stesse studiando una macchiolina sulla tavola davanti a s.
Nel frattempo il brano era andato avanti, e ancora avanti, e sebbene il ragazzo avesse avuto pi
volte la tentazione di lasciar perdere, l'idea di smettere gli era sembrata chiss perch la soluzione pi
orrenda. Cos aveva continuato, e quando finalmente era giunto in fondo al pezzo, era rimasto a fissare
la tastiera per un lungo momento prima di trovare il coraggio di girarsi ad affrontare ci che lo
aspettava.
N l'uno n l'altro dei suoi genitori lo stava guardando. La testa di suo padre era cos china che
ormai la fronte sfiorava quasi il piano della tavola. Sua madre fissava un punto dall'altra parte della
stanza, con quell'espressione gelida che Stephan conosceva cos bene e che fino a quel momento, con
suo gran stupore, era stata assente.
Gli era bastato un secondo per valutare la scena. Poi si era alzato ed era tornato in fretta a
tavola, come se in quel modo i minuti trascorsi da quando l'aveva lasciata potessero essere cancellati.
Per un istante erano rimasti tutti e tre in silenzio.
Poi sua madre si era alzata dicendo: -  stata una serata molto piacevole. Vi ringrazio tutti e
due. Ma adesso sono stanca e penso sia meglio che vada a letto.
Sulle prime Stephan aveva avuto l'impressione che il padre non avesse udito. Ma quando la
madre si era avviata verso la porta, il direttore d'albergo aveva sollevato la testa per mormorare: La
torta, cara. La torta. ...  una cosa speciale.
- Ti ringrazio, ma davvero, ho gi mangiato troppo. Adesso devo andare a dormire.
- Certo, certo -. Il direttore d'albergo aveva riabbassato gli occhi sulla tavola con aria
rassegnata. Ma quando la madre di Stephan era gi sulla soglia, si era tirato su e aveva detto forte: -
Almeno vieni a vederla, cara. Dlle solo uno sguardo.
Come dico,  una cosa speciale.
La madre di Stephan aveva esitato, poi: - Va bene. Fammela vedere in fretta. Dopo, per, devo
proprio dormire. Sar il vino, ma mi sento stanchissima.
A queste parole, il direttore d'albergo era scattato in piedi, e un attimo dopo stava
accompagnando la moglie fuori della sala da pranzo.
Il ragazzo aveva sentito i passi dei genitori dirigersi verso la cucina poi, dopo non pi di un
minuto, tornare indietro nel corridoio e salire le scale. Stephan era rimasto seduto a tavola per un po'.
Dal piano di sopra gli erano giunti diversi piccoli rumori, ma non gli era parso di udire voci. Alla fine
aveva pensato che la cosa migliore da fore era prendere l'auto e tornare nel cuore della notte nella sua
camera ammobiliata.
Sicuramente la sua presenza a colazione non sarebbe stata di grande aiuto a suo padre nella
lenta, titanica opera di ricostruzione degli umori materni.
Aveva lasciato la sala da pranzo con la speranza di poter scivolare via di casa senza farsi notare,
ma in corridoio aveva incontrato il padre che scendeva le scale. Il direttore d'albergo si era portato un
dito alle labbra, dicendo: - Dobbiamo parlare piano. Tua madre si  appena coricata.
Stephan aveva informato il padre della propria intenzione di tornare a Heidelberg, e il direttore
d'albergo aveva detto: Peccato. Tua madre e io pensavamo che ti fermassi di pi. Ma se dici che
domani mattina hai lezione. Lo spiegher a tua madre, sono sicuro che capir.
- E la mamma, - aveva detto Stephan, - spero che questa sera si sia divertita.
Suo padre aveva sorriso, ma prima, per un breve istante, Stephan aveva visto passare nei suoi
occhi uno sguardo di profonda desolazione.
- Oh, s. Ne sono sicuro. Oh, s. Era cos contenta che tu fossi riuscito a prenderti una vacanza
per venire fin qui. So che sperava che ti fermassi qualche giorno, ma non preoccuparti. Le spiegher io.
Quella notte, mentre viaggiava lungo le strade deserte, Stephan aveva ripensato a ogni singolo
istante della serata - cos come avrebbe fatto e rifatto negli anni successivi. Con il passare del tempo,
l'angoscia che lo assaliva ogni volta che ricordava quell'episodio si era attenuata, ma ora l'implacabile
approssimarsi del concerto di gioved gli aveva risvegliato molti degli antichi terrori, facendogli
rivivere per l'ennesima volta mentre viaggiavamo nella notte piovosa - quell'amara serata di parecchi
anni prima.
Provai pena per il ragazzo e ruppi il silenzio dicendogli: - So che non sono fatti miei, e spero di
non sembrarti maleducato, ma penso che i tuoi genitori siano stati un po' ingiusti con te. Il mio
consiglio  di provare a goderti pi che puoi ci che riesci a fare al pianoforte, e di cercare l la
soddisfazione e il significato di cui hai bisogno, senza pi curarti di loro.
Il ragazzo riflett per un lungo momento sulle mie parole. Poi disse: - La ringrazio per
l'interessamento, signor Ryder. Ma veramente... se mi permette la franchezza... credo che non abbia
capito. Mi rendo conto che dal di fuori il comportamento di mia madre quella sera pu sembrare un po',
be', un po' sconsiderato.
Ma sarebbe un giudizio ingiusto nei suoi confronti, e non vorrei mai che lei se ne andasse con
questa impressione. Vede, non conosce tutti i retroscena. Tanto per cominciare, dai quattro anni in poi
ho avuto come insegnante di pianoforte la signora Tilkowski. Probabilmente questo non le dice niente,
ma deve sapere che la signora Tilkowski  un personaggio molto riverito in questa citt, e certamente
non un'insegnante di pianoforte qualsiasi. I suoi servizi non sono a disposizione di tutti, anche se
naturalmente si fa pagare come gli altri. Voglio dire che prende le cose molto sul serio, e accetta solo
bambini dell'lite artistica e intellettuale della citt. Per esempio, il pittore surrealista Paulo Rozario 
vissuto qui per un po', e la signora Tilkowski ha insegnato a entrambe le sue figlie. E ai figli del
professor Diegelmann. E anche alle nipoti della Contessa. Sceglie i suoi allievi con grande cura,
dunque capisce che ero molto fortunato ad averla come insegnante, soprattutto perch allora pap non
aveva ancora la posizione di oggi all'interno della comunit. Ma immagino che gi allora i miei genitori
fossero appassionati d'arte, non meno di oggi. Per tutta l'infanzia ricordo di averli sentiti parlare di
pittori e musicisti, e di quanto sia importante incoraggiare queste persone. Oggi la mamma sta quasi
sempre chiusa in casa, ma allora usciva molto di pi. Per esempio, se un musicista, o un'orchestra,
arrivava in citt, lei correva sempre a offrire il suo sostegno. E dopo le prove cercava di entrare nei
camerini per complimentarsi di persona. Magari il musicista aveva suonato male, ma mia madre vi
andava lo stesso per dirgli due parole di incoraggiamento e dargli qualche garbato consiglio. Spesso
invitava a casa nostra i musicisti, oppure si offriva di portarli a visitare la citt. In genere erano sempre
molto impegnati e non potevano accettare, ma come sicuramente anche lei pu confermarmi, questi
inviti sono sempre di grande conforto per gli artisti. Quanto a mio padre, era sempre occupatissimo, ma
anche lui si faceva in quattro. Naturalmente, se c'era un ricevimento in onore di qualche celebrit, vi
accompagnava sempre mia madre, anche se era sommerso di lavoro, in modo da dare anche lui il
benvenuto al visitatore. Vede dunque, signor Ryder, che da quando mi ricordo, i miei genitori sono
sempre state persone molto colte che sapevano apprezzare l'importanza dell'arte nella nostra societ, e
sono sicuro che  per questo che la signora Tilkowski alla fine mi ha accettato come allievo. Oggi mi
rendo conto che deve essere stato un vero trionfo per i miei, soprattutto per mia madre, che aveva preso
tutti gli accordi. Eccomi l, a lezione dalla signora Tilkowski insieme con i figli di Rozario e del
professor Diegelmann! Dovevano essere veramente orgogliosi. E nei primi anni me la sono cavata
molto bene, gliel'assicuro, tanto che una volta la signora Tilkowski ha detto che ero uno degli allievi
pi promettenti che avesse mai avuto. Le cose sono andate davvero bene fino... be', fino ai dieci anni.
All'improvviso il giovane tacque, forse pentito di avere parlato cos liberamente. Ma vedevo che
un'altra parte di lui era ansiosa di continuare le rivelazioni, cos domandai: - Che cosa  successo
quando avevi dieci anni?
- Be', mi vergogno di dirlo, soprattutto a lei, signor Ryder.
Ma a dieci anni ho smesso di esercitarmi al pianoforte. Mi presentavo dalla signora Tilkowski
senza avere fatto gli esercizi e, quando lei mi chiedeva perch, non rispondevo.  davvero
imbarazzante, mi sembra di parlare di un'altra persona, e vorrei tanto che per magia fosse cos. Ma
purtroppo  la verit, che vuole che le dica, mi comportavo a quel modo. E dopo qualche settimana, la
signora Tilkowski  stata costretta ad avvertire i miei che, se avessi continuato cos, non avrebbe pi
potuto tenermi. Pi tardi ho scoperto che in quell'occasione la mamma aveva perso le staffe e si era
messa a gridare con la signora Tilkowski. Fatto sta che le cose sono finite piuttosto male.
- E dopo sei andato da un'altra insegnante?
- S, una certa signorina Henze, che non era affatto male. Ma non c'era confronto con la signora
Tilkowski. Io ho continuato a non fare gli esercizi, ma la signorina Henze era molto meno severa. Poi,
quando avevo dodici anni, c' stato il cambiamento.
 difficile spiegarle che cosa  successo, le sembrer un po' strano. Ero seduto nel salotto di
casa nostra in un pomeriggio pieno di sole. Ricordo che stavo leggendo una rivista di football, quando
mio padre  entrato con aria sfaccendata.
Indossava un panciotto grigio e aveva le maniche della camicia arrotolate. Si  fermato in
mezzo alla stanza ed  rimasto a fissare il giardino oltre i vetri della finestra. Sapevo che mia madre era
l fuori, sulla panca che allora tenevamo sotto gli alberi da frutta, e mi aspettavo che pap uscisse e
andasse a farle compagnia. Ma lui restava l. Mi dava la schiena, quindi non lo vedevo in faccia, ma
ogni volta che sollevavo lo sguardo, lui era ancora l che fissava il giardino, dove c'era mia madre.
Be', la terza o quarta volta che ho alzato gli occhi, qualcosa, all'improvviso, si  fatto strada
nella mia mente. Voglio dire che  stato allora che me ne sono reso conto. Che i miei genitori non si
rivolgevano la parola da mesi. Strano, mi sono detto in quel momento, che non si parlino pi. Ed era
strano anche che non l'avessi notato prima, ma di fatto era cos, me ne ero accorto solo allora, anche se
con terribile chiarezza. Di colpo, mi sono tornati in mente diversi episodi, momenti in cui, in altri
tempi, mio padre e mia madre si sarebbero detti qualcosa, e invece non l'avevano fatto. Non dico che
stessero sempre zitti. Ma fra di loro era calata una specie di freddezza, e io non me ne ero mai accorto.
Le assicuro, signor Ryder, che mi ha fatto uno stranissimo effetto, quando finalmente me ne sono reso
conto. E quasi nello stesso istante mi  venuta in mente una cosa terribile, e cio che il cambiamento
risaliva a quando la signora Tilkowski mi aveva cacciato via. Non potevo esserne certo, perch era
passato molto tempo, ma ripensandoci mi sono convinto che la cosa era cominciata allora. Non ricordo
se mio padre sia poi andato in giardino. Io non ho detto niente, ho finto per un po' di continuare a
leggere la mia rivista di football, poi sono salito in camera mia, mi sono sdraiato sul letto e ci ho
riflettuto su. E da quel momento ho ricominciato a lavorare come si deve, a esercitarmi con grande
impegno, e devo avere fatto molti progressi, perch dopo qualche mese mia madre  andata dalla
signora Tilkowski a chiederle se poteva riprendermi. Oggi capisco che per lei deve essere stata una
bella umiliazione, dopo che le aveva urlato quell'ultima volta, e probabilmente ha anche penato
parecchio a convincerla. Fatto sta che la signora Tilkowski ha accettato di riprendermi, e io ci ho dato
dentro, esercitandomi a pi non posso. Ma vede, avevo perso due anni cruciali. Gli anni tra i dieci e i
dodici, lei sa meglio di me quanto siano importanti. Mi creda, signor Ryder, ho cercato di ricuperarli,
ho fatto tutto il possibile, ma ormai era troppo tardi. Ancora oggi ogni tanto mi fermo e mi domando:
Ma che cosa diavolo ti era passato per la testa? Oh, che cosa non darei per riavere quegli anni! Ma
vede, non credo che i miei genitori abbiano capito veramente il danno che mi aveva fatto
quell'interruzione. Secondo me pensavano che, ritrovata la signora Tilkowski, purch lavorassi sodo,
tutto sarebbe tornato come prima. So che la signora Tilkowski ha provato a spiegarglielo pi di una
volta, ma secondo me erano cos pieni di amore e di orgoglio per loro figlio che semplicemente non
riuscivano ad accettare la realt. Per un bel po' di anni sono andati avanti convinti che facessi notevoli
progressi, che fossi davvero dotato. Solo quando ho avuto diciassette anni hanno aperto gli occhi. A
quei tempi c'era un concorso di pianoforte, il Premio Jrgen Flemming; era organizzato dall'Istituto
Civico di Belle Arti per le giovani promesse della citt, e aveva una certa rinomanza, anche se oggi non
si tiene pi per mancanza di fondi. Quando avevo diciassette anni, i miei si sono messi in testa che
dovevo parteciparvi, e mia madre si  occupata di sbrigare tutte le pratiche per iscrivermi.  stato allora
che si sono accorti di quanto fossi lontano dalla meta. Mi hanno ascoltato attentamente mentre suonavo
- probabilmente era la prima volta che ascoltavano sul serio - e hanno capito che partecipando al
concorso avrei solo umiliato me stesso e la famiglia. Io avevo abbastanza voglia di provarci, ma i miei
hanno deciso che se l'avessi fatto mi sarei scoraggiato troppo. Come le dico, quella  stata la prima
volta che si sono accorti di come suonassi male. Fino a quel momento, le loro grandi speranze, e
immagino anche il loro amore per me, gli avevano impedito di ascoltare con un minimo di obiettivit.
E per la prima volta hanno colto appieno il danno fatto da quell'interruzione di due anni. Be', 
abbastanza naturale che dopo fossero molto delusi.
Mia madre, in particolare, si  rassegnata all'idea di avere fatto tutto per niente, che tutta la pena
che si era data, tutti gli anni con la signora Tilkowski, la volta che era andata a supplicarla di
riprendermi, tutto fosse stato un immenso spreco.
Si  demoralizzata, ha smesso quasi di uscire, ha smesso di andare ai concerti e ai ricevimenti.
Pap, invece, ha conservato un filo di speranza.  tipico del suo carattere. Spera sempre fino all'ultimo.
Di tanto in tanto, magari una volta all'anno, vuole sentirmi suonare, e quando me lo chiede mi accorgo
che nutre ancora speranza in me, mi accorgo che pensa: Questa volta, questa volta sar diverso. Ma
per ora, ogni volta che finisco di suonare e alzo gli occhi, lo vedo di nuovo sconsolato.
Naturalmente fa del suo meglio per nasconderlo, ma io me ne accorgo lo stesso. Per non ha
mai rinunciato a sperare, e per me questo ha voluto dire molto.
Stavamo sfrecciando per un ampio corso fiancheggiato da alti palazzi di uffici. Ogni tanto
passavamo accanto a file di automobili ordinatamente posteggiate, ma il nostro sembrava ancora
l'unico veicolo in movimento nel raggio di chilometri.
- Ed  stata un'idea di tuo padre? - domandai. - Quella di farti suonare gioved sera?
- S. Se questa non  fiducia! Me l'ha proposto sei mesi fa.
Non mi sente suonare da quasi due anni, ma sta dimostrando una grande fiducia in me.
Naturalmente, mi ha lasciato aperta ogni scappatoia per dire di no, ma ho trovato cos commovente che
dopo tutte queste delusioni dimostrasse ancora tanta fiducia in me, che ho detto s, suoner.
- Sei stato molto coraggioso. Spero che i fatti ti diano ragione.
- Veramente, signor Ryder, ho accettato perch, anche se non dovrei dirlo io, be', credo di avere
fatto un gran passo avanti negli ultimi tempi. Forse lei capir quello che voglio dire,  piuttosto difficile
da spiegare.  come se qualcosa nella mia testa, una specie di diga che bloccava i miei progressi, si
fosse rotto all'improvviso, liberando uno spirito interamente nuovo.
Non so spiegare bene che cosa mi  successo, ma sono convinto di essere un pianista
notevolmente migliore dell'ultima volta che pap mi ha sentito. Per questo, quando mi ha proposto di
suonare gioved sera, anche se la cosa mi spaventava, ho detto di s. Se non l'avessi fatto, mi sarebbe
sembrato di tradire la fiducia che aveva riposto in me. Questo non significa che non sia preoccupato.
Ho lavorato tantissimo sul mio pezzo, e lo ammetto, un po' preoccupato lo sono. Ma so che  un'ottima
occasione per lasciare stupefatti i miei genitori. Vede, ho sempre sognato qualcosa del genere. Anche
quando suonavo in maniera disastrosa.
Sognavo di passare mesi e mesi chiuso da qualche parte a esercitarmi. I miei genitori non mi
avrebbero pi visto. Poi un giorno sarei tornato a casa all'improvviso. Una domenica pomeriggio,
probabilmente. In ogni caso, in un momento in cui ci fosse anche pap. Sarei entrato e, senza dire
niente a nessuno, sarei andato al pianoforte, avrei sollevato il coperchio e cominciato a suonare. Non
mi sarei nemmeno tolto il cappotto.
Avrei solo suonato e suonato. Bach, Chopin, Beethoven. Poi i moderni. Grebel. Kazan.
Mullery. Avrei solo suonato e suonato. E i miei, dopo avermi seguito in sala da pranzo, sarebbero
rimasti a guardarmi a bocca aperta. Nemmeno nei loro sogni pi pazzi, si sarebbero immaginati
qualcosa del genere. Poi, con loro grande meraviglia, si sarebbero accorti che, man mano che suonavo,
toccavo vette sempre pi alte. Adagi sublimi e delicati.
Virtuosismi impetuosi e mozzafiato. Su, sempre pi su. E loro l in mezzo alla stanza, pap con
il giornale che stava leggendo ancora distrattamente in mano, tutti e due sbalorditi. Avrei concluso con
un finale stupefacente, poi mi sarei voltato verso di loro e... be', a questo punto non so mai bene che
cosa succede. Ma  una fantasia che mi torna da quando avevo tredici o quattordici anni. Magari
gioved sera non andr proprio cos, ma  possibile che succeda qualcosa di abbastanza simile. Come le
dico, le cose sono cambiate, e sono sicuro di avercela quasi fatta. Ah, signor Ryder, eccoci arrivati. In
tempo per i suoi giornalisti, ne sono certo.
Il centro della citt era cos silenzioso e privo di traffico che non l'avevo riconosciuto. Ma
effettivamente stavamo avvicinandoci all'entrata dell'albergo.
- Se non le spiace, - prosegu Stephan, - vi lascio qui. Io devo fare il giro e portare la macchina
sul retro.
Boris, sul sedile posteriore, aveva la faccia stanca ma era ancora sveglio. Scesi e mi assicurai
che il bambino ringraziasse Stephan, poi lo condussi verso l'albergo.
7.
Le luci dell'atrio erano state abbassate, e tutto l'albergo, in generale, dava l'impressione di essere
sprofondato nel silenzio.
Il giovane portiere che avevo trovato al mio arrivo era di nuovo in servizio, anche se sembrava
dormire della grossa sulla sua sedia dietro il banco della reception. Quando ci avvicinammo, alz gli
occhi e, riconoscendomi, fece uno sforzo per svegliarsi.
- Buona sera, signore, - disse alacremente, ma un attimo dopo parve di nuovo sopraffatto dalla
stanchezza.
- Buona sera. Ho bisogno di un'altra stanza. Per Boris -. Misi una mano sulla spalla del
bambino. - Il pi possibile vicino alla mia, per piacere.
- Vedr che cosa posso fare, signor Ryder.
- Tra l'altro, il facchino che si chiama Gustav  il nonno di Boris. Chi sa se  ancora in albergo?
- Oh, s. Gustav vive qui. Ha una cameretta su in soffitta. Ma credo che in questo momento stia
dormendo.
- Forse non gli spiacer essere svegliato. Penso che ci tenga a vedere subito Boris.
Il portiere guard ansiosamente l'orologio. - Be', come vuole, signore, - disse esitante, e sollev
il telefono. Dopo una breve attesa sentii che aveva ottenuto la comunicazione.
- Gustav? Gustav, scusami molto. Sono Walter. S, s, mi dispiace averti svegliato. S, lo so,
scusami molto. Ma ascoltami, per piacere.  appena rientrato il signor Ryder. C' tuo nipote con lui.
Per qualche istante il portiere rimase in ascolto, annuendo ripetutamente. Poi pos il telefono e
mi sorrise.
- Viene subito. Dice che penser lui a tutto.
- Magnifico.
- Deve essere stanchissimo, signor Ryder.
- S, lo sono.  stata una giornata faticosa. Ma temo di avere ancora un appuntamento.
Dovrebbero esserci dei giornalisti che mi aspettano.
- Ah. Se ne sono andati circa un'ora fa. Hanno detto che combineranno per un'altra volta. Mi
sono permesso di suggerire che contattassero direttamente la signorina Stratmann, in modo da non
disturbare lei. Davvero, signore, ha una faccia stanchissima.
Smetta di pensare a queste cose e vada a dormire.
- S, ha ragione. Hmm. Cos se ne sono andati. Prima arrivano in anticipo, poi se ne vanno.
- S, un bella scocciatura. Ma le consiglio di andare a dormire, signor Ryder. Non ci pensi pi,
davvero. Sono arcisicuro che tutto si aggiuster.
Fui riconoscente al giovane portiere per queste parole di conforto, e per la prima volta dopo ore
e ore fui pervaso da una sensazione di rilassamento. Posai i gomiti sul banco della reception e l, in
piedi, sonnecchiai per qualche istante. Non mi addormentai nel vero senso della parola, perch per tutto
il tempo rimasi consapevole della testa di Boris pesantemente appoggiata contro il mio fianco e della
voce del portiere, che continuava a parlare con lo stesso tono rassicurante a un palmo dalla mia faccia.
- Gustav sar qui fra un attimo, - diceva, - si prender cura lui del bambino. Davvero, signore,
non si preoccupi pi di nulla.
Quanto alla signorina Stratmann, in questo albergo la conosciamo da molto tempo. Una donna
efficientissima. Si  gi occupata di molti visitatori importanti, e tutti ne sono stati entusiasti al cento
per cento.  una che non commette mai errori. Dunque lasci che pensi lei ai giornalisti, vedr che non
ci saranno problemi.
Quanto a Boris, gli daremo una camera proprio di fronte alla sua.
Al mattino avr una vista molto bella, che sicuramente gli piacer. Quindi, signor Ryder, perch
adesso non va su a dormire?
Non c' assolutamente nulla che lei possa ancora fare oggi. Anzi, se mi consente, non appena
sarete di sopra, le consiglierei di lasciare Boris con suo nonno. Gustav sar qui da un momento all'altro,
sta solo indossando l'uniforme,  per questo che ci mette un po'. Fra un attimo scender tutto lustro, lui
 fatto cos, uniforme immacolata, non un filo fuori posto. E quando arriva, lasci che si occupi lui di
tutto,  meglio. Sta senz'altro facendo pi in fretta che pu. In questo momento si star legando le
stringhe delle scarpe, seduto sulla sponda del suo lettuccio. Fra un attimo sar pronto e scatter in piedi,
anche se dovr fare attenzione a non battere la testa nella trave. Una rapida pettinata ed eccolo in
corridoio. S, sar qui fra un secondo, e lei potr salire in camera sua, rilassarsi e farsi una bella
dormita. Prima di andare a letto le raccomando un liquorino, uno dei cocktail speciali che trover gi
pronti nel suo frigobar. Sono ottimi. O forse vorr farsi mandare su qualcosa di caldo. E potrebbe
ascoltare un po' di musica distensiva alla radio. A quest'ora c' un canale che trasmette da Stoccolma,
solo jazz da tarda notte, molto sobrio, molto distensivo, gliel'assicuro, lo ascolto spesso anch'io per
scaricarmi. Oppure, se ha bisogno di rilassarsi sul serio, perch non va anche lei a vedere il film? In
questo preciso istante molti dei nostri clienti sono l.
L'ultima osservazione - a proposito del film - mi riscosse dal sopore. Raddrizzandomi,
domandai: - Mi scusi, che cosa stava dicendo? Che molti clienti sono andati a vedere un film?
- S, c' un cinema appena girato l'angolo, dove danno un film a tarda ora. Molti clienti vanno a
vederlo perch li aiuta a distendere i nervi dopo una giornata faticosa. Potrebbe fare un salto anche lei,
invece di prendere il cocktail o qualcosa di caldo.
Il telefono accanto alla sua mano si mise a suonare; scusandosi, il portiere sollev il ricevitore.
Mentre ascoltava, mi lanci un paio di occhiate imbarazzate. Poi disse: - S,  qui, signora, - e mi porse
il telefono.
- Pronto, - dissi.
Per qualche secondo vi fu silenzio. Poi una voce disse: - Sono io.
Impiegai un momento a capire che era Sophie. Ma nell'istante in cui la riconobbi, mi sentii
invadere da una gran rabbia nei suoi confronti, e fu solo la presenza di Boris che mi imped di mettermi
a urlare furibondo al telefono. Alla fine dissi gelidamente: - Ah, sei tu.
Vi fu un altro breve silenzio, prima che Sophie dicesse: Chiamo da fuori. Sono in strada. Ti ho
visto entrare con Boris.
Probabilmente  meglio che in questo momento lui non mi veda.
Dovrebbe essere a letto da un pezzo. Cerca di non fargli capire con chi stai parlando.
Abbassai gli occhi su Boris, che si era appisolato in piedi appoggiandosi contro di me.
- Allora, che cosa hai intenzione di fare? - domandai.
La udii sospirare rumorosamente. Poi disse: - Hai tutti i diritti di essere arrabbiato. Io... io non
so che cosa mi sia preso. Solo adesso mi rendo conto di quanto sono stata sciocca...
- Senti, - la interruppi, temendo di non riuscire a trattenere a lungo la mia rabbia, - dove sei,
esattamente?
- Dall'altra parte della strada. Sotto gli archi, di fronte ai negozi di antiquariato.
- Sar li fra un minuto. Resta dove sei.
Restituii il ricevitore al portiere e notai con sollievo che Boris aveva dormito per tutta la durata
della telefonata. In ogni caso, proprio in quel momento, le porte dell'ascensore si aprirono e ne ti usc
Gustav.
La sua uniforme aveva davvero un aspetto immacolato. I suoi sottili capelli bianchi erano stati
inumiditi e pettinati. Solo dal lieve gonfiore intorno agli occhi e dall'andatura un po' rigida si poteva
capire che fino a pochi minuti prima stava dormendo.
- Oh, buona sera, signore, - disse, avvicinandosi.
- Buona sera.
- Ha portato Boris con s. La ringrazio moltissimo, non doveva scomodarsi -. Gustav fece
qualche passo verso di noi, osservando il nipote con un tenero sorriso sulle labbra. - Santo cielo,
signore, ma lo guardi. Dorme come un sasso.
- Si, si  stancato molto, - dissi.
- Sembra ancora cos piccolo quando dorme -. Commosso, il facchino fiss Boris per qualche
istante. Poi sollev lo sguardo verso di me e disse: - Mi domandavo, signore, se  riuscito a parlare con
Sophie.  tutto il pomeriggio che mi chiedo come  andata.
- Be', s, le ho parlato.
- Ah. E ha qualche sentore?
- Sentore?
- S, dei motivi della sua inquietudine.
- Ah. Be', mi ha detto parecchie cose molto rivelatrici... ma sinceramente, come le ho gi
spiegato,  difficilissimo che dal di fuori si possa capire come stanno le cose. Qualche vaga idea sui
possibili motivi della sua preoccupazione me la sono fatta, questo  ovvio, ma sono sempre pi
convinto che la cosa migliore  che le parli lei.
- Vede, signore, come mi sembra di averle spiegato prima...
- S, s, non vi rivolgete pi la parola, me lo ricordo, dissi, con un improvviso scatto di
impazienza. - Di sicuro, per, se la cosa le sta a cuore...
- La cosa mi sta molto a cuore. Oh, s, moltissimo.  per il bene di Boris, capisce. Se non
troviamo una soluzione in fretta, il bambino ne soffrir, ne sono sicuro. Ci sono gi i primi segni. E non
ha che da guardarlo adesso, signore, guardarlo mentre dorme, per capire che  ancora piccolo.  nostro
dovere sgombrargli il mondo da queste preoccupazioni ancora per un po', non le sembra? In verit, dire
che la cosa mi sta a cuore  dire poco. Negli ultimi tempi ci penso quasi senza interruzione, giorno e
notte. Ma vede... - Il facchino fece un pausa, fissando con aria assente un punto del pavimento davanti
ai suoi piedi.
Poi scosse piano piano la testa e sospir. - Lei dice che dovrei parlare a Sophie di persona. Non
 cos semplice. Deve capire come si  creata questa situazione. Vede, ormai questa... questa intesa
funziona da molti anni. Dai tempi in cui Sophie era bambina. Naturalmente, quando era molto piccola,
le cose erano diverse. Fino a quando ha avuto otto o nove anni, oh, Sophie e io ci parlavamo in
continuazione. Le raccontavo le storie, facevamo lunghe passeggiate nella citt vecchia, tenendoci per
mano, solo noi due, parlando e parlando. Non creda, signore, volevo bene a Sophie allora e gliene
voglio oggi. Oh, s. Quando lei era piccola, eravamo molto vicini. L'intesa  cominciata solo verso gli
otto anni.
S, aveva quell'et l. Detto per inciso, all'inizio non pensavo che questa nostra intesa fosse
destinata a durare a lungo.
Probabilmente me la figuravo come una cosa di qualche giorno.
Tutto l, signore, non mi proponevo altro. Ricordo che il primo giorno ero a casa dal lavoro e
stavo montando una mensola in cucina per mia moglie. Sophie mi seguiva dappertutto, domandandomi
questo, offrendosi di portarmi quello, cercando di aiutarmi. E io sono rimasto zitto, signore,
assolutamente zitto.
Presto, mi sono accorto che Sophie era confusa e turbata. Ma avevo deciso cos e dovevo essere
irremovibile. Non  stato facile. Buon Dio, non  stato affatto facile; amavo la mia bambina pi di ogni
altra cosa al mondo, ma mi sono detto che dovevo essere forte. Tre giorni, ho pensato, tre giorni
saranno sufficienti, tre giorni e non se ne parla pi. Solo tre giorni, poi sarei tornato a casa dal lavoro e
avrei potuto di nuovo prenderla in braccio, tenerla stretta, e ci saremmo detti tutto.
Avremmo recuperato, per cos dire. A quel tempo lavoravo all'Hotel Alba, e alla fine del terzo
giorno, come pu immaginare, non vedevo l'ora che il mio turno finisse per correre di nuovo dalla mia
piccola Sophie. Pu quindi capire la mia delusione quando, entrando in casa, ho chiamato Sophie e lei
si  rifiutata di venire a salutarmi. Come se non bastasse, quando sono andato a cercarla, lei si  girata
dall'altra ed  uscita dalla stanza senza aprire bocca. Come pu immaginare, ci sono rimasto molto
male. E devo essermi arrabbiato un po'; come le dico, avevo avuto una giornataccia, e friggevo dalla
voglia di vederla. Mi sono detto, se  cos che vuole comportarsi, peggio per lei. Ho cenato con mia
moglie e sono andato a letto senza dire nemmeno una parola a Sophie. Credo che tutto sia nato di l.
 passato un giorno, ne  passato un altro, e prima che ce ne accorgessimo, il silenzio era
diventato la norma. Non voglio che lei mi fraintenda, signore; non si trattava di un litigio, anzi,
qualsiasi animosit tra noi  cessata molto in fretta. Gi allora eravamo come oggi. Sophie e io siamo
rimasti molto premurosi l'uno nei confronti dell'altra. Semplicemente, abbiamo smesso di parlarci.
Ammetto che non avrei mai immaginato che la cosa potesse trascinarsi cos a lungo. La mia intenzione,
credo,  sempre stata quella, al momento giusto, magari in un giorno speciale come il suo compleanno,
di dimenticare tutto e ritornare come eravamo prima. Ma poi il compleanno  venuto e passato, ed 
venuto e passato anche il Natale, e noi per qualche ragione non abbiamo mai ricominciato a parlarci.
Poi, quando Sophie aveva undici anni,  successa una cosa un po' triste. Sophie aveva un piccolo
criceto bianco. Lo chiamava Ulrich, e gli voleva molto bene. Passava ore e ore a parlargli, e lo portava
in giro per casa tenendolo in mano. Poi un giorno la bestiola  scomparsa.
Sophie l'ha cercata da per tutto. Sua madre e io abbiamo messo sottosopra l'appartamento,
abbiamo chiesto ai vicini, ma inutilmente. Mia moglie ha fatto del suo meglio per convincere Sophie
che Ulrich stava bene, che si era solo preso una vacanzina e che sarebbe tornato presto. Poi, un
pomeriggio, mia moglie  uscita, e io e Sophie siamo rimasti soli in casa. All'improvviso, mentre ero in
camera da letto che ascoltavo un concerto con la radio a tutto volume, mi sono accorto che Sophie era
in salotto e stava singhiozzando convulsamente. Quasi subito ho capito che aveva ritrovato Ulrich. O
meglio, quel che restava di lui, visto che il criceto era ormai sparito da qualche settimana. Be', la porta
tra la camera e il salotto era chiusa, e come le ho detto tenevo la radio a tutto volume, quindi avrei
potuto benissimo non sentire Sophie. Cos sono rimasto in camera da letto, con l'orecchio incollato alla
porta e il concerto che suonava alle mie spalle. Naturalmente ho pensato parecchie volte di andare da
lei, ma quanto pi me ne stavo l, dietro la porta, tanto pi mi sembrava innaturale piombare dentro
all'improvviso. Vede, non  che singhiozzasse cos forte. Per un po' sono persino tornato a sedermi, ho
cercato di fingere di non essermi accorto di niente.
Ma naturalmente sentirla piangere a quel modo mi straziava l'anima, e quasi subito mi sono
ritrovato davanti alla porta, chino in avanti per cogliere i rumori di Sophie nonostante il frastuono del
concerto. Se mi chiama, mi sono detto, se bussa o mi chiama, allora entrer. Questa  stata la decisione
che ho preso. Se grida: Pap!, allora entrer e le spiegher che non sentivo a causa della musica. Ho
aspettato, ma Sophie non ha chiamato n bussato. L'unica cosa che ha fatto, dopo un lungo pianto
disperato che mi  andato dritto al cuore, glielo posso assicurare, l'unica cosa che ha fatto  stata di
urlare come a se stessa... voglio sottolinearlo, signore, come a se stessa: Ho lasciato Ulrich nella
scatola!  stata colpa mia! Me ne sono dimenticata!  stata colpa mia! Era successo, come ho
scoperto pi tardi, che Sophie aveva messo Ulrich in una scatoletta che le avevano regalato. Voleva
portarlo da qualche parte, lo faceva spesso di portarlo in giro per mostrargli le cose. Lo aveva messo
in quella scatoletta, pronta per uscire, ma per qualche motivo si era distratta e non era pi uscita, e nel
frattempo si era dimenticata di avere messo Ulrich nella scatola. Il pomeriggio di cui le parlo, cio
parecchie settimane dopo, Sophie stava trafficando per casa quando improvvisamente se ne era
ricordata. Le lascio immaginare che momento terribile deve essere stato per la mia bambina! Ricordarsi
cos all'improvviso, magari sperare contro ogni logica di ricordare male, correre a prendere la scatola. E
naturalmente dentro c'era Ulrich. L per l, mentre ascoltavo attraverso la porta, non ero riuscito a
stabilire che cosa fosse successo esattamente, ma nel momento in cui Sophie ha urlato ho cominciato a
capire. Ho dimenticato Ulrich nella scatola!  stata colpa mia! Ma voglio che abbia chiaro, signore,
che Sophie ha detto queste parole come rivolgendosi a se stessa. Se avesse detto: Pap! Ti prego,
vieni... Invece no.
Con tutto ci, ho pensato fra me e me: Se grida di nuovo cos, entro. Ma lei non ha pi
gridato. Si  limitata a singhiozzare.
Me la vedevo, con Ulrich in mano, magari con la speranza che potesse ancora essere salvato...
Oh, non  stato facile, signore.
Ma la radio continuava a trasmettere il concerto, e cos sono rimasto in camera da letto. Ho
sentito mia moglie che rientrava molto pi tardi, le due che parlottavano, Sophie che piangeva di
nuovo. Poi mia moglie  venuta in camera e mi ha raccontato quello che era successo. Non hai sentito
nulla? mi ha chiesto.
E io: Oh cielo, no, stavo ascoltando il concerto. La mattina dopo, a colazione, Sophie non mi
ha detto niente, e io non ho detto niente a lei. In altre parole, abbiamo mantenuto la nostra intesa. Ma io
mi sono accorto, al di l di ogni possibile dubbio, che Sophie sapeva che l'avevo sentita. E soprattutto,
che non ce l'aveva con me. Mi ha passato la brocca del latte come sempre, il burro, ha addirittura
portato via il mio piatto, un piccolo servizio extra. Quello che voglio dire, signore,  che Sophie capiva
la nostra intesa e la rispettava. Dopo quella volta, come pu immaginare, la situazione si  un po'
cristallizzata. Vede, dato che non avevamo rotto l'intesa per la faccenda di Ulrich, non sarebbe stato
giusto farlo fino a quando non fosse successo qualcosa di altrettanto importante. Capisce anche lei che
interromperla di punto in bianco, senza nessun motivo particolare, non solo sarebbe stato imbarazzante,
ma avrebbe sminuito l'intero episodio di Ulrich, che per mia figlia costituiva una tragedia. Spero
proprio che lo capisca, signore.
In ogni caso, come le dico, dopo quella volta la nostra intesa si , be', cementata, e persino nelle
attuali circostanze mi sembrerebbe poco opportuno rompere all'improvviso un accordo che dura da cos
tanto tempo. E oso dire che Sophie la penserebbe nello stesso modo. Per questo le ho chiesto, come un
favore particolare, visto che questo pomeriggio andava da quelle parti...
- S, s, s, - lo interruppi, con un altro scatto d'impazienza. Poi, pi gentilmente, aggiunsi: -
Comprendo la situazione che si  creata tra lei e sua figlia. Ma mi chiedo, non  possibile che questa
storia... questa storia dell'intesa... sia proprio la causa delle sue preoccupazioni? Non  possibile che la
volta che l'ha vista seduta in quel caff con l'aria disperata stesse pensando proprio a questo?
La mia osservazione fulmin Gustav, che per qualche istante rimase zitto. Alla fine disse: - Non
mi era mai venuto in mente, signore, questo che lei dice. Bisogner che ci pensi su. No, non mi era mai
venuto in mente -. Tacque di nuovo per qualche istante, con la faccia scura. Poi alz gli occhi e disse: -
Ma perch la nostra intesa dovrebbe preoccuparla adesso? Dopo tutto questo tempo? - Il facchino
scosse la testa lentamente. - Posso chiederle una cosa, signore? Quest'idea le  venuta dopo avere
parlato con lei?
All'improvviso mi sentii stanchissimo, e non so che cosa avrei dato per potermene lavare le
mani. - Non lo so, non lo so, dissi. - Lo ripeto, le questioni familiari... io sono un osservatore esterno.
Come posso giudicare? Stavo solo prospettando una possibilit.
- Di sicuro dovr pensarci su. Per il bene di Boris sono disposto a esaminare qualsiasi
possibilit. S, dovr pensarci su -. Gustav tacque di nuovo, sempre pi scuro in volto. - Mi stavo
domandando, signore, - disse dopo un po', - se posso chiederle un altro piacere. La prossima volta che
vede Sophie, potrebbe indagare su questa possibilit? Sono sicuro che saprebbe farlo con tutto il tatto
necessario. In condizioni normali non le chiederei mai una cosa simile, ma vede, lo faccio per il piccolo
Boris. Gliene sarei davvero riconoscente.
Mi guard supplichevole. Alla fine sospirai e dissi: D'accordo. Far il possibile, per il bene di
Boris. Ma voglio che sia ben chiaro che per uno come me, che vede le cose dal di fuori...
Sar stato perch avevamo fatto il suo nome, ma in quel momento Boris cominci a svegliarsi.
- Nonno! - esclam e, staccandosi da me, si slanci tutto eccitato verso Gustav, con l'evidente
intenzione di abbracciarlo.
Ma all'ultimo momento si trattenne e gli tese invece la mano.
- Buona sera, nonno, - disse con compostezza.
- Buona sera, Boris -. Gustav lo accarezz delicatamente sulla testa. - Mi fa piacere vederti.
Com' andata oggi?
Boris fece spallucce con aria indifferente. - Una giornata un po' faticosa. Ma niente di speciale.
- Solo un minuto, - disse Gustav, - mi occupo io di tutto.
Con un braccio sulle spalle del nipote, il facchino si avvicin al banco della reception. Per
qualche istante parlott con il portiere in gergo alberghiero. Poi entrambi annuirono di comune
accordo, e il portiere gli consegn una chiave.
- Se vuole seguirmi, signore, - mi disse Gustav. - Le far vedere la camera di Boris.
- Veramente, ho un altro impegno.
- A quest'ora? Una vita davvero frenetica, signore. Be', in tal caso, che ne dice se porto su Boris
e lo sistemo io?
- Mi sembra un'ottima idea. Mi farebbe un gran piacere.
Li accompagnai fino all'ascensore e li salutai con la mano mentre le porte si richiudevano. Poi,
tutto d'un tratto, la frustrazione e la rabbia che fino a quel momento ero riuscito a dominare mi
ripiombarono addosso, e senza pi rivolgere la parola al portiere attraversai l'atrio e uscii di nuovo nella
notte.
8.
La strada era deserta e silenziosa. Impiegai un momento per scoprire - un po' pi in l e sul lato
opposto - gli archi di pietra di cui Sophie aveva parlato al telefono. Mentre mi dirigevo da quella parte,
temetti per un istante che si fosse persa d'animo e fosse fuggita. Poi per vidi la sua sagoma emergere
dall'ombra, e di nuovo mi sentii invadere dalla rabbia.
I suoi occhi non erano sottomessi come avrei voluto; vidi che mi osservavano attentamente. E,
quando le fai vicino, Sophie mi disse in tono quasi serafico: - Hai tutti i diritti di essere arrabbiato. Non
so che cosa mi sia preso. Dovevo essere confusa. Hai tutti i diritti di essere arrabbiato, lo so.
La guardai con indifferenza. - Arrabbiato? Ah, capisco. Ti riferisci a come ti sei comportata
questa sera. Be', s, devo dire che ci sono rimasto molto male per Boris. Era disperato, come puoi
immaginare. Ma sinceramente, per quanto mi riguarda, non sono stato certo a tormentarmi. Ho ben
altro per la testa in questo momento.
- Mi chiedo come sia potuto succedere. So che avevate bisogno di me...
- Non ho mai avuto bisogno di te. E adesso vedi di calmarti -.
Proruppi in una breve risata e mi incamminai lentamente. - Per quanto mi riguarda, non merita
nemmeno parlarne. Sono sempre stato capace di badare a me stesso, con o senza il tuo aiuto. Ci sono
rimasto male per Boris, tutto l.
- Sono stata una stupida, adesso me ne rendo conto -. Sophie si era messa a camminare al mio
fianco. - Non so, probabilmente pensavo che tu e Boris... prova a metterti nei miei panni... che tu e
Boris faceste apposta a rimanere indietro, che non foste affatto entusiasti del mio programma per la
serata, e mi sono detta che vi sareste sganciati in ogni caso... Senti, se vuoi, ti dir tutto. Tutto quel che
vuoi sapere. Nei minimi particolari...
Mi fermai e mi girai verso di lei. - Evidentemente non mi sono spiegato. Tutto ci non mi
interessa. Sono uscito solo perch volevo prendere una boccata d'aria e distendere un po' i nervi.
 stata una giornata faticosa. Anzi, sono uscito perch prima di andare a letto volevo vedere un
film.
- Un film? E che film?
- Come faccio a saperlo? C' un cinema qui vicino che d un film a quest'ora. Non mi importa
quale, pensavo di andarci in ogni caso.  stata una giornata molto faticosa.
Ripresi a camminare, questa volta pi risoluto. Un istante dopo ebbi la soddisfazione di sentire i
suoi passi che mi seguivano.
- Davvero non sei arrabbiato? - mi domand Sophie raggiungendomi.
- Certo che no. Perch dovrei?
- Posso venire anch'io? A vedere questo film?
Alzai le spalle e continuai a camminare di buon passo. - Se ti fa piacere. Io non ho nulla in
contrario.
Sophie mi afferr il braccio. - Se vuoi, vuoto il sacco. Ti dico tutto. Tutto quello che vuoi sapere
su...
- Senti, quante volte devo ancora dirtelo? Non sono minimamente interessato. Adesso voglio
solo distendere i nervi. Nei prossimi giorni non avr un attimo di respiro.
Per un momento, mentre camminavamo in silenzio, Sophie continu a stringermi il braccio. Poi
mi disse sottovoce: - Ti ringrazio.
Sei cos comprensivo.
Finsi di non avere sentito. Poco dopo scendemmo dal marciapiede e proseguimmo in mezzo alla
strada deserta.
- Quando avr trovato una casa adatta per noi, - disse Sophie, - allora le cose andranno meglio.
Ne sono sicura. Ci spero proprio in questo posto che vado a vedere domattina. Si direbbe la casa che
abbiamo sempre desiderato.
- S. Speriamo sia cos.
- Potresti dimostrare un po' pi di entusiasmo. Potrebbe essere la svolta della nostra vita.
Feci spallucce e continuai a camminare. Il cinema era ancora abbastanza lontano, ma essendo in
pratica l'unico edificio illuminato della strada buia, gi da un pezzo aveva attirato i nostri sguardi. Poi,
quando fummo pi vicini, Sophie sospir e si ferm.
- Magari io non vengo, - disse, districando il braccio. Domani ho bisogno di parecchio tempo
per vedere la casa. Dovr partire presto.  meglio che me ne vada.
Non so perch, le sue parole mi colsero un po' di sorpresa, e per un secondo non seppi che cosa
risponderle. Guardai prima il cinema, poi di nuovo Sophie.
- Non hai detto che volevi... - cominciai, poi, dopo una pausa, aggiunsi con voce pi calma: -
Senti,  un film molto bello. Sono sicuro che ti piacer.
- Ma se non sai nemmeno che film danno.
Mi balen il pensiero che volesse prendersi gioco di me. Ma stavo cominciando a provare una
strana sensazione di panico, e non potei fare a meno di usare un tono supplichevole.
- Sai cosa voglio dire. Il portiere. Me l'ha raccomandato lui.
Lo conosco, ed  una persona di fiducia. D'altronde l'albergo ha una reputazione da difendere.
Mi sembra poco probabile che consiglino ai clienti... - Le parole mi si spensero sulle labbra, mentre il
panico cresceva e Sophie cominciava ad allontanarsi da me. - Senti, - dissi ad alta voce, senza pi
curarmi che qualcuno potesse sentirmi, - sono sicuro che  un bel film. Ed  cos tanto tempo che non
andiamo al cinema. Ci hai mai pensato?
Quand' l'ultima volta che abbiamo fatto qualcosa insieme?
Sophie parve riflettere sulle mie parole, infine sorrise e torn indietro.
- Va bene, - disse, prendendomi con garbo il braccio. - Va bene.  tardi, ma verr con te. Hai
ragione, sono secoli che non facciamo qualcosa insieme. Abbiamo bisogno di un po' di distrazione.
Provai un gran sollievo, e mentre entravamo nel cinema mi trattenni a stento dall'abbracciarla.
Sophie dovette accorgersene, perch mi pos la testa sulla spalla.
- Sei cos buono, - disse sottovoce, - a non essere arrabbiato con me.
- E perch dovrei essere arrabbiato? - bofonchiai, mentre esaminavo il foyer.
- Poco pi avanti si vedeva la coda di una fila di persone che stavano entrando nella sala. Mi
guardai intorno cercando un posto per comprare i biglietti, ma il botteghino era chiuso, e pensai che ci
fosse un accordo speciale tra l'albergo e il cinema. Fatto sta che, quando Sophie e io chiudemmo la fila,
l'uomo vestito di verde che stava sulla soglia ci sorrise e ci fece entrare come tutti gli altri.
La sala era quasi piena. Le luci non erano ancora spente, e molte persone si aggiravano in cerca
di un posto. Stavo guardando anch'io dove sederci, quando Sophie mi strinse il braccio eccitata.
- Oh, prendiamo qualcosa, - disse. - Un gelato, o dei popcorn...
Mi indic la parte anteriore della sala, dove si era formata una breve fila di fronte a una donna
in uniforme con un vassoio di dolciumi.
- Certamente, - dissi. - Ma dobbiamo sbrigarci, o non troveremo pi posto. La sala 
affollatissima.
Andammo anche noi a unirci alla coda. Ma dopo un momento, mentre ero l che aspettavo,
provai un nuovo impeto di rabbia, tanto che non potei fare a meno di dare le spalle a Sophie. Poi la
sentii dire dietro di me: - Devo essere sincera. Questa sera non sono venuta in albergo per cercare te.
Non sapevo nemmeno che saresti ripassato di l.
- Davvero? - Mi sporsi in avanti per esaminare i dolciumi.
- Dopo quello che era successo, - prosegu Sophie, - voglio dire, quando ho capito che mi ero
comportata come una sciocca, be', non sapevo pi che cosa fare. Poi, improvvisamente, mi sono
ricordata. Del cappotto invernale di pap. Mi sono ricordata che non glielo avevo ancora portato.
Udii un fruscio. Mi girai, e solo allora notai che Sophie aveva sul braccio un grosso fagotto
informe di carta marrone. Lo sollev in aria, ma doveva essere piuttosto pesante, perch subito lo
riabbass.
- Sono stata sciocca, - disse. - Non c'era nessun motivo di agitarsi. Ma vedi, di colpo mi 
sembrato di sentire l'inverno nell'aria. Ho pensato al cappotto e ho voluto portarglielo subito. Cos l'ho
avviluppato in un pezzo di carta e sono uscita.
Ma quando sono arrivata davanti all'albergo la notte era tiepida.
Ho capito che mi ero spaventata per nulla, e non sapevo pi se entrare per darglielo questa sera
oppure no. Cos sono rimasta l fuori, e intanto si faceva sempre pi tardi, finch mi sono resa conto
che a quell'ora pap era sicuramente andato a dormire. Ho pensato di lasciarlo al portiere, ma poi mi 
venuta voglia di darglielo di persona. E stavo dicendomi che intanto non c'era nessuna fretta perch
l'aria era ancora tiepida, quando  arrivata la macchina e ne siete scesi tu e Boris. Ecco, adesso sai la
verit.
- Capisco.
- Altrimenti non so se avrei avuto il coraggio di affrontarti.
Ma ero l, proprio davanti all'albergo, cos ho respirato a fondo e ho telefonato.
- Bene, sono contento che tu l'abbia fatto -. Accennai alla sala. - In fondo  molto tempo che
non andiamo al cinema insieme.
Sophie non rispose, e quando abbassai gli occhi vidi che fissava amorevolmente il pacco che
teneva sul braccio, accarezzandolo con la mano libera.
- Il tempo non cambier ancora per un po', - mormor, parlando pi al cappotto che a me. -
Quindi non c' nessuna fretta.
Possiamo darglielo fra qualche settimana.
Eravamo finalmente arrivati in fondo alla coda, e Sophie mi pass davanti per sbirciare con
impazienza nel vassoio della donna in uniforme.
- Tu che cosa prendi? - mi domand. - Io penso che sceglier una coppetta di gelato. No, un
ricoperto al cioccolato. Uno di questi.
Guardando al di sopra della sua spalla, vidi che il vassoio conteneva il solito assortimento di
gelati e di barrette di cioccolato. Ma stranamente i dolci erano stati ammassati ai margini per fare
spazio a un grosso libro malconcio. Mi chinai a esaminarlo.
- Un manuale molto utile, signore, - disse subito la donna in uniforme. - Glielo raccomando
caldamente. So che non  il posto adatto. Ma il direttore chiude un occhio se di tanto in tanto vendiamo
un oggetto personale, basta non farlo troppo spesso.
Sulla sopraccoperta c'era la fotografia di un uomo sorridente a met di una scala a libro, con un
pennello in mano e un rotolo di carta da parati sotto il braccio. Quando presi il volume in mano, sentii
che la rilegatura si stava sfasciando.
- Veramente apparteneva al mio figlio pi grande, - continu la donna in uniforme. - Ma adesso
 cresciuto e se ne  andato in Svezia. La settimana scorsa mi sono finalmente decisa a fare ordine tra le
sue cose. Ho tenuto tutto ci che mi sembrava avesse un valore affettivo e ho buttato via il resto. Poi
per mi sono capitate tra le mani un paio di cosette che non rientravano in nessuna delle due categorie.
Questo manuale, per esempio, non posso dire che abbia un gran valore affettivo, ma  molto utile: ti
insegna a fare un sacco di lavoretti in casa, come decorare, o piastrellare, ti spiega tutto per gradi, con
disegni molto chiari. Mi ricordo che mio figlio, quand'era piccolo, l'ha trovato utilissimo. So che  un
po' sciupato, ma  davvero un libro indispensabile. Non chiedo molto, signore.
- Magari a Boris piacerebbe, - dissi a Sophie, sfogliando il volume.
- Oh, se avete un figlio piccolo,  il libro che ci vuole.
Posso garantirvelo per esperienza. Per il nostro  stato una miniera di informazioni. Ti spiega
tutto, come dipingere, come mettere le piastrelle.
Le luci cominciarono ad abbassarsi, e io mi ricordai che dovevamo ancora cercarci un posto.
- Va bene, lo prendo, - dissi.
Mentre pagavo, la donna si profuse in ringraziamenti, poi ce ne andammo con il libro e i nostri
gelati.
- Sei gentile a interessarti cos di Boris, - disse Sophie mentre risalivamo il corridoio centrale.
Poi sollev di nuovo il pacco e se lo strinse al petto, facendo frusciare la carta.
- Non so come pap abbia potuto passare l'ultimo inverno senza un cappotto come si deve, -
disse. - Ma era troppo orgoglioso per portare quello vecchio. L'anno scorso non faceva molto freddo,
per fortuna. Ma non pu passare un altro inverno cos.
- No di certo.
- Io non sono una sentimentale. So che pap sta invecchiando. E ho gi pensato a tutto. Per
esempio, a quando andr in pensione.
 inutile nascondersi che sta invecchiando -. Poi aggiunse sottovoce: - Questo glielo do fra un
paio di settimane. Dovrebbe bastare.
Le luci avevano continuato ad abbassarsi, e il pubblico si era zittito in attesa dello spettacolo.
Mi accorsi che la sala era ancora pi affollata di prima e temetti di avere aspettato troppo a cercare un
posto. Poi per, mentre calava l'oscurit, ci venne incontro una maschera, che ci mostr con la torcia
due poltrone libere vicino allo schermo. Borbottando qualche scusa, Sophie e io strisciammo di
traverso lungo la fila e ci sedemmo nel preciso istante in cui cominciava il fuori programma.
Le pubblicit erano quasi tutte di aziende locali, e mi parvero interminabili. Quando finalmente
cominci lo spettacolo vero e proprio, eravamo seduti da almeno mezz'ora; vidi con sollievo che il film
era un classico della fantascienza, v2001: Odissea nello spazio,v uno dei miei preferiti, che non mi
stancher mai di rivedere. Non appena sullo schermo comparvero le impressionanti immagini di
apertura di un mondo preistorico, provai una sensazione di rilassamento, e presto mi calai
piacevolmente nel film. Eravamo nel bel mezzo della storia, con Clint Eastwood e Yul Brynner a bordo
dell'astronave diretta verso Giove, quando accanto a me udii Sophie che diceva: - Ma il tempo pu
cambiare. Cos, quando meno te l'aspetti.
Pensai si riferisse al film e borbottai che ero d'accordo con lei. Ma qualche minuto dopo Sophie
ricominci: - L'anno scorso ha fatto un bell'autunno soleggiato, proprio come adesso. Un autunno
lunghissimo. La gente prendeva il caff nei bar all'aperto ancora a novembre. Poi di colpo, quasi da un
giorno all'altro,  arrivato il freddo. Magari succede cos anche quest'anno. Non si pu mai sapere, no?
- No, penso di no -. Ormai avevo capito che ce l'aveva ancora con il cappotto.
- Ma non c' fretta, - mormor Sophie.
Quando le gettai un'occhiata, mi parve che stesse di nuovo guardando il film. Mi girai anch'io
verso lo schermo, ma pochi secondi dopo, nell'oscurit del cinema, cominciarono a tornarmi alla mente
certi frammenti di ricordo, e la mia attenzione fu nuovamente distolta dal film.
Con grande vividezza mi rividi seduto in una poltrona scomoda, forse sporca. Probabilmente
era mattina, una mattina grigia e opaca, e davanti a me avevo un giornale. Boris era l vicino, sdraiato a
pancia in gi sul tappeto, e disegnava su un album con un pastello a cera. Dall'et del bambino - che era
ancora molto piccolo - dedussi che la scena risaliva a sei o sette anni prima, anche se non ricordavo n
in quale stanza, n in quale casa, si fosse svolta. La porta che comunicava con la camera accanto era
stata lasciata spalancata, e si sentiva un chiacchiericcio di voci femminili.
Per un po' avevo continuato a leggere il giornale nella mia scomoda poltrona, finch qualcosa in
Boris - un sottile mutamento del suo contegno o della sua posizione - mi aveva fatto abbassare gli occhi
su di lui. E in un baleno mi ero reso conto di ci che stava avvenendo davanti a me. Boris era riuscito a
disegnare un Superman perfettamente riconoscibile. Erano settimane che ci provava, ma nonostante i
nostri incoraggiamenti i suoi scarabocchi non avevano mai la minima somiglianza. Adesso invece,
forse per quella miscela di fortuna e di reali progressi cos frequente nell'infanzia, ce l'aveva
improvvisamente fatta. Anche se lo schizzo non era finito - la bocca e gli occhi erano incompleti - mi
ero subito reso conto che il disegno rappresentava un immenso trionfo per lui. Gli avrei senza dubbio
detto qualcosa, se in quel momento non l'avessi visto chino sul foglio in uno stato di grande tensione,
con il pastello a mezz'aria. Era evidente che esitava a rifinire il disegno per timore di rovinarlo. Sentivo
acutamente il suo dilemma, e avrei voluto esclamare ad alta voce: - Fermati, Boris. Basta cos.
Fermati l e fa vedere a tutti quello che hai fatto. Fallo vedere a me, poi a tua madre, poi alla
gente che chiacchiera di l. Che cosa importa se non  finito? Tutti resteranno a bocca aperta e saranno
fierissimi di te. Fermati adesso, prima di guastare tutto -. Ma non avevo detto niente, ed ero rimasto a
osservarlo nascosto dietro il giornale. Alla fine Boris, vinte le esitazioni, aveva cominciato ad
aggiungere qualche tocco con grande prudenza. Poi, acquistando fiducia, si era curvato sul foglio e si
era messo a usare il pastello quasi con temerariet.
Un attimo dopo si era fermato di botto, fissando il foglio in silenzio. Poi - e ancora adesso mi
sentii invadere dall'angoscia - lo avevo visto compiere un tentativo per salvare il suo disegno,
aggiungendo altro colore. Alla fine sulla sua faccia era comparsa un'espressione di disappunto, e Boris,
lasciato cadere il pastello sul foglio, si era alzato ed era uscito dalla stanza senza dire una parola.
L'intero episodio mi aveva turbato pi di quanto mi aspettassi, e stavo ancora cercando di
dominare la commozione, quando la voce di Sophie, a due passi da me, aveva detto: - Ma dove ce l'hai
il cuore?
Avevo abbassato il giornale, colpito dall'acredine del suo tono. Sophie era nella stanza e mi
fissava. Poi aveva detto: - Tu non sai che cosa ho provato osservando la scena. Tu non proverai mai
nulla di simile. Ma guardati, leggi il giornale e non pensi ad altro -. Poi aveva abbassato la voce,
conferendole ancora maggiore intensit: - C' poco da fare,  diverso! Boris non  tuo. Checch tu ne
dica,  diverso. Non gli vorrai mai bene come un vero padre. Ma guardati! Tu non sai che cosa ho
provato.
Detto questo, aveva girato sui tacchi e si era dileguata.
Avevo pensato di seguirla, infischiandomene dei visitatori della stanza accanto, e di riportarla
indietro per parlarle. Ma alla fine avevo preferito restare dov'ero e aspettare che fosse lei a tornare. E
infatti, pochi minuti dopo, Sophie era ricomparsa, ma qualcosa nel suo atteggiamento mi aveva
impedito di parlarle, e lei era uscita di nuovo. A dire il vero, nella successiva mezz'ora Sophie era
entrata e uscita dalla camera parecchie altre volte, ma sempre, per quanto risoluto a manifestarle i miei
sentimenti, ero rimasto zitto. Alla fine mi ero reso conto che la possibilit di affrontare l'argomento
senza apparire ridicolo era svanita, cos ero tornato al mio giornale, profondamente offeso e avvilito.
- Mi scusi, - disse una voce dietro di me, mentre una mano mi sfiorava una spalla. Girandomi
vidi un signore che si chinava in avanti studiandomi attentamente.
- Lei  il signor Ryder, vero? Santo cielo,  proprio lei. La prego di scusarmi, sono qui da un
pezzo ma non l'avevo riconosciuta. C' cos poca luce. Mi chiamo Karl Pedersen. Non vedevo l'ora di
conoscerla, questa mattina. Ma naturalmente i soliti imprevisti le hanno impedito di partecipare al
ricevimento. E adesso, neanche a farlo apposta, la incontro qui.
L'uomo aveva i capelli bianchi, gli occhiali e un volto affabile. Mi girai leggermente verso di
lui.
- Ah, s, il signor Pedersen. Sono molto lieto di fare la sua conoscenza. Come dice,  stato un
vero peccato per questa mattina. Anch'io ero ansioso di, ehm, incontrarvi tutti.
- Per combinazione, in questo momento ci sono parecchi altri consiglieri qui al cinema, tutti
spiaciutissimi del disguido di questa mattina -. Pedersen si guard intorno nell'oscurit. - Se riesco a
scoprire dove sono seduti, mi piacerebbe portarla a conoscerne almeno un paio -. Si gir e allung il
collo per scrutare le file alle sue spalle. - Purtroppo in questo momento non ne vedo nessuno...
- Naturalmente sarei lietissimo di conoscere i suoi colleghi.
Ma adesso  piuttosto tardi, e se stanno guardando il film, forse  meglio che rimandiamo a
un'altra volta. Sono sicuro che le occasioni non mancheranno.
- In questo momento non vedo nessuno, - ripet Pedersen, voltandosi di nuovo verso di me. -
Che peccato. So che sono da qualche parte nel cinema. Comunque, signor Ryder, in qualit di membro
del consiglio comunale, mi consenta di dirle quanto siamo felici e onorati della sua visita.
- Molto gentile.
- Tutti dicono che questo pomeriggio il signor Brodsky ha fatto grandi progressi all'auditorium.
Tre o quattro ore di prove ininterrotte.
- S, ho sentito. Magnifico.
- Mi domandavo se oggi  riuscito a visitare il nostro palazzo dei concerti, signor Ryder.
- Il palazzo dei concerti? Be' no. Purtroppo non ne ho ancora avuto modo...
- Mi rendo conto, dopo un viaggio cos lungo. Be', c' tutto il tempo. Sono sicuro che il nostro
auditorium le far una splendida impressione, signor Ryder.  davvero un bel palazzo d'altri tempi, e
anche se in questa citt abbiamo lasciato andare in sfacelo molte cose, nessuno pu accusarci di
trascurarlo. Un vecchio palazzo bellissimo, nella meravigliosa cornice del Parco Liebmann. Vedr con i
suoi occhi, signor Ryder. Una piacevole passeggiata tra gli alberi, poi si arriva in una radura, ed ecco il
palazzo dei concerti! Vedr, vedr. Un luogo ideale, dove la comunit pu riunirsi lontano dal
trambusto delle strade. Ricordo che in citt, quando ero bambino, c'era un'orchestra, e la prima
domenica di ogni mese tutti si riunivano nella radura prima del concerto. Ricordo l'arrivo delle diverse
famiglie, tutte in abiti eleganti, e le frotte di persone che sbucavano dal bosco e si salutavano a vicenda.
Noi bambini scorrazzavamo dappertutto.
D'autunno facevamo un gioco un po' particolare. Andavamo di qui e di l a raccogliere tutte le
foglie che trovavamo per terra, e correvamo ad ammucchiarle contro la baracca del giardiniere. Sul
muro della baracca c'era un'asse alta pi o meno cos con una macchia. Bisognava raccogliere foglie a
sufficienza perch il mucchio arrivasse all'altezza della macchia prima che gli adulti cominciassero a
entrare nell'auditorium. Se non ce l'avessimo fatta, l'intera citt sarebbe esplosa in un milione di pezzi.
E noi tutti l, a correre avanti e indietro, con le braccia piene di foglie fradicie!  facile che le persone
della mia et diventino nostalgiche, signor Ryder, ma non ci sono dubbi, questa una volta era una
comunit molto felice. C'erano famiglie numerose e felici, qui da noi. E amicizie che duravano
davvero.
La gente si trattava con calore e affetto. Che magnifica comunit. E siamo andati avanti cos per
tantissimo tempo. L'anno che viene ne compio settantasei, quindi glielo posso garantire personalmente.
Pedersen tacque per un momento. Era ancora chino in avanti, con il braccio sullo schienale
della mia poltrona, e quando lo guardai in faccia vidi che i suoi occhi non fissavano lo schermo ma un
punto lontano del passato. Nel frattempo ci stavamo avvicinando alla parte del film in cui gli astronauti
cominciano a sospettare di H.A.L., il calcolatore che regola ogni particolare della vita a bordo della
nave spaziale. Clint Eastwood si stava aggirando furtivo negli angusti corridoi, con la faccia scavata e
una pistola a canna lunga. Stavo di nuovo appassionandomi al film, quando Pedersen riprese a parlare.
- Sinceramente, non posso fare a meno di compatirlo un po'. Il signor Christoff, intendo. S, per
quanto possa sembrarle strano, lo compatisco. L'ho detto a un paio di colleghi, e loro avranno pensato,
oh, il vecchio Pedersen sta rimbambendo, come si fa a provare un briciolo di piet per quel ciarlatano?
Ma vede, io ho una memoria migliore di tanti altri. Ricordo come sono andate le cose quando il signor
Christoff  arrivato la prima volta in questa citt. Naturalmente sono furioso con lui non meno dei miei
colleghi. Ma vede, io so che agli inizi, proprio agli inizi, non  stato il signor Christoff a farsi avanti.
No, no, siamo stati... be', siamo stati noi a spingerlo. Voglio dire le persone come me, che, non lo nego,
avevano una notevole influenza. L'abbiamo incoraggiato. L'abbiamo esaltato e adulato, gli abbiamo
fatto capire che volevamo da lui lumi e sostegno.
Almeno parte della responsabilit di ci che  accaduto  nostra.
I miei colleghi pi giovani, forse, non erano ancora molto presenti in quei primi anni. Vedono
nel signor Christoff solo il dominatore che ha finito con l'attirare su di se ogni attenzione.
Dimenticano che lui non ha mai chiesto di essere messo sul piedistallo. Oh, s, ricordo
perfettamente quando il signor Christoff  arrivato in citt. Era molto giovane, allora, schivo, senza
pretese, persino modesto. Sono sicuro che, se nessuno lo avesse incoraggiato, si sarebbe accontentato di
restare nell'ombra, dando di tanto in tanto un concerto a un ricevimento privato, nient'altro. Colpa del
momento, signor Ryder. Un momento infelice. Quando il signor Christoff  arrivato in citt, stavamo
attraversando, come dire, una specie di vuoto. Il signor Bernd, il pittore, e il signor Vollmller, un
ottimo compositore, che per lungo tempo avevano governato la nostra vita culturale, erano entrambi
morti a pochi mesi l'uno dall'altro, e c'era una certa sensazione di... be', di instabilit. Il trapasso di due
cos eccellenti persone ci aveva molto rattristati, ma credo che tutti fossero anche coscienti che
finalmente si presentava la possibilit di un cambiamento. La possibilit di qualcosa di nuovo e di
fresco. Per quanto nessuno potesse lamentarsi, era inevitabile che, dopo cos tanti anni di indiscussa
preminenza di quei due signori, si fossero create certe insoddisfazioni.
Dunque, quando si  sparsa la voce che lo straniero a pensione dalla signora Roth era un
violoncellista di professione, che aveva suonato con l'Orchestra Sinfonica di Gteborg e parecchie
volte sotto la direzione di Kazimierz Studzinski, be', pu immaginare l'eccitazione. Anch'io ho
partecipato attivamente alla sua accoglienza, e ricordo come sono andate le cose. Ricordo anche che in
principio il signor Christoff era una persona schiva. Anzi, con il senno di poi, addirittura insicura.
Molto probabilmente era reduce da qualche fiasco. Ma noi l'abbiamo circondato di attenzioni, abbiamo
insistito per conoscere la sua opinione su tutto, s,  cos che  cominciato. Ricordo di avere fatto
anch'io la mia parte per strappargli l'assenso al primo concerto. Lui era sinceramente riluttante. Quel
primo concerto doveva essere un avvenimento per pochi, in casa della Contessa.
Solo due giorni prima della data prevista, quando  stato chiaro che moltissima gente voleva
parteciparvi a tutti i costi, la Contessa  stata costretta a spostare la sede nella Galleria Holtmann. Da
allora i concerti di Christoff... ne esigevamo almeno uno ogni sei mesi... si sono tenuti nel palazzo che
le dicevo, e sono diventati il nostro grande argomento di discussione, anno dopo anno. Ma agli inizi
Christoff era riluttante. Non solo quella prima volta. Abbiamo dovuto continuare a insistere per
parecchio tempo. Poi naturalmente le lodi, gli applausi e le adulazioni hanno compiuto la loro opera, e
presto Christoff ha cominciato a pavoneggiarsi e a imporre le sue idee. Qui sono sbocciato, - lo si
sentiva dire spesso a quei tempi. - Da quando sono qui, sono sbocciato. Vede, io dico che siamo stati
noi a spingerlo. E adesso lo compatisco sul serio, anche se suppongo di essere l'unico in citt. Come
avr notato, c' molta rabbia nei suoi confronti. Io non mi nascondo la gravit della situazione, signor
Ryder. So che occorre essere spietati. La nostra citt  vicina al collasso. C' un estremo e diffuso
disagio. Da qualche parte, se si vogliono sistemare le cose, bisogna pur cominciare, e allora tanto vale
partire dal centro. Dobbiamo essere spietati, e per quanto compatisca Christoff, mi rendo conto che non
ci sono altre soluzioni. Ormai quell'uomo, e con lui tutto ci che egli ha finito con il rappresentare, va
sepolto in un angolo buio della nostra storia.
Sebbene fossi ancora leggermente girato verso di lui per dimostrargli che non avevo smesso di
ascoltare, la mia attenzione era stata nuovamente attirata dal film. Clint Eastwood, con il volto rigato di
lacrime, stava parlando in un microfono alla moglie rimasta sulla terra. Mi accorsi che ci stavamo
avvicinando alla famosa scena in cui Yul Brynner entra nella stanza e mette alla prova la velocit di
Eastwood nell'estrarre la pistola battendogli le mani davanti al volto.
- Mi scusi, - dissi, - ma quanti anni fa  arrivato il signor Christoff?
Feci questa domanda quasi sovrappensiero, dato che almeno met della mia attenzione era
rivolta allo schermo. Continuai persino a guardare il film per due o tre minuti prima di accorgermi che
alle mie spalle Pedersen aveva chinato il capo in un atteggiamento di profonda vergogna. Sentendo di
nuovo il mio sguardo su di s, il consigliere sollev gli occhi e disse: - Ha tutte le ragioni, signor
Ryder. Tutte le ragioni di sgridarci. Diciassette anni e sette mesi sono un'eternit. Un errore come il
nostro potevano farlo tutti, ma  inammissibile averci messo tutto questo tempo a correggerlo. Mi
rendo conto di che cosa pu pensare un osservatore esterno, qualcuno come lei, signor Ryder, e mi lasci
dire che provo una gran vergogna. Non cerco giustificazioni. C' voluta un'eternit per ammettere il
nostro errore. Non per vederlo, questo credo di no. Ma per confessarlo, anche solo a noi stessi; questo
s che  stato difficile e ha richiesto molto tempo. Vede, eravamo legati a doppio filo con il signor
Christoff. Quasi ogni consigliere, prima o poi, l'aveva invitato a casa sua. Gli era sempre stato riservato
un posto accanto al signor von Winterstein al Banchetto Annuale della citt. La sua fotografia era
comparsa sulla copertina del nostro almanacco. Gli era stato chiesto di scrivere l'introduzione per il
catalogo della Mostra di Roggenkamp. E non finiva l. C'era di peggio. Per esempio l'infelice caso del
signor Liebrich. Ah, ma mi scusi, mi sembra di avere visto il signor Kollmann laggi -. Pedersen
allung di nuovo il collo, guardando verso il fondo del cinema. - S,  proprio il signor Kollmann, e con
lui, se non sbaglio,  cos difficile capire con questa luce, c' il signor Schaefer. Questa mattina, al
ricevimento di benvenuto, c'erano tutti e due, e so che sarebbero felicissimi di conoscerla. E poi, sono
sicuro che hanno molto da dire sull'argomento della nostra conversazione. Le spiace se facciamo un
salto da loro?
- Ne sarei onorato. Ma mi stava dicendo...
- Ah, s,  vero. L'infelice caso del signor Liebrich. Vede, per molti anni, prima che arrivasse il
signor Christoff, Liebrich era stato uno dei nostri maestri di violino pi rispettati.
Insegnava ai figli delle famiglie pi in vista. Era ammiratissimo. Ebbene, poco dopo il primo
concerto, qualcuno ha chiesto a Christoff un'opinione su Liebrich, e lui ha fatto sapere che non gli
piacevano n il suo modo di suonare, n i suoi metodi di insegnamento. E quando Liebrich  morto
qualche anno fa, aveva ormai perso tutto. Gli allievi, gli amici, la posizione sociale. Questo  solo il
primo caso che mi viene in mente.
Capisce l'enormit di dover riconoscere che sin dall'inizio ci eravamo sbagliati sul conto del
signor Christoff? S, siamo stati deboli, lo riconosco. E poi, allora non immaginavamo che le cose
potessero deteriorarsi fino a questo punto. La gente, nell'insieme, sembrava ancora felice. Gli anni
scivolavano via, e se qualcuno di noi aveva dei dubbi li teneva per s. Ma non voglio difendere la
nostra negligenza, signor Ryder, nemmeno per un secondo. E io, dato che gi allora facevo parte del
consiglio comunale, so di essere colpevole quanto gli altri. Alla fine, e provo una gran vergogna ad
ammetterlo, alla fine  stata la gente di questa citt, la gente comune, che ci ha messo di fronte alle
nostre responsabilit. S, la gente comune, pur conducendo ormai una vita sempre pi miseranda, era
un bel po' pi avanti di noi.
Ricordo il preciso istante in cui me ne sono reso conto.  successo tre anni fa, mentre tornavo a
casa dopo l'ultimo concerto di Christoff; ricordo che aveva suonato il vGrottesco per violoncello e tre
flautiv di Kazan. Faceva molto freddo, e stavo attraversando di buon passo il Parco Liebmann, avvolto
nell'oscurit, quando poco pi avanti ho visto il signor Kohler, il farmacista. Sapevo che anche lui era
stato al concerto, cos l'ho raggiunto e abbiamo cominciato a chiacchierare. In principio sono stato
attento a tenere per me i miei pensieri, ma alla fine gli ho domandato se il concerto di Christoff gli
fosse piaciuto.
S, ha risposto il signor Kohler. Ma il modo in cui l'ha detto non deve avermi convinto, perch
ricordo che dopo qualche istante gli ho ripetuto la domanda. Questa volta Kohler ha detto s, che gli era
piaciuto, ma che forse l'esecuzione di Christoff era stata un po' schematica. S, ha proprio usato la
parola schematica. Come pu immaginare, signor Ryder, ho riflettuto attentamente prima di parlare
di nuovo. Ma alla fine ho deciso di abbandonare ogni cautela e ho detto: Signor Kohler, sono
sostanzialmente d'accordo con lei. L'esecuzione  stata un po' asciutta. Al che il signor Kohler ha
osservato che il primo aggettivo che gli era venuto in mente era fredda. Davanti all'ingresso del
parco ci siamo augurati la buona notte e ci siamo separati. Ma ricordo che quella notte non ho quasi
dormito, signor Ryder. Ormai era la gente comune, erano i cittadini per bene come il signor Kohler che
manifestavano simili opinioni.
Evidentemente la finzione non poteva pi reggere. Era ora che tutti noi che ci trovavamo in una
posizione di prestigio ammettessimo il nostro errore, anche se le conseguenze sarebbero state terribili.
Ah, ma mi scusi, quello seduto accanto al signor Kollmann  proprio il signor Schaefer. Sono sicuro
che hanno tutti e due un'opinione interessante su quanto  accaduto.
Essendo di una generazione successiva alla mia, vedranno le cose in una prospettiva
leggermente diversa. E poi, so quanto tenessero questa mattina a conoscerla. Andiamo da loro, se non
le spiace.
Pedersen si alz in piedi, e io seguii con lo sguardo la sua figura china che strisciava lungo la
fila mormorando scuse.
Giunto in fondo, si raddrizz e mi fece cenno. Per quanto seccato, capii che non mi restava che
raggiungerlo. Mi alzai e cominciai a dirigermi anch'io verso il corridoio. Mi accorsi cos che nel
cinema regnava un'atmosfera quasi festosa. La gente si scambiava battute e brevi osservazioni mentre
guardava il film.
Nessuno sembrava minimamente disturbato dal mio passaggio. Anzi, mi parve che gli spettatori
rannicchiassero le gambe di lato o saltassero in piedi con grande zelo. Qualcuno si rovesci addirittura
all'indietro sul sedile, restando l a squittire allegramente con i piedi per aria.
Non appena fui nel corridoio, Pedersen si avvi su per la rampa di moquette. Poi, giunto nei
pressi delle ultime file, si ferm e, facendosi da parte, mi disse: - Dopo di lei, signor Ryder.
9.
E di nuovo mi intrufolai fra le gambe della gente, questa volta seguito da Pedersen, che
bisbigliava scuse per tutti e due. In breve arrivammo dove un gruppetto di uomini formava una specie
di capannello. Impiegai un momento a capire che stavano giocando a carte; quelli della fila dietro erano
chini in avanti, quelli della fila davanti si sporgevano all'indietro. Vedendoci arrivare, tutti alzarono gli
occhi, e quando Pedersen mi present, si sollevarono a met dalle loro poltrone. Si risedettero solo
quando mi fui comodamente sistemato in mezzo a loro ed ebbi cominciato a stringere le numerose
mani che spuntavano dall'oscurit.
Il tizio pi vicino indossava una giacca, ma aveva il colletto della camicia sbottonato e la
cravatta allentata. Sapeva di whisky, e notai che stentava a mettermi a fuoco. Il suo compagno, che
faceva capolino dietro la sua spalla, era magro, con una faccia curiosamente piena di lentiggini;
sembrava pi sobrio, ma anche lui aveva allentato il nodo della cravatta. Non ebbi il tempo di osservare
il resto della combriccola, perch l'ubriaco mi strinse la mano una seconda volta e disse: - Spero che il
film le piaccia, signor Ryder.
- Molto.  uno dei miei preferiti.
- Ah. Be', allora  una bella fortuna che lo diano questa sera.
S, piace anche a me. Un classico. A proposito, vuole prendere il mio posto? - E cos dicendo,
l'ubriaco mi mise le sue carte davanti al naso.
- No grazie. Anzi, vi prego di non interrompere la partita per colpa mia.
- Stavo raccontando al signor Ryder, - s'intromise Pedersen alle mie spalle, - che qui, una volta,
si viveva molto meglio di oggi. Sono sicuro che persino voi che siete pi giovani di me potete
confermarglielo...
- Oh, s, i bei tempi, - disse l'ubriaco con aria sognante. Oh, s, si stava bene nella nostra citt, ai
bei tempi.
- Theo sta pensando a Rosa Klenner, - disse l'uomo con le lentiggini dietro di lui, suscitando
una risata generale.
- Stupidaggini, - protest l'ubriaco. - E piantala di mettermi in imbarazzo davanti al nostro
illustre ospite.
- Invece s, invece s, - continu l'amico. - A quei tempi Theo era innamorato pazzo di Rosa
Klenner. Vale a dire dell'attuale signora Christoff.
- Non sono mai stato innamorato di lei. E poi, ero gi sposato.
- Questo non fa che rendere la storia ancora pi lacrimosa, Theo. Oh, s, ancora pi lacrimosa.
- Tutte stupidaggini.
- Theo, - disse un'altra voce dalla fila posteriore, - ricordo che ci facevi una testa cos quando ci
parlavi di Rosa Klenner.
- Allora non sapevo ancora com'era fatta.
- Ti piaceva proprio perch era fatta cos, - continu la voce.
- Sei sempre corso dietro alle donne che non ti degnavano di uno sguardo.
- C' qualcosa di vero, in questo, - disse l'uomo con le lentiggini.
- Non c' proprio niente di vero...
- No, lascia che spieghi al signor Ryder -. L'uomo con le lentiggini mise una mano sulla spalla
dell'amico ubriaco e si sporse verso di me. - L'attuale signora Christoff, che spesso noi chiamiamo
ancora Rosa Klenner,  una ragazza di qui, una di noi, cresciuta in mezzo a noi. Ancora oggi  una
donna molto bella, e allora, be', ci aveva stregati tutti. Era bellissima ma terribilmente scostante.
Lavorava alla Galleria Schlegal, che adesso non c' pi. Se ne stava l, dietro una scrivania; a fare la
sorvegliante, in pratica. La potevi trovare il marted e il gioved...
- Marted e venerd, - lo interruppe l'ubriaco.
- Mi scusi. Marted e venerd. Figuriamoci se Theo non se ne ricorda! Lui la frequentava la
galleria, che poi era solo una saletta con le pareti imbiancate. Ci andava in continuazione e fingeva di
guardare i quadri.
- Stupidaggini...
- Non eri l'unico, vero, Theo? Avevi un mucchio di rivali.
Jrgen Haase. Erich Brull. Persino Heinz Wodak. Tutti visitatori regolari.
- E Otto Rscher, - disse Theo con nostalgia. - Era sempre l.
- Anche lui? Eh, Rosa aveva un macchio di ammiratori.
- Non le ho mai rivolto la parola, - disse Theo. - Tranne una volta, quando le ho chiesto un
catalogo.
- Gi quando eravamo poco pi che ragazzini, - continu l'uomo con le lentiggini, - avevamo
capito che Rosa giudicava tutti i maschi locali indegni di lei. Si era fatta la fama di respingere i
pretendenti nelle maniere pi crudeli. Per questo i poveretti come il nostro Theo, molto saggiamente,
non le rivolgevano mai la parola. Ma ogni volta che un personaggio famoso, che so, un pittore, un
musicista, uno scrittore o qualcuno del genere, visitava la citt, Rosa gli dava la caccia senza il minimo
pudore. Visto che faceva sempre parte di questo o di quel comitato, aveva la possibilit di avvicinare
quasi tutte le celebrit di passaggio. Riusciva a infilarsi nei ricevimenti, e dopo mezz'ora aveva gi
stretto l'ospite in un angolo, e gli parlava e parlava fissandolo negli occhi. Naturalmente correvano
molte voci, sul suo comportamento sessuale, intendo, ma nessuno  mai riuscito a provare niente. Stava
molto attenta, la nostra Rosa. Ma da come si buttava sugli ospiti illustri, non potevi dubitare che
qualcuno se lo portasse a letto. Sicuramente, bella com'era, ne conquistava molti. Noi, invece, non ci
guardava nemmeno.
- Hans Jongboed ha sempre giurato di avere avuto una relazione con lei, - s'intromise l'uomo
chiamato Theo. Questa uscita provoc grandi risate, e parecchie voci, intorno a noi, ripeterono in tono
beffardo: - Hans Jongboed! - Pedersen, invece, fremeva imbarazzato.
- Vi prego, - esord. - Il signor Ryder e io stavamo discutendo...
- Io non le ho mai rivolto la parola. Tranne quella volta. Per chiederle un catalogo.
- Su, Theo, non pensarci pi -. L'uomo con le lentiggini diede una pacca all'amico, che per il
colpo insacc leggermente le spalle. - Non pensarci pi. Guarda ora in che guaio si trova.
Theo sembrava perso nei suoi pensieri. - Rosa era cos in tutto, - disse. - Non solo per quel che
riguarda l'amore. Aveva tempo solo per gli artisti, anzi, solo per la crema del mondo dell'arte. Non c'era
altro modo di ottenere il suo rispetto. Era antipatica a tutti. Gi molto tempo prima di sposare Christoff
era antipatica a tutti.
- Se non fosse stata cos bella, - disse l'uomo con le lentiggini rivolgendosi a me, - l'intera citt
l'avrebbe odiata.
Invece, c'era sempre qualcuno come Theo pronto a lasciarsi stregare da lei. In ogni caso, un
giorno  arrivato Christoff. Un violoncellista di professione, per giunta con un curriculum di tutto
rispetto! Rosa si  fatta sotto senza alcun ritegno.
Sembrava che non le importasse affatto quello che avremmo potuto pensare di lei. Sapeva ci
che voleva e gli ha dato la caccia in maniera implacabile. Spaventoso, ma in un certo senso
ammirevole.
Christoff si  lasciato ammaliare e l'ha sposata dopo meno di un anno. Era l'uomo che Rosa
aspettava da tanto tempo. Be', mi auguro che abbia avuto il suo tornaconto. Sedici anni di matrimonio.
Non deve essere stato male. Ma adesso? Christoff  un uomo finito. E Rosa che cosa far?
- Oggi non troverebbe lavoro neppure in una galleria, - disse Theo. - Per troppo tempo ci ha
offesi. Per troppo tempo ci ha feriti nel nostro orgoglio. Qui ha chiuso, n pi n meno di Christoff.
- C' chi sostiene, - disse l'uomo con le lentiggini, - che Rosa lascer la citt con Christoff e non
lo pianter fino a quando non saranno ben sistemati altrove. Ma il nostro signor Dremmler, - e cos
dicendo indic una persona seduta nella fila davanti a noi, -  convinto che Rosa rester qui.
Sentendo fare il suo nome, l'uomo si gir. Evidentemente aveva seguito la discussione, perch
subito disse con una certa autorit: - Non dovete dimenticare che Rosa Klenner ha un carattere
estremamente pauroso. Io andavo a scuola con lei, facevamo lo stesso anno. Le ha sempre avute, queste
paure; sono la sua dannazione. Anche se la nostra citt non  degna di lei, Rosa  troppo timorosa per
andarsene. Non vi siete mai accorti che, con tutte le sue ambizioni, non ha mai tentato di lasciarci?
Molta gente non lo nota, questo lato del suo carattere, ma  innegabile. Per questo sono pronto a
scommettere che rester.
Rester e ritenter la sorte qui. Sperer di accalappiare qualche altra celebrit di passaggio. In
fondo, per l'et che ha,  ancora una donna molto bella.
Una voce stridula disse: - Magari prover con Brodsky.
L'uscita provoc la risata pi fragorosa che ci fosse stata fino a quel momento.
-  possibilissimo, - continu la voce in tono fintamente offeso. - D'accordo, Brodsky  vecchio,
ma neppure Rosa  di primo pelo. E poi, qui da noi c' forse qualcun altro degno di lei? - Ci fu una
nuova esplosione di risate, che incit la voce a continuare. - Brodsky  la soluzione migliore che le
resta. Io per primo gliela consiglierei. In qualsiasi altro caso, Rosa si porterebbe dietro tutto il rancore
che la citt prova in questo momento nei confronti di Christoff. Ma se dovesse diventare l'amante di
Brodsky, o addirittura sua moglie, be', quale modo migliore per cancellare il suo passato con Christoff?
Tra l'altro, potrebbe continuare nella sua... nella sua attuale posizione.
Ormai intorno a noi ridevano tutti. Persino le persone sedute tre file pi avanti si giravano e
davano libero sfogo alla loro ilarit. Accanto a me, Pedersen si schiar la gola.
- Signori, vi prego, - disse. - Mi deludete. Che cosa penser il signor Ryder? Continuate a
parlare del signor Brodsky... il signor Brodsky, mi raccomando... continuate a parlare di lui come ai
vecchi tempi. E vi date la zappa sui piedi. Il signor Brodsky non  pi una macchietta. Qualunque cosa
si pensi dei suggerimenti del signor Schmidt per il futuro della signora Christoff, il signor Brodsky non
, in nessun caso, un argomento faceto...
- La ringraziamo di essere venuto, signor Ryder, - lo interruppe Theo. - Ma  troppo tardi. Le
cose sono allo sfascio, ormai  troppo tardi...
- Stupidaggini, Theo, - disse Pedersen. - Siamo a una svolta, a una svolta importante. Il signor
Ryder  venuto qui a dirci questo. Non  vero, signor Ryder?
- S..
-  troppo tardi. Abbiamo perso. Perch non ci rassegniamo a essere semplicemente una delle
tante citt fredde e desolate?
Altri l'hanno fatto. Almeno seguiremmo la corrente. L'anima di questa citt non  malata, signor
Ryder,  morta.  troppo tardi ormai. Dieci anni fa, forse. Allora c'era ancora una possibilit.
Ma ora non pi. Lei, signor Pedersen, - e l'ubriaco punt fiaccamente il dito contro il mio
accompagnatore, - lei, con il signor Thomas e il signor Stika. Siete voi, miei cari signori, che avete
tergiversato...
- Non ricominciamo, Theo, - lo interruppe l'uomo con le lentiggini. - Il signor Pedersen ha
ragione. Non  ancora giunto il momento di rassegnarci. Abbiamo trovato Brodsky... il signor
Brodsky... e per quel che ne sappiamo potrebbe essere...
- Brodsky, Brodsky.  troppo tardi. Ormai siamo finiti.
Rassegniamoci a essere una citt qualsiasi, fredda e moderna, e smettiamola di illuderci.
Sentii la mano di Pedersen sul mio braccio. - Signor Ryder, sono molto spiaciuto...
- Voi avete tergiversato, signor Pedersen! Diciassette anni.
Per diciassette anni avete lasciato che Christoff facesse i suoi porci comodi indisturbato. E che
cosa ci venite a offrire adesso?
Brodsky!  troppo tardi, signor Ryder.
- Sono davvero spiaciuto, - mi disse Pedersen, - che debba ascoltare certi discorsi.
Qualcuno dietro di noi aggiunse: - Theo, sei solo ubriaco e depresso. Domani mattina ti
conviene cercare il signor Ryder per chiedergli scusa.
- Be', - dissi, - a me interessa sentire tutte le campane...
- Ma questa non ha alcun valore! - protest Pedersen. - Le assicuro, signor Ryder, che i
sentimenti di Theo non sono minimamente condivisi dagli abitanti di questa citt. Nelle strade, sui
tram, da per tutto, si nota uno straordinario ottimismo.
Questa affermazione provoc un mormorio di assenso.
- Non gli creda, signor Ryder, - disse Theo, afferrandomi per la manica. - Lei  qui per una
missione priva di senso. Facciamo un rapido sondaggio qui in questo cinema. Proviamo a chiedere a
qualcuno degli spettatori...
- Signor Ryder, - disse Pedersen in fretta, - io torno a casa e mi ritiro per la notte. Il film  molto
bello, ma l'ho gi visto parecchie volte. Immagino che anche lei cominci a essere stanco, vero?
- S, sono stanchissimo. Posso venire via con lei? - Poi, rivolto agli altri, aggiunsi: - Scusatemi,
signori, ma credo che me ne torner in albergo.
- Signor Ryder, - disse in tono premuroso l'uomo con le lentiggini, - non se ne vada proprio
adesso. La prego, resti almeno fino a quando l'astronauta demolisce H.A.L..
- Signor Ryder, - disse una voce qualche poltrona pi in l, non vuole prendere il mio posto?
Per questa sera ne ho abbastanza di giocare. Si fa cos fatica a vedere le carte con questa luce.
E la mia vista non  pi quella di una volta.
- La ringrazio, ma devo proprio andare.
Stavo per dare la buona notte a tutti, quando vidi che Pedersen era gi in piedi e camminava di
sghembo per uscire dalla fila. Lo seguii, e mentre mi allontanavo feci un cenno di saluto con la mano
alla compagnia.
Pedersen era chiaramente sconvolto da ci che era successo, perch anche nel corridoio
continu a camminare in silenzio, a testa china. Prima di uscire dalla sala, gettai un'ultima occhiata allo
schermo e vidi Clint Eastwood che esaminava attentamente il suo gigantesco cacciavite, pronto a
demolire H.A.L..
Fuori la notte - con la sua quiete mortale, il freddo, la nebbia sempre pi fitta - ci offr un tale
contrasto con il tiepido brusio del cinema che ci fermammo tutti e due sul marciapiede come per
ritrovare l'orientamento.
- Signor Ryder, non so che cosa dirle, - esord Pedersen. Theo  un'ottima persona, ma qualche
volta, dopo una cena abbondante... - Il mio accompagnatore scosse la testa avvilito.
- Non si preoccupi. Chi lavora tutto il giorno ha bisogno di scaricare i nervi.  stata una serata
molto piacevole.
- Che vergogna...
- La prego. Non pensiamoci pi. Le assicuro che mi sono divertito.
Ci avviammo, e i nostri passi riecheggiarono nella strada deserta. Per un po' Pedersen mantenne
un silenzio pensieroso. Poi disse: - Deve credermi, signor Ryder. Non abbiamo mai sottovalutato la
difficolt di far accettare un'idea del genere alla nostra comunit. Mi riferisco al signor Brodsky. Le
posso assicurare che ci siamo mossi con notevole cautela.
- S, ne sono certo.
- In principio abbiamo fatto molta attenzione a non dire nulla se non alle persone giuste. Era
fondamentale che nelle fasi iniziali venisse a sapere del progetto solo chi, in linea di massima, poteva
essere d'accordo. Poi, tramite queste persone, abbiamo lasciato che la cosa trapelasse lentamente e
giungesse alle orecchie di tutti. In questo modo abbiamo ottenuto che il progetto venisse presentato
nella luce migliore.
Contemporaneamente, abbiamo preso altri provvedimenti. Per esempio, abbiamo organizzato
una serie di cene in onore del signor Brodsky, scegliendo con cura gli invitati nell'alta societ.
Dapprima si  trattato di cene ristrette e quasi segrete, ma gradualmente siamo riusciti ad allargare la
nostra rete, aumentando il sostegno per la nostra iniziativa. Abbiamo anche fatto in modo che a tutti gli
eventi pubblici di una certa importanza il signor Brodsky fosse visto in compagnia dei pezzi grossi.
Quando  venuto il Balletto di Pechino, per esempio, lo abbiamo messo nello stesso palco dei signori
Weissel. Poi naturalmente tutti, anche in privato, ci siamo impegnati a parlare di lui solo nei termini pi
riguardosi. Ormai sono due anni che lavoriamo con impegno a questo progetto, e nell'insieme siamo
molto soddisfatti. L'immagine di Brodsky  andata nettamente cambiando. Tanto che abbiamo
giudicato fosse giunto il momento di compiere il gran passo. Per questo quel che  successo poco fa 
cos demoralizzante. Quei signori l dentro dovrebbero essere i primi a dare l'esempio. Se loro
ricascano in questo atteggiamento ogni volta che allentano un po' i freni, come possiamo sperare che la
gente comune... - Pedersen scosse di nuovo la testa mentre le parole gli morivano sulle labbra. - Sono
molto deluso. Per me e per lei, signor Ryder.
Pedersen tacque, e dopo una lunga pausa dissi con un sospiro: - Non  facile cambiare
l'opinione pubblica.
Pedersen fece ancora qualche passo in silenzio, poi disse: Deve tenere presente il punto di
partenza. Se esamina le cose sotto questo aspetto, cio considerando il punto di partenza, allora
converr anche lei che abbiamo fatto notevoli progressi.
Cerchi di capire. Il signor Brodsky viveva qui da noi da molto tempo, ma in tutti quegli anni
nessuno l'aveva mai sentito parlare di musica, figuriamoci suonare. S, tutti, vagamente, sapevamo che
nel suo paese d'origine aveva fatto il direttore d'orchestra. Ma non vedendo mai nulla di questo lato
della sua personalit, non pensavamo a lui come a un musicista. Anzi, se devo essere sincero, fino a
poco tempo fa il signor Brodsky si faceva notare solo quando si ubriacava e andava in giro per la citt
barcollando e sbraitando. Per il resto del tempo viveva come un eremita in compagnia del suo cane
dalle parti dell'uscita nord della citt. Be', questo non  del tutto vero; lo vedevamo regolarmente anche
in biblioteca. Due o tre mattine la settimana arrivava l, si sedeva al suo solito posto sotto le finestre e
legava il cane a una gamba del tavolo.  contro il regolamento, portare dentro il cane, ma gi da
parecchio tempo i bibliotecari avevano deciso ch'era pi semplice lasciar correre. Molto pi semplice
che cominciare a litigare con il signor Brodsky. Cos capitava di vederlo l, con il cane ai suoi piedi,
intento a sfogliare la sua pila di libri, sempre gli stessi rigonfi volumi di storia. E se qualcuno in sala
s'azzardava a bisbigliare due parole, o anche solo a salutare un conoscente, il signor Brodsky si
drizzava in piedi e inveiva contro il colpevole. In teoria, naturalmente, aveva ragione. Ma nella nostra
biblioteca non siamo mai stati molto rigidi sul silenzio. In fondo, alla gente piace fare quattro
chiacchiere quando si incontra, come in ogni altro luogo pubblico. E dal momento che il signor
Brodsky infrangeva lui stesso le regole portandosi dentro il cane, non stupisce che il suo
comportamento fosse considerato balzano. Poi per, in certe rare mattine, capitava che fosse di umore
diverso.
All'improvviso, mentre leggeva al suo tavolo, gli veniva un'aria sconsolata. Lo vedevi l, con lo
sguardo perso nel vuoto, qualche volta con gli occhi gonfi di lacrime. In questi casi, la gente sapeva di
poter parlare. In genere qualcuno saggiava il terreno.
E se il signor Brodsky non reagiva, allora in un baleno l'intera sala si metteva a chiacchierare.
La gente  cos malvagia! A volte, in queste occasioni, la biblioteca diventava molto pi rumorosa di
quando il signor Brodsky non c'era. Ricordo che un giorno sono andato a restituire un libro, e mi 
sembrato di entrare in una stazione ferroviaria. Ho dovuto quasi urlare per farmi sentire al banco. E il
signor Brodsky era l, immobile in mezzo a quella baraonda, in un mondo tutto suo. Devo dire che
metteva tristezza guardarlo. La luce del mattino gli dava un aspetto molto fragile. Aveva la goccia al
naso, gli occhi assenti, la mente a mille miglia dalla pagina che stringeva in mano. E mi  parso che ci
fosse un po' di crudelt nell'animazione della sala. Come se la gente stesse approfittando di lui, anche
se non saprei spiegarle in che modo. Ma vede, in un'altra mattina, il signor Brodsky sarebbe stato
capacissimo di zittirli tutti in un amen. Insomma, signor Ryder, quello che sto cercando di dirle  che
per molti anni il signor Brodsky che abbiamo avuto sotto i nostri occhi era questo. Immagino che sia
impossibile sperare che la gente cambi completamente opinione su di lui in un tempo in fin dei conti
piuttosto breve. Abbiamo fatto notevoli progressi, ma come ha potuto vedere lei stesso poco fa... - Di
nuovo l'esasperazione parve sopraffarlo. - Ma loro dovrebbero dimostrare un po' di buon senso, -
borbott Pedersen tra s e s.
Ci fermammo a un incrocio. La nebbia era diventata molto pi fitta, e mi accorsi di avere perso
l'orientamento. Pedersen si guard intorno, poi riprese a camminare, conducendomi in una viuzza con
file di macchine posteggiate sui marciapiedi.
- L'accompagno in albergo, signor Ryder. Per andare a casa mia una strada vale l'altra. Si trova
bene, spero?
- Oh, s. Benissimo.
- Il signor Hoffman gestisce un buon albergo.  un ottimo direttore, e nell'insieme anche
un'ottima persona. Come sapr,  a lui che dobbiamo dire grazie per il... ehm... recupero del signor
Brodsky.
- Ah, s, certamente.
Per un breve tratto le macchine sul marciapiede ci costrinsero a camminare in fila indiana. Poi
ci spostammo in mezzo alla strada, e quando mi riaffiancai a Pedersen vidi che il suo umore era meno
cupo. Mi sorrise e disse: - So che domani andr a casa della Contessa per ascoltare i dischi. Pare che il
nostro sindaco, il signor von Winterstein, voglia raggiungerla l. Non vede l'ora di prenderla in disparte
e di discutere della situazione con lei. Ma la cosa principale, naturalmente, sono quei dischi.
Straordinari!
- S. Non vedo l'ora.
- La Contessa  una donna eccezionale. Pi di una volta ha dimostrato capacit intellettuali cos
straordinarie da farci vergognare di noi stessi. Le chiedo spesso come le sia venuta l'idea. Un
presentimento, - dice sempre. - Mi sono svegliata una mattina con questo presentimento. Che donna!
Poteva essere tutt'altro che facile procurarsi quei dischi. Ma lei ci  riuscita tramite un negoziante
specializzato di Berlino.
Naturalmente allora nessuno di noi ne sapeva niente, e suppongo che se avessimo avuto sentore
del suo progetto ci saremmo messi a ridere. Poi un pomeriggio la Contessa ci ha convocati a casa sua.
Sono passati due anni, due anni, due anni il mese scorso, da quel bellissimo pomeriggio di sole.
Ci siamo riuniti nel suo salotto, tutti e undici, senza la minima idea di quello che ci aspettava.
La Contessa ci ha servito un rinfresco, poi  passata subito al dunque. Da troppo tempo ci
affliggevamo, ha detto. Era giunto il momento di passare all'azione. Di ammettere che ci eravamo
sbagliati e di prendere qualche provvedimento concreto per cercare di rimediare al danno. Altrimenti i
nostri nipoti, e i figli dei nostri nipoti, non ci avrebbero mai perdonati. Be', non diceva nulla di nuovo,
erano mesi ormai che andavamo ripetendoci le stesse cose, sicch ci siamo limitati ad annuire, con i
soliti mormorii d'assenso. Ma la Contessa non si  fermata l. Per quanto riguardava il signor Christoff,
ha detto, c'era poco altro da aggiungere. Ormai quell'uomo si era completamente screditato, aveva
perso la stima dell'intera cittadinanza. Ma di per s questo non era sufficiente per arrestare la spirale di
infelicit che si avvolgeva sempre pi stretta intorno al cuore della nostra comunit. Dovevamo trovare
il modo di creare un nuovo spirito, una nuova era. Annuimmo di nuovo, ma come le ripeto, signor
Ryder, queste cose ce le eravamo gi dette un'infinit di volte.
Credo che il signor von Winterstein l'abbia addirittura fatto presente alla Contessa, seppure con
la massima cortesia. Ed  stato allora che la Contessa ha cominciato a rivelarci il suo progetto. Forse,
ha dichiarato, la soluzione era in mezzo a noi da molto tempo. Poi si  spiegata meglio, e naturalmente
sulle prime, be', non riuscivamo a credere alle nostre orecchie. Il signor Brodsky? Quello della
biblioteca, quello che girava ubriaco per la citt? Stava parlando sul serio del signor Brodsky? Se si
fosse trattato di qualcun altro e non della Contessa, sono sicuro che saremmo scoppiati a ridere. Ma
ricordo che lei era molto sicura di s. Ci ha detto di sederci, perch voleva farci ascoltare qualcosa. E
voleva che lo ascoltassimo con molta attenzione. Poi ha messo su quei dischi, l'uno dopo l'altro. E noi
abbiamo ascoltato, mentre fuori il sole tramontava. Le registrazioni erano di cattiva qualit. L'impianto
stereo della Contessa, come avr modo di vedere domani,  un po' antiquato. Ma che cosa importa? In
pochi minuti la musica ci ha stregati. Cullati dal suo suono ci siamo sentiti invadere da una quiete
profonda. Alcuni di noi avevano le lacrime agli occhi. Ci siamo accorti che stavamo ascoltando
qualcosa di cui ci eravamo dolorosamente privati per anni. Improvvisamente ci  parso ancora pi
incomprensibile che avessimo potuto esaltare una persona come il signor Christoff. Ecco di nuovo un
po' di vera musica. L'opera di un direttore che, oltre a essere immensamente dotato, vcondivideva i
nostri stessi valori.v Quando la musica  finita, ci siamo alzati per sgranchirci le gambe, visto che
eravamo rimasti ad ascoltare per pi di tre ore, e di colpo l'idea di rivolgerci al signor Brodsky, al
signor Brodsky! ci  sembrata pi assurda che mai. Le registrazioni erano molto vecchie, abbiamo fatto
notare. E il signor Brodsky, per ragioni sue, aveva abbandonato la musica da tantissimo tempo. E poi,
be', aveva i suoi problemi. Era difficile considerarlo ancora la stessa persona. E presto abbiamo
cominciato tutti a scuotere la testa. Poi per la Contessa ha ripreso a parlare. Eravamo sull'orlo del
baratro, ha detto. Dovevamo abbandonare i pregiudizi. Cercare il signor Brodsky, parlare con lui,
accertarci delle sue attuali capacit. Nessuno di noi, sicuramente, aveva bisogno che gli venisse
ricordata la gravit della situazione. Tutti eravamo in grado di elencare dozzine di tristi casi. Di vite
distrutte dalla solitudine. Di famiglie che disperavano di poter ritrovare una felicit che un tempo
avevano dato per scontata.  stato a questo punto che il signor Hoffman, il direttore del suo albergo, si
 schiarito la gola e ha dichiarato che si sarebbe occupato lui del signor Brodsky. Ha pronunciato
queste parole con grande solennit, alzandosi addirittura in piedi. Ha detto che si sarebbe incaricato di
esaminare la situazione, e se ci fosse stata una qualche speranza di recuperare il signor Brodsky,
ebbene, avrebbe pensato lui a tutto. Ha giurato che, se gli avessimo affidato il compito, non avrebbe
deluso la nostra comunit. Questo, come le dico,  successo poco pi di due anni fa. E da allora
abbiamo osservato stupefatti l'impegno con cui il signor Hoffman ha mantenuto la sua promessa. I
progressi, anche se non sempre regolari, sono stati nel complesso notevoli. E oggi il signor Brodsky
ha... be',  stato riportato nelle condizioni in cui  adesso. Tanto che ci siamo persuasi che non fosse pi
opportuno rimandare il gran passo. In fondo, presentando il signor Brodsky sotto una luce migliore non
possiamo ottenere pi di tanto. A un certo punto la gente di questa citt deve giudicare con i suoi occhi
e le sue orecchie. Be', finora tutto fa pensare che non abbiamo peccato di eccessiva presunzione. Il
signor Brodsky va regolarmente alle prove, e a detta di tutti si  pienamente conquistato il rispetto
dell'orchestra. Forse sono passati molti anni dall'ultima volta che si  esibito in pubblico, ma non ha
perso il suo smalto. La passione, la visione raffinata che abbiamo scoperto quel pomeriggio nel salotto
della Contessa, sono rimaste assopite dentro di lui, e ora si stanno a poco a poco risvegliando. S, siamo
sicuri che gioved sera il signor Brodsky ci render orgogliosi di lui. Noi, da parte nostra, abbiamo fatto
tutto il possibile per garantire il successo della serata. L'orchestra della Fondazione Nagel di Stoccarda,
come lei sa, pur non essendo di primissimo piano,  molto considerata. Si fa pagare profumatamente.
Ma quando l'abbiamo messa sotto contratto per questa importantissima occasione quasi nessuno ha
avuto da ridire, neppure sulla durata del periodo. In principio avevamo pensato a due settimane di
prove, ma alla fine, con il pieno appoggio della Commissione finanze, abbiamo portato il periodo a tre
settimane. Tre settimane di vitto e alloggio per un'orchestra ospite, oltre al cachet, capisce anche lei,
signor Ryder, che non  cosa da poco. Ormai ogni consigliere si  convinto dell'importanza di gioved
sera. Tutti concordano che bisogna dare al signor Brodsky ogni opportunit. E con tutto ci,
improvvisamente Pedersen emise un sospiro, - con tutto ci, come lei stesso ha visto poco fa, i vecchi
pregiudizi sono duri a morire. Proprio per questo, signor Ryder, il suo aiuto, il fatto che abbia accettato
di venire nella nostra umile citt, potrebbe rivelarsi determinante. La gente la ascolter come non
ascolterebbe mai uno di noi. Anzi, le posso assicurare che l'umore della citt  cambiato alla semplice
notizia del suo arrivo. C' grande trepidazione per quello che ci dir gioved sera. Nei tram, nei bar, la
gente non parla quasi d'altro.
Naturalmente non so con esattezza che cosa ci abbia preparato.
Forse star attento a non dipingere un quadro troppo roseo. Forse ci avvertir che ognuno di noi
ha davanti a s un duro lavoro, se vogliamo ritrovare la felicit perduta. Far benissimo a metterci
sull'avviso. Ma so anche che sapr fare appello con grande abilit allo spirito di collaborazione e al
senso civico dei suoi ascoltatori. In ogni caso, una cosa  certa. Quando avr finito di parlare, nessuno
in questa citt vedr pi nel signor Brodsky il vecchio ubriaco trasandato di un tempo. Perch quella
faccia, signor Ryder? La prego di non preoccuparsi. Le sembreremo una citt del terzo mondo, ma in
certe occasioni sappiamo eccellere.
Il signor Hoffman ha lavorato sodo per organizzare una serata davvero magnifica. Non tema,
signor Ryder, tutti i cittadini che contano saranno presenti. E per quanto riguarda il signor Brodsky,
come le dico, sono sicuro che non ci deluder. Superer le nostre migliori aspettative, ne sono certo.
In realt, l'espressione che Pedersen aveva notato sul mio volto non era dettata dall'inquietudine,
ma dalla crescente irritazione che provavo nei miei confronti. Il mio discorso alla citt era tutt'altro che
pronto; dovevo persino finire di raccogliere i dati. Non riuscivo a capire come, con tutta la mia
esperienza, mi fossi lasciato prendere alla sprovvista. Ricordai che non pi tardi di quel pomeriggio,
mentre sorseggiavo una tazza di caff forte e amaro nell'elegante patio dell'albergo, mi ero ripetuto
quanto fosse importante organizzare con cura il resto della mia giornata in modo da sfruttare nel modo
migliore il pochissimo tempo a disposizione. Osservando il nebuloso riflesso della fontana nello
specchio dietro il banco, mi ero addirittura immaginato una situazione non dissimile da quella in cui mi
ero trovato poco prima al cinema, una situazione in cui avrei fatto colpo su chi mi stava intorno con la
mia disinvolta e autorevole opinione su una serie di temi locali, procurando di pronunciare almeno una
battuta spontanea ai danni di Christoff, una frecciata memorabile che il giorno dopo avrebbe fatto il
giro della citt. Invece mi ero lasciato frastornare da altre questioni, con il risultato che per tutta la
permanenza al cinema non ero riuscito a fare un solo commento degno di nota. Forse avevo addirittura
dato l'impressione di essere una persona un po' maleducata. Improvvisamente sentii un'intensa
irritazione nei confronti di Sophie per tutto lo scompiglio che aveva creato, per il modo in cui mi aveva
costretto a trascurare completamente le mie abitudini.
Ci fermammo di nuovo, e mi accorsi che eravamo davanti all'albergo.
- Be',  stato un vero piacere, - disse Pedersen, tendendomi la mano. - Spero di rivederla nei
prossimi giorni. Ma ora cerchi di riposarsi.
Lo ringraziai, gli augurai la buona notte ed entrai nell'atrio mentre i suoi passi si perdevano
nella notte.
Il giovane portiere era ancora in servizio. - Spero che il film le sia piaciuto, signor Ryder, -
disse, porgendomi la chiave.
- Moltissimo. Grazie per il consiglio. L'ho trovato proprio rilassante.
- S, parecchi clienti pensano sia un buon modo per chiudere la giornata. A proposito, Gustav
dice che Boris si  trovato benissimo nella sua camera e si  addormentato subito.
- Ah, magnifico.
Gli augurai la buona notte e filai verso l'ascensore.
Quando arrivai in camera, mi sentii sporco dopo la lunga giornata; mi spogliai, misi la vestaglia
e mi preparai a fare la doccia. Poi, mentre esaminavo il bagno, mi venne una tale stanchezza che a
stento riuscii a tornare in camera e a lasciarmi cadere sul letto, dove sprofondai immediatamente nel
sonno.
10.
Mi ero appena addormentato quando il telefono mi squill nell'orecchio. Lo lasciai suonare per
un pezzo, poi mi tirai su e risposi.
- Ah, signor Ryder. Sono io. Hoffman.
Aspettai che mi spiegasse perch mi aveva disturbato, ma il direttore dell'albergo non aggiunse
altro. Solo dopo un silenzio imbarazzato ripet: - Sono io, signor Ryder. Hoffman -. Altra pausa, poi: -
Sono gi nell'atrio.
- Oh, certo.
- Mi spiace, signor Ryder, forse l'ho interrotta mentre faceva qualcosa.
- Veramente stavo solo dormendo un po'.
Le mie parole dovevano averlo lasciato di sasso, perch vi fu un altro silenzio. Risi e mi
affrettai ad aggiungere: - Si fa per dire; ero sdraiato sul letto. Naturalmente non dormir sul serio fino...
fino a quando non avr esaurito gli impegni della giornata.
- Certo, certo -. Hoffman sembrava sollevato. - Insomma, stava tirando il fiato. Pi che
comprensibile. Be', in ogni caso io sono qui nell'atrio che l'aspetto, signor Ryder.
Riattaccai e mi sedetti sul letto, chiedendomi che cosa dovessi fare. Mi sentivo pi che mai
spossato - non potevo avere dormito pi di qualche minuto - e avevo la tentazione di mandare tutti a
quel paese e di tornarmene semplicemente a dormire. Alla fine, per, capii che la cosa era impossibile,
cos mi alzai.
Mi accorsi di essermi addormentato in vestaglia; stavo per toglierla e rivestirmi, quando pensai
che potevo scendere a parlare con Hoffman cos com'ero. A quell'ora della notte, in fondo, era
improbabile che incontrassi qualcun altro oltre a Hoffman e al portiere, e il fatto di scendere in
vestaglia avrebbe sottolineato in maniera garbata ma inequivocabile che era tardi e che mi si impediva
di dormire. Non poco contrariato, uscii in corridoio e mi diressi verso l'ascensore.
In principio, se non altro, la vestaglia parve ottenere l'effetto desiderato, perch le prime parole
di Hoffman quando arrivai nell'atrio furono: - Mi spiace avere disturbato il suo riposo, signor Ryder.
Questi viaggi devono essere terribilmente faticosi per lei.
Non feci il minimo sforzo per nascondere la mia stanchezza.
Passandomi una mano nei capelli, dissi: - Non c' bisogno di scusarsi, signor Hoffman. Ma mi
auguro che si tratti di una cosa rapida. Comincio proprio a non poterne pi.
- Oh, ci metteremo pochissimo, gliel'assicuro.
- Bene.
Notai che sotto l'impermeabile Hoffman indossava un abito da sera con fascia di seta e
farfallino.
- Naturalmente avr saputo della cattiva notizia, - disse.
- La cattiva notizia?
- S,  un brutto colpo, signor Ryder, ma lasci che le dica che continuo a essere fiducioso, molto
fiducioso. Vedr che non ci saranno conseguenze. Sono sicuro che se ne convincer anche lei prima
che finisca la serata.
- Certamente, - dissi, annuendo conciliante. Ma dopo un momento capii che la situazione era
senza speranza e gli domandai a bruciapelo: - Mi scusi, signor Hoffman, ma di quale notizia sta
parlando? Si sentono solo cattive notizie, di questi tempi.
Hoffman mi guard allarmato. - Solo cattive notizie?
Scoppiai a ridere. - Mi riferisco ai combattimenti in Africa e a tutto il resto. Solo cattive notizie.
Dappertutto -. Risi di nuovo.
- Oh, capisco. No, ovviamente io sto parlando del cane del signor Brodsky.
- Ah. Il cane del signor Brodsky.
- Ammetter anche lei, signor Ryder, che  una bella sfortuna.
Proprio adesso. Fai tutto con la massima cura, e poi ti succede una cosa del genere! - Hoffman
sospir esasperato.
- S,  terribile. Terribile.
- Ma le ripeto che sono fiducioso. S, sono sicuro che non ci saranno intoppi. Be', che ne dice se
usciamo subito? Sa, aveva proprio ragione lei, signor Ryder.  molto meglio se partiamo adesso. Cos
non arriveremo n troppo presto n troppo tardi. S, bisogna saper affrontare le cose con calma. Mai
lasciarsi prendere dal panico. Bene, signor Ryder, andiamo.
- Ehm... signor Hoffman. Temo di avere fatto un piccolo errore di valutazione a proposito
dell'abbigliamento. Mi concede qualche minuto per tornare di sopra a cambiarmi?
- Oh, - Hoffman mi guard di sfuggita, - cos va benissimo, signor Ryder. Non si preoccupi. E
adesso, - il direttore diede un'occhiata ansiosa all'orologio, - penso sia meglio andare. S,  proprio l'ora
giusta. Per piacere.
Fuori la notte era buia e cadeva una pioggia incessante. Seguii Hoffman, che gir intorno
all'albergo, percorse un vialetto ed entr in un piccolo posteggio all'aperto in cui c'erano cinque o sei
macchine. Grazie a un fanale solitario legato a un palo della recinzione riuscivo a distinguere le grandi
pozzanghere che ricoprivano il terreno.
Hoffman corse verso una grossa macchina nera e mi apr la portiera. Mentre lo raggiungevo,
sentii l'acqua passare attraverso le pantofole. Proprio salendo in macchina, misi un piede in una
pozzanghera profonda e mi infradiciai completamente.
Lanciai un'esclamazione, ma Hoffman stava gi girando intorno alla macchina per mettersi al
volante.
Mentre il direttore usciva dal posteggio, cercai di asciugarmi il piede sulla soffice moquette del
tappetino. Quando finalmente alzai gli occhi, eravamo gi nel corso, e fui sorpreso dall'intensit del
traffico. Molti negozi e ristoranti si erano risvegliati, e si vedevano folle di clienti aggirarsi dietro le
vetrine illuminate. Poco pi avanti il traffico aument ancora, finch, non lontano dal centro della citt,
restammo bloccati in mezzo a tre file di macchine. Hoffman guard l'orologio e, indispettito, batt la
mano sul volante.
- Bella sfortuna, - commentai, cercando di dimostrarmi comprensivo. - E dire che fino a poco fa
l'intera citt sembrava addormentata.
Hoffman appariva molto agitato. Distrattamente, rispose: - Il traffico di questa citt non fa che
peggiorare. Non so proprio come faremo -. E di nuovo batt la mano sul volante.
Restammo per qualche minuto in silenzio, mentre la macchina avanzava a passo d'uomo. Poi
Hoffman disse sottovoce: - Il signor Ryder ha fatto un lungo viaggio.
Pensai di non avere capito bene, ma un attimo dopo il direttore ripet la frase - questa volta
accompagnandola con un soave cenno di mano; allora capii che stava provando ci che avrebbe detto al
nostro arrivo per giustificare il ritardo.
- Il signor Ryder ha fatto un lungo viaggio. Il signor Ryder... ha fatto un lungo viaggio.
Mentre procedevamo nell'intenso traffico notturno, Hoffman continu, a sprazzi, a borbottare,
anche se per lo pi non riuscii ad afferrare le sue parole. Era entrato in un mondo tutto suo, e aveva la
faccia sempre pi tesa. A un certo punto, dopo avere perso un semaforo verde, lo sentii mormorare: -
No, no, signor Brodsky! Era una bestiola magnifica, magnifica!
Finalmente svoltammo a un incrocio e cominciammo a uscire dalla citt. Presto le case
sparirono, e ci trovammo su una lunga strada fiancheggiata, a destra e a sinistra, da spazi aperti e bui,
forse campi coltivati. Il traffico dirad e la potente vettura pot accelerare. Hoffman si rilass
visibilmente, e quando mi rivolse di nuovo la parola aveva ritrovato gran parte della sua compitezza.
- Mi dica, signor Ryder. Ha qualche appunto da muovere all'albergo?
- Oh, no. Tutto  perfetto, grazie.
- La camera le piace?
- Oh, s.
- E il letto.  comodo?
- Comodissimo.
- Glielo chiedo perch i letti sono il nostro vanto. Rinnoviamo i materassi molto spesso. Nessun
altro albergo in questa citt cambia tanti materassi quanti ne cambiamo noi. Di questo sono arcisicuro. I
materassi che noi buttiamo via sarebbero considerati buoni ancora per parecchi anni da molti dei nostri
cos detti concorrenti. Lo sa, signor Ryder, che, mettendo in fila tutti i materassi che noi buttiamo via in
cinque esercizi consecutivi, si potrebbe partire dal municipio, seguire il corso fino alla fontana, svoltare
in Sterngasse e arrivare alla farmacia del signor Winkler?
- Davvero? Impressionante.
- Signor Ryder, mi consenta di parlarle apertamente. Ho pensato molto alla sua camera. Com'
naturale, nei giorni precedenti il suo arrivo ho dedicato parecchio tempo a studiare quale assegnarle. La
maggior parte degli alberghi  in grado di dare una risposta univoca alla domanda: Qual  la nostra
camera migliore? Ma nel mio albergo non  cos, signor Ryder. In tutti questi anni ho avuto modo di
curare a fondo un gran numero di camere diverse. Ci sono momenti in cui divento... ah, ah!... qualcuno
direbbe ossessionato, s, ossessionato da una camera in particolare. Quando intuisco il potenziale di una
stanza, passo giorni e giorni a figurarmela, poi metto la massima cura nel farla ristrutturare in modo da
avvicinarmi il pi possibile al modello che ho in mente. Non sempre ci riesco, ma in parecchie
occasioni i risultati, dopo molta fatica, si avvicinano a ci che ho in mente, e naturalmente la cosa 
molto gratificante. Ma non appena ho finito una ristrutturazione soddisfacente di una stanza, forse per
una specie di difetto della mia indole, subito sono affascinato dal potenziale di un'altra. E prima che me
ne accorga, sto gi di nuovo dedicando un mucchio di tempo e di energie mentali al nuovo progetto. S,
qualcuno la definirebbe un'ossessione, ma io non ci vedo nulla di male. Poche cose sono uggiose come
un albergo con una sfilza di camere tutte arredate secondo gli stessi triti concetti. Per quanto mi
riguarda, ogni camera deve essere pensata in modo da adeguarsi alle sue specifiche caratteristiche.
Questo per dirle, signor Ryder, che nel mio albergo non ho una camera preferita. Cos, dopo avere
riflettuto a lungo, ho concluso che la camera in cui si sarebbe trovato meglio era quella attuale. Ma
dopo averla conosciuta non ne sono pi cos sicuro.
- Oh, no, signor Hoffman, - lo interruppi. - La mia camera va benissimo.
- Ma da quando ci siamo conosciuti non faccio altro che pensarci, signor Ryder. E sono
persuaso che per il suo carattere sia pi adatta un'altra camera. Magari domani mattina gliela faccio
vedere. Sono quasi certo che le piacer di pi.
- No, signor Hoffman, gliel'assicuro. La mia camera...
- Voglio essere sincero, signor Ryder. La sua venuta sta sottoponendo la camera che occupa
attualmente al suo primo vero collaudo. Vede,  la prima volta che metto un ospite di riguardo in quella
camera da quando l'ho riconcepita quattro anni fa.
Naturalmente, non potevo in alcun modo prevedere che un giorno proprio lei ci avrebbe fatto
questo onore; ma guarda caso ho lavorato su quella camera immaginandomi un personaggio molto
simile a lei. Quello che voglio dire  che solo adesso, grazie al suo arrivo, abbiamo potuto utilizzare la
camera per la destinazione prevista in origine. E ora mi  perfettamente chiaro che quattro anni fa ho
compiuto parecchi gravi errori di valutazione.  cos difficile, anche con la mia esperienza. No, quella
camera proprio non mi soddisfa. L'abbinamento  infelice.
La proposta che le faccio, signor Ryder,  di trasferirsi nella 343, che ritengo pi consona al suo
spirito. L si sentir molto pi a suo agio e dormir meglio. Quanto alla sua camera attuale, be', oggi ci
ho pensato a lungo. Cos com' non mi resta che demolirla.
- Signor Hoffman, non lo faccia!
Avevo urlato, e Hoffman si gir a guardarmi stupito. Risi e, riprendendomi in fretta, aggiunsi: -
Non voglio che vada incontro a spese e fastidi per causa mia.
- Lo faccio per mia tranquillit, glielo assicuro, signor Ryder. A quest'albergo ho dedicato la
mia vita. Quella camera  stata un brutto errore. Non vedo altra soluzione se non demolirla.
- Signor Hoffman, quella stanza... Insomma, mi ci sono affezionato. Le assicuro che l sto
benissimo.
- Non la capisco, signor Ryder -. Hoffman sembrava sinceramente meravigliato. -  ovvio che
quella camera non  adatta a lei.
Adesso che la conosco, posso affermarlo con notevole certezza.
Non c' bisogno che faccia complimenti. Mi stupisce che lei sia cos attaccato a quella camera.
Scoppiai in una risata forse un po' troppo fragorosa. - Ma che cosa dice? Io attaccato? - Risi di
nuovo. -  solo una camera, nient'altro. Se  necessario demolirla, la demolisca! Mi trasferir volentieri
in un'altra.
- Ah. Sono contento che la pensi cos. Non mi sarei dato pace, non solo per il resto del suo
soggiorno, ma anche negli anni a venire, al pensiero di averla avuta ospite nel mio albergo e di averla
costretta a sopportare una camera cos inadeguata. Non riesco nemmeno a immaginare che cosa mi sia
passato per la testa quattro anni fa. Ho sbagliato tutto!
Da un pezzo sfrecciavamo nell'oscurit senza incontrare altri fari. In lontananza intravedevo
qualche casa, forse delle fattorie, ma per il resto c'era ben poco che interrompesse lo spazio nero e
vuoto ai due lati della strada. Viaggiammo in silenzio per un po'. Poi Hoffman disse: - Il destino 
crudele, signor Ryder. Quel cane, be', non era giovane, ma avrebbe potuto tirare avanti senza problemi
ancora per due o tre anni. E dire che i preparativi stavano procedendo per il meglio -. Il direttore scosse
la testa. - Proprio adesso doveva succedere -. Poi, girandosi verso di me con un sorriso, continu: - Ma
io resto fiducioso. S, fiducioso. Il signor Brodsky non si lascer distrarre, nemmeno da una cosa del
genere.
- Magari bisognerebbe regalargli un altro cane. Un cucciolo, per esempio.
L'avevo detto cos, senza riflettere, ma Hoffman si fece scrupolo di considerare rispettosamente
la mia proposta.
- Non saprei, signor Ryder. Tenga presente che il signor Brodsky era affezionatissimo a Bruno.
In questo momento sar in lutto. Ma forse ha ragione, adesso che Bruno non c' pi dobbiamo trovare il
modo di alleviare la sua solitudine. Magari con un animale diverso. Un animale che lenisca il suo
dolore. Un uccello da gabbia, per esempio. Poi, con il tempo, quando sar pronto, si potrebbe provare
con un altro cane. Ma, non saprei.
Hoffman tacque per parecchi minuti, come se si fosse messo a pensare ad altro. Ma
all'improvviso, senza staccare gli occhi dalla strada buia che si snodava davanti a noi, mormor con
veemenza: - Un bue! S, un bue, un bue, un bue!
Ma ormai ne avevo le tasche piene del cane di Brodsky; mi appoggiai allo schienale senza dire
nulla, deciso a rilassarmi per il resto del viaggio. A un certo punto, nel tentativo di ottenere qualche
informazione sul posto dove eravamo diretti, dissi: - Spero che non saremo troppo in ritardo.
- No, no. Siamo in orario, - rispose Hoffman, ma sembrava che avesse la mente altrove. Poi,
qualche minuto pi tardi, lo sentii mormorare di nuovo in tono brusco: - Un bue! Un bue!
Dopo un po' lasciammo la strada e ci trovammo in una zona residenziale dall'aspetto molto
pulito. Nell'oscurit intravidi grandi case circondate da parchi privati, spesso cintati da alti muri o da
siepi. Hoffman guid lentamente per i viali frondosi, provando ancora una volta sottovoce le frasi da
dire.
Varcato un imponente cancello di ferro entrammo nel cortile di una casa di tutto rispetto.
C'erano gi molte altre macchine, e il direttore dell'albergo ci mise un po' a trovare un posto. Poi scese
dall'auto e si precipit verso la porta d'ingresso.
Rimasi in macchina ancora un momento, studiando la grande casa per cercare di capire che cosa
mi aspettasse. Lungo la facciata c'era una fila di finestroni che arrivavano quasi fino a terra.
La maggior parte era illuminata, ma a causa delle tende non riuscivo a vedere che cosa vi fosse
dentro.
Hoffman suon il campanello e mi fece cenno di raggiungerlo.
Quando scesi dalla macchina, notai che la pioggia si era attenuata, trasformandosi in
acquerugiola. Mi strinsi la vestaglia intorno alla vita e mi diressi verso la casa, evitando con cura le
pozzanghere.
La porta fu aperta da una cameriera che ci introdusse in un ampio vestibolo ornato di grandi
ritratti. Apparentemente la donna conosceva Hoffman, e mentre gli prendeva l'impermeabile scambi
con lui qualche rapida parola. Hoffman si ferm un momento davanti a uno specchio per raddrizzarsi il
cravattino, poi mi fece strada addentrandosi nella casa.
Arrivammo in una grande sala inondata di luce, in cui era in pieno svolgimento una festa.
C'erano almeno cento persone vestite elegantemente da sera, che chiacchieravano divise in gruppetti
con i bicchieri in mano. Sulla soglia, Hoffman mi mise un braccio davanti al corpo come per
proteggermi ed esplor la sala con lo sguardo.
- Non c' ancora, - borbott alla fine. Poi, girandosi verso di me con un sorriso, disse: - Il signor
Brodsky non  ancora arrivato. Ma io resto fiducioso. Sono sicuro che non tarder.
Hoffman si volt di nuovo a guardare la sala e per un attimo parve smarrito. Poi aggiunse: - Le
spiace aspettarmi un momento, signor Ryder? Vado a cercare la Contessa. Oh, e stia un po' pi indietro,
ecco cos... ah! ah!... in modo che non la vedano. Non dimentichi che lei  la nostra grande sorpresa. Mi
aspetti, torno subito.
Hoffman entr nella sala, e per qualche istante lo seguii con gli occhi mentre si aggirava fra gli
invitati; il suo atteggiamento preoccupato strideva con l'allegria generale. Vidi che parecchie persone
cercavano di rivolgergli la parola, ma ogni volta Hoffman si allontanava in fretta con un sorriso
inquieto.
Alla fine lo persi di vista, e probabilmente feci un passetto avanti nel tentativo di ritrovarlo.
Fatto sta che devo essere uscito allo scoperto, perch una voce accanto a me disse: - Oh, signor Ryder,
 arrivato. Sono felice che sia finalmente tra noi.
Una robusta signora di circa sessant'anni mi aveva posato una mano sul braccio. Sorrisi e
bofonchiai un po' di convenevoli, e lei aggiunse: - Sono tutti ansiosissimi di conoscerla -. Detto questo,
mi condusse con mano sicura nel bel mezzo del ricevimento.
Mentre la seguivo sgomitando fra gli ospiti, cominci a farmi domande. In principio mi chiese
le solite cose sulla salute e sul viaggio. Poi, mentre continuavamo ad aggirarci per la sala, mi interrog
a fondo sull'albergo. Entr in tali particolari approvavo la scelta del sapone? Che cosa ne pensavo della
moquette dell'atrio? - che cominciai a sospettare che fosse una concorrente di Hoffman, indispettita che
non stessi al suo albergo. Tuttavia, tanto il suo contegno quanto il modo in cui scambiava cenni di capo
e sorrisi con le persone cui passavamo accanto non lasciavano il minimo dubbio che fosse la padrona di
casa, e conclusi che doveva essere la Contessa.
Mi ero fatto l'idea che volesse condurmi in un punto particolare della sala o da una particolare
persona, ma dopo un po' ebbi la netta impressione che stessimo girando in tondo in lenti cerchi. Infatti,
passai per certi punti della sala dove avrei giurato di essere gi stato almeno due volte. L'altra cosa che
m'incurios fu che la mia accompagnatrice, sebbene parecchie teste si girassero a salutarla, non mi
presentasse a nessuno.
Inoltre, sebbene ricevessi molti sorrisi compiti, nessuno sembrava provare particolare interesse
per la mia persona.
Sicuramente, nessuno interruppe la conversazione vedendomi passare. La cosa mi lasci un po'
perplesso, visto che mi ero preparato al solito profluvio di domande e complimenti asfissianti.
Dopo un po' notai anche che l'atmosfera della sala aveva qualcosa di strano - quasi la festosit
fosse un po' forzata, addirittura teatrale - anche se sulle prime non riuscii a capirne la ragione. Poi per
ci fermammo, e mentre la Contessa si metteva a chiacchierare con due signore coperte di gioielli, ebbi
l'opportunit di guardarmi intorno e di raccogliere qualche impressione. Solo allora mi accorsi che il
ricevimento non era un semplice cocktail, e che gli invitati, in realt, stavano aspettando di essere
chiamati a tavola; era anche evidente che la cena doveva essere servita almeno due ore prima, e che la
Contessa e i suoi colleghi avevano dovuto posticiparne l'inizio a causa dell'assenza sia di Brodsky,
ospite d'onore, sia del sottoscritto, grande sorpresa della serata. Poi, mentre continuavo a guardarmi
intorno, cominciai piano piano a capire ci che era successo prima del nostro arrivo.
Di tutti i ricevimenti organizzati fino a quel momento in onore di Brodsky, questo era il pi
grandioso. Inoltre, essendo anche l'ultimo prima della fatidica serata di gioved, doveva avere tenuto
tutti sulla corda sin dall'inizio. Il ritardo di Brodsky non aveva fatto che accrescere la tensione, anche se
in principio gli ospiti - consapevoli di rappresentare l'lite della citt avevano mantenuto la calma,
evitando scrupolosamente ogni commento che si potesse interpretare come un dubbio sull'attendibilit
di Brodsky. Molti, a dire il vero, erano riusciti a non nominarlo neppure, limitandosi, per scaricare la
loro apprensione, a fare interminabili congetture sull'ora in cui sarebbe stata servita la cena.
Poi era arrivata la notizia del cane di Brodsky. Come mai una cosa simile fosse stata resa di
pubblico dominio con tanta leggerezza, non era chiaro. Forse nella casa era giunta una telefonata, e uno
dei consiglieri, nel malaccorto tentativo di calmare le acque, aveva rivelato la notizia a qualche invitato.
In ogni caso, le conseguenze di avere lasciato che una simile bomba passasse di bocca in bocca
in una folla con i nervi a fior di pelle per l'ansia e per la fame erano state del tutto prevedibili. Presto
nella sala avevano cominciato a circolare le voci pi assurde. Brodsky era stato scoperto,
completamente ubriaco, mentre cullava il cadavere del suo cane. Brodsky era stato trovato disteso in
una pozzanghera in mezzo alla strada, intento a farfugliare cose incomprensibili. Brodsky, sopraffatto
dal dolore, aveva cercato di uccidersi bevendo kerosene.
Quest'ultima storia traeva origine da un incidente di parecchi anni prima, quando effettivamente
Brodsky era stato portato di corsa in ospedale da un agricoltore che abitava vicino a lui perch aveva
ingerito una notevole quantit di kerosene - anche se non si era mai stabilito se l'avesse fatto con
l'intenzione di uccidersi o semplicemente per un errore causato dall'ubriachezza.
E poco dopo, sulla scia di queste voci, erano cominciate le scene di disperazione.
- Quel cane significava tutto per lui. Brodsky non si risollever mai pi da questo colpo.
Dobbiamo guardare in faccia la realt, siamo tornati alla casella di partenza.
- Bisogna cancellare la serata di gioved. Cancellarla subito.
Ormai sarebbe sicuramente un disastro. Se non fermiamo tutto, la gente di questa citt non ci
dar mai pi una prova d'appello.
- Quell'uomo  sempre stato un pericolo. Non ci saremmo mai dovuti cacciare in questo
pasticcio. Ma adesso che cosa facciamo?
Siamo perduti, irrimediabilmente perduti.
Poi, mentre la Contessa e i suoi colleghi cercavano di riportare l'ordine, si erano udite
improvvisamente delle grida in mezzo alla sala.
Molti si erano precipitati a vedere, mentre altri indietreggiavano dallo spavento. Era successo
che uno dei consiglieri pi giovani aveva inchiodato al pavimento un signore calvo e grassoccio, nel
quale tutti, dopo un attimo, avevano riconosciuto il veterinario Keller. Qualcuno aveva tirato via il
giovane consigliere, ma lui si era aggrappato con tanto accanimento al bavero di Keller, che il
veterinario era venuto su con lui.
- Ho fatto del mio meglio! - strillava Keller rosso in volto. Ho fatto del mio meglio! Che altro
potevo fare? Due giorni fa l'animale stava bene!
- Impostore! - aveva mugghiato il giovane consigliere tentando un nuovo assalto. Di nuovo era
stato trattenuto, ma ormai parecchie altre persone, avendo scoperto un buon capro espiatorio, avevano
cominciato a gridare contro Keller. Per qualche istante sul veterinario erano piovute da ogni parte
accuse, ora di negligenza, ora di avere messo a repentaglio il futuro dell'intera comunit. Poi una voce
aveva urlato: - E i gattini dei Breuer? Passi le tue giornate a giocare a bridge, e hai lasciato che quei
gattini morissero a uno a uno...
- Gioco a bridge solo una volta alla settimana, e poi... aveva tentato flebilmente di protestare il
veterinario, ma subito altre voci lo avevano aggredito. Di punto in bianco era sembrato che tutti in sala
ce l'avessero con lui per qualche vecchia storia riguardante le loro adorate bestiole. Poi qualcuno aveva
urlato che Keller gli doveva dei soldi, un altro che Keller non gli aveva mai restituito un rastrello
imprestato sei anni prima.
Presto il rancore nei confronti del veterinario era giunto a un tale parossismo che non c' da
stupirsi se le persone che trattenevano il giovane consigliere avevano allentato la presa. E quando
quest'ultimo era partito di nuovo all'attacco, tutti avevano avuto l'impressione che questa volta avesse il
benestare della stragrande maggioranza dei presenti. Le cose si stavano mettendo molto male, quando
una voce tonante aveva fatto ritornare tutti in s.
Se in sala era piombato di colpo il silenzio, ci era dovuto, probabilmente, pi allo stupore
provocato dall'identit della persona che aveva parlato che non a una sua reale autorit.
Infatti l'uomo che tutti si erano girati a guardare, e che ora li fulminava dall'alto del palco, era
Jakob Kanitz, noto in citt soprattutto per la sua timidezza. Ormai prossimo alla cinquantina,
l'impiegato Jakob Kanitz aveva sempre lavorato, a memoria dei presenti, nello stesso grigio ufficio
municipale. Era raro che azzardasse un'opinione, e ancora pi raro che contraddicesse o discutesse
quelle degli altri. Non aveva praticamente amici, e parecchi anni prima aveva lasciato la casetta in cui
viveva con la moglie e i tre figli per affittare una piccola mansarda nella stessa strada. Ogni volta che
qualcuno toccava quel tasto, Kanitz giurava che sarebbe tornato presto dalla sua famiglia, ma gli anni
erano passati e la situazione non era cambiata. Nel frattempo, soprattutto per la sua disponibilit a
occuparsi dei mille lavoretti che si presentano quando si organizza un evento culturale, era stato
accettato, anche se con un po' di condiscendenza, dai circoli artistici della citt.
La sala non aveva avuto il tempo di riprendersi dalla sorpresa, che Jakob Kanitz - forse
consapevole che i suoi nervi non avrebbero retto a lungo - aveva cominciato a parlare.
- Le altre citt! E non dico Parigi! O Stoccarda! Mi riferisco a citt pi piccole, non pi grandi
di noi. Ebbene, le altre citt, radunate i loro cittadini migliori, metteteli davanti a una crisi di questo
genere, e come pensate che reagirebbero?
Sarebbero calmi, sicuri di s. Saprebbero cosa fare, come comportarsi. Quello che voglio dirvi,
che voglio dire a tutti noi che siamo qui,  che siamo la crema di questa citt. Il problema non 
insormontabile. Insieme possiamo farcela. Pensate che a Stoccarda litigherebbero?! Non dobbiamo
lasciarci prendere dal panico. Guai se ci arrendiamo e cominciamo a bisticciare fra noi.
Va bene, il cane  un guaio, ma non  mica la fine del mondo. Non  ancora detta l'ultima
parola. Non so in che stato sia il signor Brodsky in questo momento, ma sono sicuro che possiamo
ridargli la carica. Ce la possiamo fare, a patto che tutti questa sera si rimbocchino le maniche.
Dobbiamo farcela. Perch se non riusciamo a ridargli la carica, se stasera tutti insieme non salviamo la
situazione, vi dico questo, non ci resta che l'infelicit! S, una profonda, scoraggiante infelicit! Non
abbiamo nessun altro cui rivolgerci, deve essere il signor Brodsky, perch in questo momento non c'
nessun altro. Probabilmente sta per arrivare.
Dobbiamo restare calmi. Che cosa facciamo, litighiamo? Pensate che litigherebbero a
Stoccarda? Cerchiamo di ragionare con mente lucida. Nei suoi panni, come ci sentiremmo? Dobbiamo
dimostrargli che soffriamo con lui, che l'intera citt partecipa al suo dolore. E poi, amici, non
scordatevelo,  fondamentale tirargli su il morale. Oh, s! Guai se passassimo tutta la sera a disperarci,
se lo mandassimo via di qui con la convinzione che la vita non gli riserva pi nulla; potrebbe
ricominciare a... No, no! Ci vuole una giusta via di mezzo! Dobbiamo anche essere allegri, fargli capire
che nella vita ci sono tante altre cose, che contiamo tutti su di lui, che dipendiamo da lui. S, nelle
prossime ore spetta a noi salvare la situazione. Il signor Brodsky sar qui a momenti, Dio solo sa in che
stato, e le prossime ore saranno cruciali, cruciali. Dobbiamo fare le cose per bene. Altrimenti saremo
condannati all'infelicit.
Dobbiamo... Dobbiamo...
A questo punto Jakob Kanitz si era confuso. Era rimasto sul palco ancora per qualche secondo,
senza pi parlare, sopraffatto da una crescente vergogna. Con ci che restava dell'ardore di poc'anzi,
aveva lanciato un'ultima occhiata di fuoco ai presenti, poi, un po' impacciato nei movimenti, si era
girato ed era sceso.
Ma il suo goffo appello aveva avuto un effetto immediato.
Ancora prima che Jakob Kanitz terminasse di parlare, si era levato un basso mormorio
d'assenso, e pi di una persona aveva dato uno spintone al giovane consigliere - che ormai strisciava i
piedi per terra con aria vergognosa - per rimproverarlo. Quando Jakob Kanitz aveva abbandonato il
palco, c'era stato qualche secondo di silenzio imbarazzato. Poi, a poco a poco, la sala si era rianimata, e
tutti si erano messi a discutere in tono grave ma sereno su che cosa fare all'arrivo di Brodsky. In breve
gli invitati si erano trovati d'accordo: Jakob Kanitz aveva colpito nel segno. Bisognava trovare la giusta
via di mezzo tra compunzione e allegria. Gli umori dovevano essere accuratamente sorvegliati, istante
per istante, da ciascuno dei presenti. Nella sala si era diffuso un senso di determinazione, poi, piano
piano, la gente aveva cominciato a rilassarsi, finch tutti avevano ripreso a sorridersi, a chiacchierare e
a salutarsi in toni garbati e civili, come se i disdicevoli episodi dell'ultima mezz'ora non fossero mai
avvenuti. Era stato pi o meno a quel punto - non pi di venti minuti dopo che Jakob Kanitz aveva
finito il suo discorso - che Hoffman e io eravamo arrivati. Non c'era dunque da meravigliarsi se avevo
notato qualcosa di strano sotto quella vernice di ricercata giovialit.
Stavo ancora riflettendo su quanto era successo prima del nostro arrivo, quando scorsi Stephan
dall'altra parte della sala, intento a parlare con un'anziana signora. Accanto a me, la Contessa era ancora
tutta presa dalla conversazione con le due donne ingioiellate, cos, mormorando una scusa, mi
allontanai da loro. Mentre mi avvicinavo, Stephan mi vide e sorrise.
- Oh, signor Ryder. Ce l'ha fatta a venire. Posso presentarle la signorina Collins?
Solo allora riconobbi nell'esile vecchia la proprietaria dell'alloggio dove Stephan si era recato
quella sera mentre eravamo in macchina insieme. Era vestita in maniera semplice ma elegante, con un
lungo abito nero. Mi sorrise e mi porse la mano.
Dopo le presentazioni stavo per proseguire con i convenevoli, quando Stephan si chin verso di
me e mi disse sottovoce: - Sono stato uno sciocco, signor Ryder. Sinceramente non so pi che pesci
prendere. La signorina Collins, come al solito,  stata molto gentile, ma mi piacerebbe sentire anche la
sua opinione.
- Vuoi dire... a proposito del cane del signor Brodsky?
- Oh. No, no. Quella  una storia terribile, me ne rendo conto.
Ma adesso stavamo discutendo di un'altra cosa. Ho davvero bisogno di un suo consiglio. La
signorina Collins mi stava appunto suggerendo di venire a cercarla, vero, signorina Collins? Vede, mi
spiace seccarla, ma c' stata una complicazione. Sa, a proposito della mia esibizione di gioved sera.
Dio mio, come sono stato sciocco! Come le ho detto, stavo preparando Dalia di Jean-Louis La Roche,
ma pap non lo sapeva ancora. Non fino a questa sera, almeno. Pensavo di fargli una sorpresa, sa, va
pazzo per La Roche. E poi, non mi avrebbe mai creduto capace di suonare bene un pezzo cos difficile,
quindi la sorpresa sarebbe stata doppia. Ma ultimamente, con l'avvicinarsi del grande evento, ho
cominciato a pensare che era poco pratico mantenere il segreto.
Per esempio, c' da stampare il programma ufficiale. Ce ne sar una copia accanto a ogni
tovagliolo; pap si  lambiccato il cervello per decidere le goffrature, l'illustrazione sul retro e tutto il
resto. Qualche giorno fa mi sono reso conto che avrei dovuto dirglielo, per volevo fargli lo stesso una
sorpresa, cos ho aspettato che si presentasse l'occasione giusta. Be', questa sera, poco dopo avere
scaricato lei e Boris, sono andato nel suo ufficio a riportare le chiavi della macchina, e l'ho trovato a
quattro zampe sul pavimento. Stava esaminando mucchi di scartoffie sparse intorno a lui sul tappeto.
Niente di insolito, pap lavora spesso cos. Il suo ufficio  piccolino, la scrivania porta via un sacco di
spazio, cos, per mettere a posto le chiavi senza calpestare niente, ho dovuto saltellare sulla punta dei
piedi. Pap mi ha chiesto come andava, poi, prima ancora che gli rispondessi, si  rituffato nelle sue
carte. Be', mentre uscivo, vedendolo l sul pavimento, ho sentito che quello era il momento giusto. Non
so perch.  stato un impulso. Cos, con noncuranza, gli ho detto: A proposito, pap, gioved sera
suoner Dalia di La Roche. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere saperlo. Non ho usato nessun tono
particolare, mi sono limitato a dirglielo e ho aspettato la sua reazione. Be', pap ha posato il foglio che
stava leggendo, ma ha continuato a fissare il tappeto. Poi sul suo volto  comparso un sorriso. Ho
sentito che mormorava qualcosa come: Ah, s, Dalia, e per qualche secondo mi  sembrato molto
felice.  rimasto con la testa china, a quattro zampe, ma mi  sembrato molto felice. Poi ha chiuso gli
occhi e si  messo a canticchiare la prima parte dell'adagio, l sul tappeto, muovendo la testa a tempo.
Sembrava cos felice e tranquillo, signor Ryder, che stavo gi congratulandomi con me stesso. Poi ha
riaperto gli occhi, mi ha sorriso con aria sognante e ha detto: S, un pezzo magnifico. Non ho mai
capito perch tua madre lo odi tanto. Come stavo giust'appunto raccontando alla signorina Collins,
sulle prime ho pensato di avere sentito male. Ma lui ha ripetuto: Tua madre lo odia. S, come sai, ha
preso in odio le ultime opere di La Roche. In casa non mi lascia sentire i suoi dischi da nessuna parte,
nemmeno con le cuffie. Poi deve essersi accorto della mia faccia stravolta.
Perch ha cercato immediatamente di confortarmi.  tipico di pap. Avrei dovuto chiedertelo
prima, - continuava a dire. -  tutta colpa mia. Poi si  battuto la fronte come se si fosse ricordato di
un'altra cosa e ha aggiunto: S, Stephan, ho tradito la fiducia di tutti e due. Pensavo di fare la cosa
giusta, non interferendo, ma adesso mi accorgo che ho tradito la fiducia di tutti e due. E quando gli ho
chiesto di spiegarsi meglio, mi ha detto che il grande desiderio della mamma era di sentirmi suonare
Passioni di vetro di Kazan. Pare che glielo avesse fatto capire da un po' di tempo, e in questi casi, be', la
mamma d per scontato che pap l'accontenti. Ma vede, pap si  messo anche nei miei panni.  molto
attento a queste cose. Sa che un musicista, anche un dilettante come me, vuole decidere da solo in
un'occasione di tale importanza. Cos non mi ha detto nulla, ripromettendosi di spiegare tutto a mia
madre alla prima occasione. Poi, per... be', credo che qui sia necessario un chiarimento, signor Ryder.
Vede, quando dico che la mamma ha fatto capire a pap che voleva che suonassi Kazan, questo non
significa che glielo abbia detto.  un po' difficile da spiegare a chi non c' dentro. Succede che la
mamma, in qualche modo, non so se mi capisce, in qualche modo lascia intendere a pap quello che
vuole senza mai dirlo apertamente. Si serve di segnali che per lui sono molto chiari. Non so dirle con
esattezza come abbia fatto questa volta. Forse un giorno pap  tornato a casa e l'ha trovata che
ascoltava Passioni di vetro. Be', visto che  raro che la mamma usi l'impianto stereo, quello sarebbe
stato un segnale piuttosto ovvio. O forse pap, fatto il bagno,  andato a letto e l'ha trovata che leggeva
un libro su Kazan, che ne so, fra di loro hanno sempre fatto cos. Quindi capisce anche lei che pap non
poteva dirle di punto in bianco: No, Stephan deve fare la sua scelta. Stava aspettando, cercando il
modo giusto per comunicarglielo. E naturalmente non poteva sapere che con tutta la musica che c'
stessi preparando proprio Dalia di La Roche. Dio, come sono stato stupido! Non avevo la minima idea
che la mamma lo odiasse a tal punto! Be', quando pap mi ha raccontato come stavano le cose, gli ho
chiesto che cosa dovevo fare, e lui, dopo averci pensato su, mi ha detto di non cambiare, perch ormai
era troppo tardi. Non se la prender con te, - continuava a ripetere. - No, non se la prender con te. Se
la prender con me, e giustamente. Povero pap, si sforzava di consolarmi, ma vedevo che era sempre
pi angosciato. Dopo un po' si  messo a fissare un punto del tappeto... era ancora a quattro zampe, ma
tutto rannicchiato, come se stesse facendo una flessione... fissava il tappeto e borbottava tra s. Ce la
far.
Ce la far. Ho passato di peggio. Ce la far. Sembrava che si fosse dimenticato di me, cos
sono uscito, chiudendomi piano piano la porta alle spalle. E da quel momento... be', signor Ryder, non
penso ad altro. Non so proprio che pesci prendere.
Rimane cos poco tempo. E Passioni di vetro  un pezzo difficilissimo, non c' verso che possa
prepararlo in tempo.
Anzi, se proprio devo dire, mi sembra ancora un po' fuori delle mie possibilit, anche se avessi
un anno intero davanti a me.
Il giovane emise un sospiro angustiato e tacque. Dopo qualche istante, visto che n lui n la
signorina Collins aggiungevano altro, conclusi che stavano aspettando la mia opinione. Cos dissi: -
Non sono fatti miei, naturalmente. Sei tu che devi decidere.
Ma secondo me, a questo punto, devi andare dritto per la tua strada...
- S, prevedevo che avrebbe detto cos, signor Ryder.
L'interruzione era stata della signorina Collins. L'inaspettato cinismo della sua voce mi blocc e
mi fece girare verso di lei.
L'anziana signora mi guardava con aria saputa e lievemente sprezzante. - Senza dubbio, -
prosegu, - lei la definirebbe... com' gi?... ah, s, integrit artistica.
- Non  tanto per questo, signorina Collins, - dissi. -  solo che dal punto di vista pratico mi
sembra un po' tardi...
- Ma chi gliel'ha detto che  troppo tardi, signor Ryder? - mi interruppe di nuovo la donna. - Lei
non sa nulla delle capacit di Stephan. Per non parlare delle possibili conseguenze di questa difficile
situazione. Perch si permette di sentenziare, come se fosse dotato di un sesto senso che a noi manca?
Mi ero sentito a disagio sin dalla prima interruzione della signorina Collins, e mi accorsi che
mentre lei parlava mi ero girato dall'altra per evitare il suo sguardo. Non mi venne in mente nulla di
ovvio da ribattere alle sue domande, e dopo un momento, pensando fosse meglio tagliar corto, proruppi
in una breve risata e mi allontanai nella folla.
Per parecchi minuti girovagai senza meta. Come gi in precedenza, di tanto in tanto qualcuno si
girava a guardarmi, ma sembrava che nessuno mi riconoscesse. A un certo punto vidi Pedersen, l'uomo
che avevo incontrato al cinema, ridere con un gruppetto di invitati, e pensai di andare da lui. Prima che
potessi raggiungerlo, per, sentii un lieve tocco al gomito e voltandomi trovai Hoffman al mio fianco.
- Mi scusi se ho dovuto abbandonarla per qualche istante. Spero che si siano occupati di lei. Che
situazione!
Il direttore dell'albergo aveva il respiro affannato e la faccia imperlata di sudore.
- Oh, s, non mi sto affatto annoiando.
- Mi spiace, ho dovuto lasciare la sala perch mi hanno chiamato al telefono. Ma adesso le
posso dire che stanno arrivando, proprio cos, stanno arrivando. Il signor Brodsky sar qui a momenti.
Santo cielo! - Hoffman si guard intorno, poi si chin verso di me e abbass la voce: - L'elenco degli
invitati  stato fatto con leggerezza. Io li avevo avvertiti. C' di quella gente! - Scosse la testa. - Che
situazione!
- Be', per fortuna che il signor Brodsky sta per arrivare...
- Oh, s, s. Sa, signor Ryder, sono davvero sollevato che lei sia qui con noi questa sera, nel
momento del bisogno. In linea di massima, non credo che debba cambiare molto il suo discorso a causa
delle... ehm... circostanze. Forse un paio di accenni alla tragedia non guasterebbero, ma faremo in
modo che qualcun altro dica due parole sul cane, dunque non occorre che lei si discosti dalla sua
traccia. L'unica cosa... ah! ah!... non faccia un discorso troppo lungo. Anche se lei  l'ultima persona
alla quale... - Rise brevemente e non complet la frase. Poi ricominci a guardarsi intorno. - C' di
quella gente, - ripet.
- Hanno fatto gli inviti con grande leggerezza. Io li avevo avvertiti.
Hoffman continu a studiare la sala, cos ebbi un attimo di tempo per riflettere sulla questione
del discorso. Dopo un po' dissi: - Signor Hoffman, date le circostanze, mi stavo domandando quando,
esattamente, dovrei alzarmi per...
- Oh, certo, certo. Che accortezza. Ha ragione, se lei si alzasse al solito momento, chi sa che
cosa potrebbe succedere... s, s, pensa davvero a tutto. Io sar seduto accanto al signor Brodsky, quindi
 meglio che lasci giudicare a me il momento migliore. Le spiace aspettare che le faccia un segnale?
Santo cielo, signor Ryder,  cos rassicurante avere qui con noi una persona come lei in questo
frangente.
- Se posso essere d'aiuto lo faccio molto volentieri.
Un rumore proveniente dall'altro lato della sala fece girare bruscamente Hoffman. Il direttore
allung il collo per vedere meglio, sebbene fosse ovvio che non era successo niente di importante.
Diedi un colpetto di tosse per richiamare la sua attenzione.
- Signor Hoffman, c' un altro problemino. Mi stavo chiedendo... - Indicai la mia vestaglia. -
Ecco, non sarebbe meglio se mettessi qualcosa di un po' pi elegante? Chi sa se qualcuno pu
imprestarmi un vestito. Niente di speciale.
Hoffman esamin preoccupato il mio abbigliamento, ma quasi subito distolse di nuovo gli
occhi, dicendo distrattamente: - Oh, va bene cos, signor Ryder. Qui non siamo per nulla rigidi.
Stava di nuovo allungando il collo per guardare verso il fondo della sala. Mi parve evidente che
non aveva assolutamente colto il mio problema, e stavo per ritornare sull'argomento quando vi fu un
improvviso fermento vicino all'ingresso. Hoffman sussult e si gir verso di me con un ghigno
spaventoso. -  arrivato! bisbigli, poi mi sfior la spalla e scapp via.
La sala piomb nel silenzio, e per qualche secondo tutti guardarono in direzione della porta.
Cercai anch'io di vedere che cosa stesse succedendo, ma la vista era irrimediabilmente ostruita. Poi, di
punto in bianco, come ricordandosi della decisione di poc'anzi, gli invitati intorno a me ripresero a
conversare in tono moderatamente allegro.
Mi feci largo tra la folla finch riuscii a vedere Brodsky che veniva accompagnato attraverso la
sala. La Contessa gli sorreggeva un braccio, Hoffman l'altro, e quattro o cinque persone gli
svolazzavano intorno premurose. Brodsky, chiaramente dimentico dei suoi accompagnatori, esaminava
con sguardo cupo il soffitto decorato della sala. Era pi alto e pi diritto di quanto mi aspettassi, anche
se da lontano la rigidezza - e la strana inclinazione - del suo corpo davano l'impressione che avesse le
rotelle e che il suo seguito lo spingesse. Aveva la barba lunga ma nei limiti del decoro, e la giacca dello
smoking un po' sbilenca, come se gliel'avesse infilata qualcun altro. Il volto era inselvatichito e
invecchiato, ma i suoi lineamenti conservavano ancora una traccia di affabilit.
Per un istante credetti che lo conducessero da me, poi mi accorsi che Brodsky e i suoi
accompagnatori, in realt, stavano puntando verso la sala da pranzo. Sulla porta furono accolti da un
cameriere, e nell'attimo in cui scomparvero tutti ammutolirono per la seconda volta. Pochi secondi, poi
gli invitati ripresero a parlare, ma nell'aria sentii una nuova tensione.
Notai a questo punto una sedia solitaria, con lo schienale alto e dritto, abbandonata contro il
muro, e mi venne in mente che studiando la sala da un diverso punto di osservazione avrei potuto
valutare meglio gli umori della gente e stabilire quale fosse il tipo di discorso pi adatto per la cena.
Cos andai a sedermi e rimasi per parecchi minuti a guardarmi intorno.
Gli ospiti ridevano e parlavano ancora, ma senza dubbio la tensione di fondo stava crescendo.
Stando cos le cose, e visto che del cane avrebbe parlato qualcun altro, mi parve saggio, nei limiti del
ragionevole, fare un discorso allegro. Alla fine decisi che la cosa migliore era raccontare qualche
aneddoto sulle divertenti disavventure che mi erano capitate dietro le quinte durante il mio ultimo giro
in Italia. Mi ero gi servito spesso in pubblico di queste storie, ed ero sicuro che nelle attuali
circostanze avrebbero smorzato le tensioni e riscosso molto successo.
Stavo provando tra me e me un paio di possibili frasi di apertura, quando notai che la folla si era
considerevolmente assottigliata. Solo allora mi accorsi che gli invitati avevano cominciato a passare in
sala da pranzo e mi alzai in piedi.
Quando mi unii alla processione che si recava a cenare, qualche persona mi rivolse un vago
sorriso, ma nessuno mi parl. Non vi feci molto caso, perch stavo ancora cercando di dare forma nella
mia mente a un esordio che potesse conquistare gli ascoltatori.
Mentre mi avvicinavo alla porta della sala da pranzo, ero incerto tra due possibilit. La prima
era: Con il passare degli anni il mio nome viene associato sempre pi spesso ad alcune qualit.
Meticolosa attenzione al particolare. Precisione di esecuzione.
Severo controllo della dinamica. Poi avrei potuto smantellare questo inizio ironicamente
tronfio con la spassosa rivelazione di ci che mi era successo a Roma. L'alternativa era giocare su un
tono pi apertamente farsesco sin dal principio: Sipari che crollano. Roditori avvelenati. Partiture
piene di errori. A pochi di voi, sono sicuro, verrebbe in mente di associare il mio nome a fenomeni del
genere. Entrambi gli esordi avevano i loro pro e i loro contro, e alla fine preferii rimandare la
decisione a pi tardi, dopo avere studiato meglio gli umori della gente durante la cena.
Entrai in sala da pranzo circondato da persone che parlavano animatamente. Fui subito colpito
dalla sua vastit, e capii perch, persino con tutti quegli invitati - assai pi di un centinaio - fosse
necessario illuminarne solo una parte. Un buon numero di tavoli rotondi era stato apparecchiato con
tovaglie bianche e posate d'argento, ma se ne vedevano almeno altrettanti, spogli e senza sedie, perdersi
in file ordinate nell'oscurit sul lato opposto della sala. Molti invitati erano gi seduti, e il quadro
d'insieme - il baluginio dei gioielli delle signore, il terso biancore delle giacche dei camerieri e il muro
di smoking neri sullo sfondo delle tenebre - non era privo d'effetto. Stavo contemplando la scena dalla
soglia, approfittandone per sistemarmi la vestaglia, quando al mio fianco comparve la Contessa, che
cominci a tirarmi per un braccio come aveva fatto prima, dicendo: - Signor Ryder, l'abbiamo messa
qui a questo tavolo, dove non dar nell'occhio. Non vogliamo che la gente la riconosca e rovini la
sorpresa! Ma non si preoccupi, quando annunceremo la sua presenza e lei si alzer in piedi, tutti
saranno in grado di vederla e di sentirla.
Il tavolo al quale mi aveva accompagnato era in un angolo, ma non capii perch lo considerasse
pi discreto degli altri. La Contessa mi fece sedere, poi disse qualcosa ridendo - il brusio mi imped di
udirla - e scapp via.
C'erano altre quattro persone - una coppia di mezza et e una leggermente pi giovane - che mi
rivolsero tutte un sorriso di convenienza prima di riprendere a chiacchierare. Il marito della coppia pi
anziana stava spiegando perch il figlio desiderasse restare negli Stati Uniti, poi il discorso pass agli
altri figli della coppia. Di tanto in tanto l'uno o l'altro dei miei commensali si ricordava di farmi
partecipe almeno in maniera formale, guardando verso di me oppure sorridendomi come se qualcuno
avesse detto una spiritosaggine. Ma nessuno mi rivolse la parola, e presto rinunciai a seguire.
Poco dopo, mentre i camerieri cominciavano a servire la minestra, notai che la conversazione si
era fatta pi rada e distratta. Finch, durante la portata principale, i miei compagni di tavolo
abbandonarono ogni finzione e si misero a discutere di ci che li preoccupava veramente. Lanciando
occhiate furtive ma non troppo in direzione di Brodsky, cominciarono a scambiarsi sottovoce
congetture sulle sue condizioni. A un certo punto la pi giovane delle due donne disse: - Qualcuno
dovrebbe andare da lui e dirgli quanto ci dispiace, non credete? Dovremmo andarci tutti. Sembra che
nessuno abbia ancora affrontato l'argomento. Guardate quelli del suo tavolo, quasi non gli parlano.
Forse dovremmo andarci noi, dare il buon esempio. Sono quasi sicura che gli altri ci verrebbero dietro.
Secondo me, stanno aspettando anche loro, come noi.
I suoi amici si affrettarono a rassicurarla, dicendo che i nostri ospiti sapevano il fatto loro e che
Brodsky, in ogni caso, sembrava in ottimo stato, ma un attimo dopo anche loro cominciarono a gettare
sguardi imbarazzati verso il centro della sala.
Naturalmente avevo approfittato dell'opportunit per osservare Brodsky con molta cura. Lo
avevano messo a un tavolo un po' pi grande. Da una parte aveva Hoffman, dall'altra la Contessa. Gli
altri commensali formavano un anello di solenni teste grige, tutte intente a parlottare sottovoce.
Sembrava una tavolata di cospiratori, e questo non giovava affatto all'atmosfera della serata. Quanto a
Brodsky, non mostrava segni evidenti di ubriachezza e mangiava regolarmente, anche se senza
entusiasmo.
Sembrava per essersi ritirato in un mondo tutto suo. Per gran parte della portata principale,
Hoffman gli tenne un braccio dietro la schiena bisbigliandogli in continuazione nell'orecchio, ma
Brodsky rimase a fissare malinconicamente il vuoto senza rispondergli. Anche quando la Contessa gli
sfior un braccio e disse qualcosa, Brodsky parve non sentire.
Poi, verso la fine del dolce - la cena, se non straordinaria, era stata discreta -, vidi Hoffman
attraversare la sala scansando i camerieri che correvano di qui e di l e capii che stava venendo da me.
Quando mi giunse vicino, si chin e mi disse nell'orecchio: - Sembra che il signor Brodsky voglia dire
due parole, ma sinceramente... ah ah!... stiamo cercando di convincerlo a non farlo. Ci sembra che per
questa sera i suoi nervi abbiano gi sopportato abbastanza. Quindi, la prego di fare attenzione al mio
segnale e di alzarsi non appena lo vede. Poi, subito dopo che lei avr finito di parlare, la Contessa
chiuder la parte ufficiale del ricevimento. S, pensiamo che non convenga sottoporre i nervi del signor
Brodsky ad altre prove. Pover'uomo, ah ah! Se penso alla gente che hanno invitato... - Hoffman scosse
il capo e sospir. - Per fortuna che c' lei, signor Ryder.
Prima che potessi dirgli qualcosa, il direttore dell'albergo stava di nuovo schivando i camerieri
per tornare in tutta fretta al suo tavolo.
Passai parecchi minuti a studiare la gente e a soppesare i pro e i contro dei due diversi esordi
che avevo preparato per il mio discorso. Stavo ancora tergiversando, quando il brusio cess
all'improvviso. Mi accorsi allora che il signore dalla faccia severa seduto accanto alla Contessa si era
alzato in piedi.
Era molto vecchio e aveva i capelli d'argento. Emanava grande autorit, e quasi subito nella sala
scese il silenzio. Per qualche secondo ancora il signore dalla faccia severa si limit a fissare gli ospiti
radunati con aria di rimprovero. Poi, in una voce allo stesso tempo misurata e squillante, disse: - Signor
Brodsky. Quando un compagno cos prezioso e nobile ci lascia,  difficile, difficilissimo che le parole
di conforto degli altri non suonino vuote o superficiali. Tuttavia, non potevo permettere che la serata si
concludesse senza porgerle formalmente, a nome di tutti i presenti, le mie pi sincere condoglianze -.
L'oratore fece una pausa, mentre dalla sala si levava un mormorio di assenso. Poi riprese: - Il suo
Bruno, signor Brodsky, era molto amato da tutti coloro che lo vedevano bighellonare per la citt. Ma
non solo. Era assurto a una condizione rara tra gli esseri umani, figuriamoci poi tra i quadrupedi. In
altre parole, era diventato un simbolo.
Sissignore. Per noi aveva finito con il rappresentare alcune virt fondamentali. Un'indomita
fedelt. Un'impavida passione per la vita. Il rifiuto di sentirci da meno degli altri. Il desiderio di fare le
cose a modo nostro, a costo di apparire bizzarri agli occhi di un osservatore altezzoso. In altre parole, le
virt che con il passare degli anni hanno contribuito a costruire questa nostra straordinaria e fiera
comunit. Virt, signor Brodsky, che, se mi  consentito, - qui la sua voce rallent caricandosi di
significato, - speriamo di veder presto rifiorire in ogni ceto e professione.
L'oratore fece una pausa e si guard di nuovo intorno. Per qualche istante tenne il pubblico sotto
i suoi occhi gelidi, poi concluse: - E ora, tutti insieme, osserviamo un minuto di silenzio in memoria
dell'amico che ci ha lasciati.
Mentre l'oratore abbassava gli occhi, gli invitati chinarono il capo all'unisono, e di nuovo cal il
silenzio. A un certo punto sollevai la testa e notai che alcuni consiglieri seduti al tavolo di Brodsky -
forse ansiosi di dare il buon esempio - avevano assunto pose cos esageratamente afflitte da apparire
comici.
Uno, per esempio, si stringeva la fronte tra le mani. Da parte sua, Brodsky - che era rimasto
immobile per tutto il discorso, senza mai alzare gli occhi verso l'oratore o la sala - non si mosse, e di
nuovo mi parve che il suo corpo avesse una strana angolazione. Non avrei potuto escludere che si fosse
addormentato sulla sedia, e che il braccio di Hoffman dietro la sua schiena avesse una funzione
essenzialmente fisica.
Al termine del minuto il signore dalla faccia severa si risedette senza dire altro, creando un
vuoto imbarazzante nel protocollo. Qualcuno ricominci timorosamente a chiacchierare, ma un attimo
dopo vi fu un movimento a un altro tavolo. Vidi che si era alzato in piedi un omaccione quasi calvo,
con la pelle pustolosa.
- Signore e signori, - disse costui con voce possente. Poi, girandosi verso Brodsky, gli fece un
lieve inchino e mormor: Signor Brodsky -. Il nuovo oratore abbass gli occhi e si fiss le mani per
qualche secondo, poi si guard intorno. - Come molti di voi gi sapranno, sono io che questo
pomeriggio ho trovato il corpo del nostro caro amico. Spero dunque che mi concederete qualche istante
per dire due parole su... su ci che  successo.
Perch vede, signore, - di nuovo si rivolse a Brodsky, - io le devo delle scuse. Lasci che le
spieghi -. L'omaccione fece una pausa e deglut. - Questo pomeriggio, come al solito, stavo facendo le
consegne. Avevo quasi finito, mi restavano solo due o tre pacchi, e per abbreviare la strada ho preso il
vicolo tra la ferrovia e Schildstrasse. Normalmente non prendo questa scorciatoia, soprattutto con il
buio, ma oggi era pi presto del solito, e come sapete, c'era un bel tramonto. Cos sono passato di li. E,
pi o meno a met del vicolo, l'ho visto. Il nostro caro amico. Aveva scelto un luogo appartato, quasi
nascosto tra un lampione e la staccionata di legno. Mi sono inginocchiato accanto a lui per assicurarmi
che fosse davvero spirato. E mentre ero l, mi sono venuti molti pensieri. Naturalmente ho pensato a lei,
signor Brodsky. Alla grande amicizia che vi aveva sempre legati, al suo dolore per questa tragica
perdita. Ho pensato anche che la citt avrebbe sentito la mancanza di Bruno, e che si sarebbe stretta
intorno a lei in quest'ora di lutto. E lasci che le dica, signor Brodsky, che, per quanto afflitto, ho capito
che il destino mi aveva concesso un privilegio. Sissignore, un privilegio. Il destino mi aveva scelto per
portare il corpo del suo amico alla clinica veterinaria. Poi, per quello che  successo dopo, io... io non
ho scuse. Un momento fa, mentre il signor von Winterstein parlava, ero tormentato dal dubbio.
Alzarmi o non alzarmi? Alla fine, come vede, ho deciso di alzarmi e di parlare. Molto meglio
che lo venga a sapere dalle mie labbra, signor Brodsky, invece che domani mattina dai pettegolezzi.
Signore, mi vergogno profondamente di ci che  successo. Posso solo dire che non rifarei mai una
cosa simile, nemmeno vivessi un secolo... Posso solo chiederle perdono. Ci ho ripensato cento volte
nelle ultime ore, e adesso so quel che avrei dovuto fare. Avrei dovuto posare i pacchi. Vede, ne avevo
ancora due, le ultime due consegne. Avrei dovuto posarli. Nel vicolo sarebbero stati al sicuro, messi
ben contro la staccionata. E anche se qualcuno se li fosse portati via, poco male. Ma per qualche
stupida ragione, forse per un imbecille istinto professionale, non l'ho fatto. Non ci ho pensato. In altre
parole, quando ho sollevato il corpo di Bruno, avevo ancora i pacchi in mano. Non so che cosa mi sia
passato per la testa.
Sta di fatto che... lo verr a sapere domani, quindi tanto vale che glielo dica io adesso... sta di
fatto che Bruno doveva essere l da un pezzo, perch il suo corpo, quantunque magnifico nella morte,
era freddo e, be', un po' rigido. Sissignore, rigido. Mi perdoni, ci che dir adesso forse la sconvolger,
ma... ma la prego di lasciarmi finire. Per non posare i pacchi... ah, come me ne pento, mille volte mi
sono gi pentito... per non dover posare i pacchi, mi sono messo Bruno in spalle, senza tenere conto
della sua rigidit. Solo quando avevo percorso un buon tratto del vicolo ho sentito un bambino gridare e
mi sono fermato. E all'improvviso mi sono reso conto dell'enormit del mio errore.
Signori miei, volete proprio che scenda nei particolari? S?
Allora ascoltate. Un po' per la rigidit del nostro amico, un po' per l'idiozia di mettermelo in
spalla, cio praticamente in posizione eretta... be', per farla breve, dalle case di Schildstrasse l'intera
parte superiore del suo corpo era visibile al di sopra della staccionata. Per colmo di sventura, era
proprio l'ora della sera in cui gran parte delle famiglie si riuniscono nella stanza sul retro per cenare. E
mentre mangiavano e guardavano il loro giardino, si sono viste passare davanti agli occhi il nostro
nobile amico, con le zampe protese... ah, che affronto! Una casa dopo l'altra! Il pensiero mi tormenta,
signor Brodsky, mi rivedo tutta la scena, nei minimi particolari. Mi perdoni, mi perdoni. Non potevo
restare qui un secondo di pi senza sgravarmi la coscienza di questa... questa palese dimostrazione
della mia inettitudine. Quale sventura che questo triste privilegio sia toccato proprio a uno zuccone
come me!
Signor Brodsky, la supplico di accettare le mie misere scuse per l'umiliazione cui ho sottoposto
il suo nobile compagno cos poco tempo dopo la sua dipartita. Anche la brava gente di Schildstrasse,
forse qualcuno di loro  qui adesso, era profondamente affezionata a Bruno, e doverlo vedere cos per
l'ultima volta... Chiedo perdono, a lei signor Brodsky, a tutti, chiedo perdono, chiedo perdono.
L'omaccione si risedette, scuotendo il capo con aria afflitta.
Poi una donna di un tavolo accanto al suo si alz, toccandosi gli occhi con un fazzoletto.
- Non c' sicuramente alcun dubbio, - disse. -  stato il cane migliore della sua generazione.
Non c' sicuramente alcun dubbio.
Un mormorio d'assenso serpeggi in sala. Intorno a Brodsky i consiglieri comunali annuivano
vigorosamente, ma Brodsky non aveva ancora alzato gli occhi.
Aspettammo che la donna aggiungesse qualcosa, ma lei, pur restando in piedi, non disse altro,
limitandosi a singhiozzare e ad asciugarsi gli occhi. Dopo un po' il signore accanto a lei, che indossava
uno smoking di velluto, si alz e la aiut con gentilezza a risedersi. Lui invece rest in piedi e, dopo
avere lanciato uno sguardo accusatorio alla sala, disse: - Una statua. Una statua di bronzo. Propongo di
erigere una statua di bronzo a Bruno in modo da poterlo ricordare per sempre.
Un monumento grande e solenne. Magari in Walserstrasse. Signor von Winterstein, - aggiunse
rivolgendosi al signore dalla faccia severa, - decidiamo qui, questa sera stessa, di erigere una statua a
Bruno!
Qualcuno grid bene, bravo, e dalla sala si lev un vociare di approvazione. Non solo il
signore dalla faccia severa, ma tutti i consiglieri comunali seduti al tavolo di Brodsky parvero colti alla
sprovvista. Vi fu un rapido scambio di occhiate spaventate, poi von Winterstein disse senza alzarsi: -
Certo, signor Haller, prenderemo attentamente in considerazione la sua proposta. E, naturalmente, ogni
altra idea per commemorare nel modo migliore...
- Qui si esagera, - lo interruppe una voce maschile proveniente dall'altro capo della sala. - Che
idea assurda. Una statua per quel cane? Se quella bestia merita una statua di bronzo, allora la nostra
tartaruga Petra ne merita una cinque volte pi grande.
Lei che ha trovato una morte cos crudele. Assurdo. E poi, non pi tardi di qualche mese fa quel
cane ha assalito la signora Rahn...
Il resto della frase fu coperto da un'improvvisa baraonda. Per un momento parve che tutti si
fossero messi a urlare insieme.
L'uomo che aveva appena parlato, ancora in piedi, si gir verso qualcuno del suo tavolo e
cominci una furiosa discussione. Nella crescente confusione, mi accorsi che Hoffman stava
gesticolando verso di me. O meglio, faceva con la mano uno strano movimento circolare, come se
pulisse un'invisibile finestra. Mi parve di ricordare vagamente che fosse un segnale che gli era
particolarmente caro, cos mi alzai in piedi e mi schiarii la gola con enfasi.
Quasi subito in sala scese il silenzio, e tutti gli occhi si girarono verso di me. L'uomo che aveva
criticato la statua di bronzo interruppe la discussione e si affrett a riprendere il suo posto. Mi schiarii
di nuovo la gola, ed ero sul punto di attaccare il mio discorso, quando mi accorsi che la vestaglia si era
aperta, rivelando interamente le mie nudit. Sopraffatto dalla vergogna, esitai un istante, poi mi
risedetti. Quasi subito, dall'altra parte della sala, si alz una donna che disse con voce stridula: - Se una
statua non va bene, perch non diamo il suo nome a una strada? Si cambia spesso il nome alle strade
per commemorare i defunti. Sicuramente, signor von Winterstein, questo non  chiedere molto. Magari
Meinhardstrasse. O addirittura Jahnstrasse.
A sostegno di quest'idea si lev un coro di approvazione, e subito gli invitati cominciarono a
urlare tutti insieme i nomi di altre possibili vie. I consiglieri comunali erano di nuovo palesemente a
disagio.
Un uomo alto, con la barba, seduto a un tavolo vicino al mio, si alz a sua volta e disse con
voce tonante: - Sono d'accordo con il signor Hollnder. Qui si esagera. Certo, siamo tutti molto
spiaciuti per il signor Brodsky. Ma siamo onesti, quel cane era una minaccia, non solo per gli altri
animali ma anche per gli esseri umani. E se il signor Brodsky si fosse preso la briga di pettinargli di
tanto in tanto il pelo, e di curargli quell'infezione alla pelle che ovviamente si trascinava da anni...
L'uomo fu subissato da una tempesta di rabbiose proteste. Da tutte le parti si levarono grida di
Ignominia! e Vergogna!, e parecchie persone lasciarono il loro tavolo per andare a dare una
lezione al colpevole. Hoffman stava di nuovo facendomi il segnale, pulendo l'aria furiosamente, con il
volto deformato da un ghigno orribile. Sentii la voce dell'uomo barbuto che tuonava al di sopra del
baccano. - Ma  cos. Quella bestia era disgustosamente sudicia!
Dopo avere controllato che la vestaglia fosse ben legata, riprovai ad alzarmi, ma proprio in quel
momento vidi Brodsky riscuotersi e scattare in piedi.
Mentre si alzava, il suo tavolo fece rumore, e tutte le teste si girarono verso di lui. Un istante
dopo, chi aveva abbandonato la sedia era di nuovo al suo posto, e in sala era tornato il silenzio.
Per un attimo temetti che Brodsky piombasse sul tavolo. Invece riusc a conservare l'equilibrio e
si guard intorno. Quando parl, la sua voce era leggermente roca.
- Si pu sapere che cos' questa storia? - disse. - Pensate davvero che quel cane fosse cos
importante per me?  morto, chiuso l'argomento. Io voglio una donna. La vita a volte  cos vuota. Io
voglio una donna -. Fece una pausa, e per un momento si perse nei suoi pensieri. Poi, con voce
sognante, aggiunse: - I nostri marinai. I nostri marinai ubriachi. Che cosa ne sar di loro, adesso? Lei
era cos giovane allora. Cos giovane e bella -. Brodsky tacque di nuovo e alz gli occhi verso i
lampadari appesi all'alto soffitto. Per la seconda volta temetti che cadesse in avanti sul tavolo.
Probabilmente anche Hoffman ebbe lo stesso pensiero, perch si alz, gli mise con garbo una mano
dietro la schiena e gli bisbigli qualcosa nell'orecchio. Brodsky non rispose subito. Poi borbott: - Una
volta mi amava. Mi amava pi di ogni cosa al mondo. I nostri marinai ubriachi. Dove sono adesso?
Hoffman rise di cuore, come se Brodsky avesse detto qualcosa di spiritoso. Poi rivolse un largo
sorriso alla sala e gli parl di nuovo all'orecchio. Brodsky parve finalmente ricordare dove si trovava e,
girandosi incerto verso il direttore dell'albergo, si lasci convincere con le buone a risedersi.
Vi fu un momento di silenzio in cui nessuno si mosse. Poi la Contessa si alz con un sorriso
pieno di brio.
- Signore e signori, a questo punto abbiamo per voi una magnifica sorpresa!  arrivato solo
questo pomeriggio, deve essere stanchissimo, ma ha accettato lo stesso di essere nostro ospite. S,
amici! Il signor Ryder  qui con noi!
La Contessa fece uno svolazzo con la mano nella mia direzione, mentre in sala si levava un
brusio eccitato. Prima che potessi fare qualcosa, i miei compagni di tavolo si strinsero intorno a me
cercando di darmi la mano. Un attimo dopo mi accorsi di essere circondato da persone boccheggianti
dalla gioia, che mi salutavano e mi tendevano le braccia. Ricambiai tanto entusiasmo il pi
cortesemente possibile, ma guardandomi alle spalle - non ero ancora riuscito ad alzarmi dalla sedia -
vidi che dietro di me si stava radunando una folla di persone che si spingevano e si sollevavano sulla
punta dei piedi. Capii che dovevo prendere in pugno la situazione prima che degenerasse nel caos.
Visto che buona parte degli invitati erano gi in piedi, pensai che la cosa migliore fosse sovrastarli da
un piedistallo. Cos, assicurandomi rapidamente che la vestaglia fosse legata, mi arrampicai sulla sedia.
Il clamore cess immediatamente, tutti s'irrigidirono dov'erano e alzarono gli occhi verso di me.
Dal mio nuovo punto d'osservazione vidi che pi di met dei commensali avevano gi lasciato i loro
tavoli, e decisi di attaccare senza indugio.
- Sipari che crollano! Roditori avvelenati! Spartiti pieni di errori!
Mi accorsi che una figura solitaria stava venendo verso di me serpeggiando tra i gruppetti
immobili di persone. Giuntami accanto, la signorina Collins tir a se una sedia da un tavolo vicino, si
sedette e mi guard da sotto in su. Qualcosa nel suo contegno mi turb, e per un momento non riuscii
pi a ricordare la frase successiva. Vedendomi esitare, la donna accavall le gambe e disse in tono
premuroso: - Signor Ryder, si sente male?
- Sto bene, grazie, signorina Collins.
- Spero, - prosegu la donna, - che non se la sia presa troppo per quello che le ho detto poco fa.
Volevo venire da lei a scusarmi, ma non sono pi riuscita a trovarla. Probabilmente sono stata molto
pi burbera del necessario. Spero che mi perdoner.
 che ancora oggi, quando incontro qualcuno del suo mestiere, vengo riassalita dai ricordi e non
posso fare a meno di usare quel tono.
- Non c' di che, signorina Collins, - dissi con voce pacata, sorridendole dall'alto della mia
sedia. - Non si preoccupi. Non me la sono presa. Se sono andato via cos bruscamente,  solo perch ho
pensato che volesse parlare con Stephan in santa pace.
- La ringrazio di essere cos comprensivo,- disse la signorina Collins. - Mi scusi ancora se mi
sono un po' arrabbiata. Ma mi deve credere, signor Ryder, nelle mie parole non c'era solo rabbia. Io
desidero sinceramente aiutarla. Mi rattristerebbe moltissimo vederla commettere di nuovo gli stessi
errori. Gi che ci siamo conosciuti, volevo invitarla a prendere il t da me uno di questi pomeriggi. Mi
farebbe piacere. Da parte mia sar pi che lieta di discutere con lei i suoi problemi. In me trover
un'ascoltatrice attenta, glielo posso garantire.
- La ringrazio, signorina Collins. Sono sicuro che lo dice con le migliori intenzioni. Ma se mi
consente, mi sembra che le sue passate esperienze l'abbiano lasciata un po' maldisposta nei confronti,
come dice lei, delle persone che fanno il mio mestiere. Non so fino a che punto gradirebbe la mia visita.
La signorina Collins parve riflettere sulle mie parole. Poi disse: - Capisco i suoi timori. Ma sono
convinta che non avremmo alcuna difficolt a comportarci in maniera civile. Cominci con una visita
molto breve. Se poi si trova bene, pu sempre tornare.
Magari potremmo addirittura fare quattro passi insieme. Il Giardino Sternberg  vicinissimo a
casa mia. Signor Ryder, ho avuto molti anni per riflettere sul passato e ormai sono pronta a metterci
una pietra sopra. Ma mi piacerebbe tendere ancora una volta la mano a qualcuno come lei.
Naturalmente, non posso prometterle i di avere una risposta per ogni domanda. Ma la ascolter
attentamente. E pu stare certo che non la idealizzer n mi permetter dei sentimentalismi, come
rischierebbe di fare una persona con meno esperienza.
- Prender in debita considerazione il suo invito, signorina Collins, - le dissi. - Ma non posso
fare a meno di pensare che mi abbia preso per qualcuno di completamente diverso. Dico questo perch
il mondo  pieno di individui che si proclamano geni di questo o di quello, e che in realt sono degni di
nota solo per la loro colossale incapacit di organizzarsi la vita. Ma per qualche ragione ci sono sempre
frotte di persone come lei, signorina Collins, persone per altro animate dalle migliori intenzioni, pronte
a buttarsi al salvataggio di costoro. Forse mi sbaglio, ma le assicuro che io non sono uno di questi.
Anzi, posso dirle con certezza che in questo momento non ho alcun bisogno di essere salvato.
Gi da un po' la signorina Collins stava scuotendo la testa.
Quando finii, disse: - Signor Ryder, mi rattristerebbe davvero moltissimo se lei dovesse
continuare a ripetere i suoi errori.
Non sopporterei il pensiero di essere rimasta l a guardare senza fare niente. Sono pi che
convinta che potrei esserle di aiuto in questa difficile situazione. Naturalmente, quando stavo con Leo, -
e la donna fece un vago gesto in direzione di Brodsky, - ero troppo giovane, non ne sapevo abbastanza,
non potevo capire che cosa stava succedendo. Ma adesso ho avuto molti anni per riflettere. E quando
ho saputo che lei sarebbe venuto nella nostra citt, mi sono detta che era giunto il momento di
accantonare la mia amarezza. Sono vecchia, ma tutt'altro che finita. Sono riuscita a capire bene certe
cose della vita, molto bene, e non  ancora troppo tardi per metterle a frutto.  con questo spirito che la
invito a casa mia, signor Ryder. Le chiedo di nuovo scusa se prima, quando ci siamo conosciuti, sono
stata brusca con lei. Non succeder pi, glielo prometto. Per piacere, mi dica che verr.
Mentre la donna parlava, vidi passarmi davanti l'immagine del suo soggiorno - la luce bassa e
accogliente, le tende di velluto liso, i mobili sgangherati - e per un istante il pensiero di adagiarmi su
uno dei suoi sof, lontano dagli assilli della vita, mi parve stranamente allettante. Inalai a fondo e
sospirai.
- Terr presente il suo cortese invito, signorina Collins, dissi. - Ma adesso ho bisogno di
dormire un po'. Si metta nei miei panni: sono mesi che viaggio, e da quando sono arrivato qui non ho
avuto un attimo di tregua. Sono esausto.
E mentre dicevo questo, tutta la stanchezza mi ripiomb addosso. La pelle sotto gli occhi
cominci a prudermi, e mi sfregai la faccia con le palme. Stavo ancora sfregandomela, quando mi sentii
sfiorare il gomito e una voce disse gentilmente: - L'accompagno io a piedi, signor Ryder. Cos mi
sgranchisco le gambe.
Stephan stava porgendomi un braccio per aiutarmi a scendere dalla sedia. Gli posai una mano
sulla spalla e saltai gi.
- Anch'io sono molto stanco, - disse Stephan. - Venga con me.
- A piedi?
- S, questa notte dormo in una delle camere. Lo faccio spesso quando devo prendere servizio la
mattina presto.
Per un attimo continuai a non capire. Poi, guardando oltre i gruppetti di invitati in piedi o seduti,
oltre i camerieri e i tavoli, l dove l'immensa sala spariva nell'oscurit, mi accorsi all'improvviso che
eravamo nel patio dell'albergo. Non l'avevo riconosciuto perch nel pomeriggio vi ero entrato - e
l'avevo visto - dall'altro lato. Da qualche parte l in fondo, nel buio, c'era il bar dove avevo bevuto il
mio caff e fatto i programmi per la giornata.
Non ebbi per modo di soffermarmi su questa scoperta, perch Stephan mi stava trascinando
via con strana insistenza.
- Su, andiamo, signor Ryder. Devo parlarle.
- Buona notte, signor Ryder, - mi disse la signorina Collins mentre le passavamo davanti.
Mi voltai per salutarla, e l'avrei fatto in maniera meno sbrigativa se Stephan non avesse
continuato a tirarmi. Anzi, mentre attraversavamo la sala, mi sentii augurare da ogni parte la buona
notte, e sebbene mi sforzassi di sorridere e di gesticolare, mi accorsi che la mia uscita era meno
elegante del dovuto. Ma Stephan era chiaramente preoccupato, e mentre ancora cercavo di ricambiare i
saluti voltandomi indietro, mi afferr per il braccio e mi disse: - Signor Ryder, ci ho riflettuto molto.
Forse mi sto montando la testa, ma credo proprio che dovrei tentare il brano di Kazan.
Non ho dimenticato il suo consiglio, quello di tirare dritto per la mia strada. Ma le assicuro che
ci ho riflettuto, e mi sento in grado di farcela. Passioni di vetro non  pi al di sopra delle mie capacit,
ne sono pi che convinto. Il vero problema  il tempo. Ma se mi metto d'impegno, se lavoro giorno e
notte, forse ce la far.
Eravamo entrati nella parte buia del patio. I tacchi di Stephan rimbombavano nel vuoto,
accompagnati dal ciabattante contrappunto delle mie pantofole. Un po' sulla nostra destra, nell'oscurit,
intravidi il marmo chiaro della grande fontana, ora silenziosa e spenta.
- Non sono affari miei, - dissi. - Ma al tuo posto io continuerei con il pezzo che avevi deciso di
suonare. L'hai scelto tu e questo  sufficiente. E poi,  sempre un errore cambiare programma all'ultimo
minuto...
- Ma signor Ryder, lei non capisce. La mamma...
- Ho perfettamente presente. E come dico, non desidero interferire. Ma con tutto il rispetto,
penso che nella vita di ognuno di noi venga il momento di difendere le nostre scelte. Il momento di
dire: Questo sono io, ho deciso di fare cos e lo far.
- Signor Ryder, capisco il suo punto di vista. Ma forse dice cos... so che lo fa con le migliori
intenzioni... ma forse dice cos perch non crede che un dilettante come me possa rendere in maniera
decente il pezzo di Kazan, soprattutto con cos poco tempo a disposizione. Ma vede, ci ho riflettuto per
tutta la cena, e credo proprio...
- Non hai afferrato il concetto, - dissi, con un briciolo di insofferenza. - Non l'hai proprio
afferrato. Sto dicendo che devi prendere posizione.
Ma il giovane non mi ascoltava. - Signor Ryder, - continu, mi rendo conto che 
spaventosamente tardi e che lei comincia a essere stanco. Ma mi chiedevo, me lo concederebbe qualche
minuto, magari un quarto d'ora? Se andiamo subito nel salotto, le suono un pezzo del brano di Kazan,
non tutto, solo un pezzo. Cos mi dice se ho qualche possibilit di farcela per gioved sera. Oh, mi
scusi.
Eravamo giunti in fondo al patio, e ci fermammo al buio mentre Stephan apriva la porta chiusa
a chiave che dava sul corridoio.
Mi voltai a dare un'occhiata; la zona dove avevamo cenato era poco pi di una piccola pozza di
luce nell'oscurit. Gli invitati sembravano di nuovo seduti, e si vedevano le sagome dei camerieri
aggirarsi fra i tavoli con i loro vassoi.
Il corridoio era mal illuminato. Stephan richiuse la porta del patio alle nostre spalle, poi
riprendemmo a camminare a fianco a fianco, in silenzio. Dopo un po' vidi che il giovane mi guardava
di sottecchi e capii che stava aspettando la mia decisione.
Sospirai e dissi: - Ti aiuterei volentieri. Capisco che ti trovi in un bel guaio.
Solo che si  fatto davvero tardi e...
- Signor Ryder, mi rendo conto che  stanco, ma posso farle una proposta? In salotto ci vado
solo io. Lei resti fuori della porta ad ascoltare. Poi, non appena ha sentito abbastanza per farsi
un'opinione, zitto zitto se ne vada a letto. Io non sapr se lei  ancora l o no, cos sar spronato a dare
il meglio di me stesso sino in fondo... che  quello di cui ho bisogno. E domani mattina mi dir se ho
qualche possibilit per gioved sera.
Riflettei un momento. - Va bene, - dissi alla fine. - Mi sembra una proposta molto ragionevole,
che tiene conto delle esigenze di entrambi. Va bene, facciamo pure come dici tu.
- Signor Ryder, non so come ringraziarla. Non ha idea dell'aiuto che mi d. Sono in un tale
pasticcio.
Per l'eccitazione il giovane acceler il passo. Il corridoio svolt e divenne cos buio che pi di
una volta misi una mano avanti per timore di andare a sbattere contro una delle due pareti. Tranne che
proprio in fondo, dove un po' di luce filtrava dalle porte a vetri dell'atrio, non c'era illuminazione di
sorta.
Stavo ripromettendomi di farlo presente a Hoffman la prima volta che l'avessi visto, quando
Stephan disse: - Eccoci, - e si ferm.
Mi accorsi che eravamo davanti alla porta del salotto.
Stephan armeggi con le chiavi facendole tintinnare, ma quando finalmente i battenti si
aprirono non vidi altro che buio. Il giovane si precipit nella stanza, poi mise di nuovo fuori la testa.
- Mi d un secondo per trovare la partitura? - disse. Dev'essere da qualche parte nello scanno
del pianoforte, ma c' un tale disordine qui dentro.
- Non preoccuparti, me ne andr solo dopo essermi formato un opinione precisa.
- Signor Ryder, non so come ringraziarla. Be', faccio in un attimo.
La porta si richiuse con un colpo secco, e per qualche minuto non sentii pi niente. Rimasi li
nell'oscurit, guardando di tanto in tanto in fondo al corridoio, dove trapelava la luce dell'atrio.
Finalmente Stephan attacc il movimento d'apertura di Passioni di vetro. Dopo le prime battute
mi accorsi di ascoltare con crescente attenzione. Si capiva subito che il giovane aveva scarsa
dimestichezza con il brano, eppure, sotto le esitazioni e la rigidezza, si intravedeva un'immaginazione
capace di un'originalit e di una sottigliezza spirituale che mi lasciarono stupefatto. Sebbene ancora
rozza, la lettura di Stephan metteva in luce certe dimensioni che non avevo mai visto nella stragrande
maggioranza delle interpretazioni del brano di Kazan.
Mi chinai in avanti per accostarmi alla porta, sforzandomi di cogliere ogni sfumatura, per
quanto esitante. Ma di colpo, verso la fine del movimento, fui sopraffatto dalla stanchezza e mi ricordai
che era tardissimo. Mi dissi che non c'era alcun bisogno di ascoltare ancora - con sufficiente tempo a
disposizione, il pezzo di Kazan era sicuramente nelle possibilit di Stephan - e mi avviai lentamente in
direzione dell'atrio.
Parte seconda
11.
Fui svegliato dallo squillo del telefono sul comodino accanto al letto. Il mio primo pensiero fu
che mi avessero di nuovo disturbato dopo pochi minuti di sonno, ma un attimo dopo capii dalla luce
che doveva essere mattino inoltrato. Colto dall'improvviso timore di avere dormito pi del previsto,
sollevai il ricevitore.
- Ah, signor Ryder, - disse la voce di Hoffman. - Spero che abbia dormito bene.
- Grazie, signor Hoffman, ho dormito benissimo. Stavo per l'appunto alzandomi. Con tutto
quello che ho da fare oggi, risi, -  ora che mi muova.
- Certo, signor Ryder, e che giornata l'aspetta! Capisco che in questa prima parte della mattina
desideri conservare il pi possibile le forze. Molto saggio, se mi consente. Soprattutto dopo essersi
prodigato come la notte scorsa. Ah, che discorso meravigliosamente arguto! Questa mattina in citt non
si parla d'altro! Comunque, sapendo che si sarebbe alzato pi o meno a quest'ora, ho pensato di
telefonarle per aggiornarla sulla situazione. Sono lieto di informarla che adesso la 343  pronta.
Posso suggerirle di prenderne subito possesso? I suoi bagagli, se non ha nulla in contrario,
saranno trasferiti mentre fa colazione. Vedr che la 343 le piacer molto di pi della sua camera attuale.
Le chiedo ancora scusa per l'errore. Non sa quanto mi dispiace. Ma come penso di averle spiegato ieri
sera, a volte pu essere molto difficile valutare queste cose.
- S, s, capisco -. Mi guardai intorno e mi sentii invadere da una disperata tristezza. - Ma signor
Hoffman, - dissi, dominando a stento la voce, - c' un piccolo problema. Boris, il mio bambino,  qui in
questo albergo con me, e...
- Ah, s, e mi fa molto piacere poter ospitare anche il ragazzo. Ci ho gi pensato, e l'ho fatto
spostare nella 342, la camera accanto alla sua. Gustav ha provveduto a trasferire il bambino questa
mattina presto. Vede che non ha alcun motivo di preoccuparsi. Dunque la prego, dopo colazione, di
tornare nella 343. Trover l tutte le sue cose. Non  che un piano pi in alto di dove  adesso, e sono
sicuro che la trover molto pi consona ai suoi gusti. Ma naturalmente, se non dovesse piacerle, la
prego di farmelo sapere immediatamente.
Lo ringraziai e riattaccai. Poi scesi dal letto, mi guardai di nuovo intorno e trassi un profondo
respiro. Nella luce del mattino, la camera non aveva niente di speciale - non era che una tipica stanza
d'albergo - e pensai che stavo dando mostra di un attaccamento assolutamente indecoroso. Tuttavia,
mentre facevo la doccia e mi vestivo, mi sentii di nuovo propenso a un certo sentimentalismo. Poi
all'improvviso mi venne in mente che prima di scendere a fare colazione, prima di qualsiasi altra cosa,
dovevo andare a vedere che Boris stesse bene. Per quel che ne sapevo, in quel momento il bambino
poteva essere solo e disorientato nella sua stanza. Finii in fretta di vestirmi e, dando un'ultima occhiata
alle mie spalle, uscii dalla camera.
Stavo percorrendo il terzo piano in cerca della camera 342, quando udii un rumore e vidi Boris
correre verso di me dal capo opposto del corridoio. Correva in maniera strana, e vedendolo mi bloccai
all'istante. Poi mi accorsi che muoveva le mani come girasse un volante, e capii che stava
impersonando il conducente di una macchina lanciata a folle velocit. Borbottava qualcosa in tono
rabbioso all'invisibile passeggero alla sua destra, e quando mi pass accanto fece finta di non vedermi.
Pi avanti c'era una porta aperta, e quando le fu vicino url: - Attento! - poi devi bruscamente nella
camera. Dall'interno giunse il fracasso di uno schianto nell'interpretazione vocale di Boris. Mi avvicinai
alla porta, controllai che fosse proprio la 342 ed entrai.
Trovai Boris disteso sul letto, con i due piedi per aria.
- Boris, - dissi, - non devi andare in giro correndo e urlando cos. Siamo in un albergo. Magari
c' gente che dorme.
- Che dorme! A quest'ora?
Chiusi la porta alle mie spalle. - Non fare tutto questo chiasso. La gente si lamenter.
- Peggio per loro se si lamentano. Dir al nonno di fargliela vedere.
Aveva ancora i piedi per aria, e cominci a sbattere pigramente le scarpe l'una contro l'altra. Mi
sedetti e rimasi a guardarlo per un momento.
- Boris, devo parlarti. O meglio, dobbiamo parlarci tutti e due. Ci far bene. Chiss quante
domande hai da fare. Un po' su tutto. Per esempio, sul perch siamo in questo albergo.
Feci una pausa per dargli la possibilit di dire qualcosa, ma lui continu a sbattere i piedi
nell'aria.
- Boris, finora sei stato molto paziente, - proseguii. - Ma sono sicuro che ci sono tante cose che
vorresti chiedermi. Mi spiace di non avere mai avuto il tempo di sedermi a chiacchierare con te come si
deve. E mi spiace anche per la notte scorsa.  stato increscioso, per tutti e due. Boris, chiss quante
domande hai da fare. A qualcuna non sar facile rispondere, ma cercher di farlo meglio che posso.
Non so perch, mentre dicevo queste parole - forse al pensiero che non avrei mai pi rivisto la
mia vecchia stanza - fui colto da un profondo smarrimento e dovetti fare una pausa. Boris continu
ancora per un po' a battere i piedi, poi probabilmente le sue gambe cominciarono a stancarsi perch le
lasci ricadere sul letto. Mi schiarii la gola e dissi: - Allora, Boris. Da dove cominciamo?
- Uomo solare! - strepit improvvisamente Boris, e si mise a canticchiare ad alta voce le prime
battute di una sigla musicale.
Poi si scaravent nello spazio tra il letto e la parete e spar.
- Boris, sto parlando sul serio. Per amor del cielo. Dobbiamo parlarci di queste cose. Boris, per
piacere, esci di l.
Non vi fu risposta. Sospirai e mi alzai in piedi.
- Boris, voglio che tu sappia che puoi domandarmi quello che vuoi in qualsiasi momento.
Qualunque cosa stia facendo, pianter l tutto e verr a parlare con te. Anche se sar con gente dall'aria
molto importante. Voglio che tu capisca che per me nessuno  pi importante di te. Boris, mi ascolti?
Boris, vieni fuori di l.
- Non posso. Non riesco a muovermi.
- Boris, per piacere.
- Non riesco a muovermi. Mi sono rotto tre vertebre.
- Va bene, Boris. Magari ne riparliamo quando sarai guarito.
Adesso scendo a fare colazione. Senti, se ti fa piacere, dopo colazione possiamo tornare nella
vecchia casa. Se vuoi, possiamo andare l a prendere la scatola. Quella di Numero Nove.
Di nuovo non ebbi risposta. Aspettai ancora un momento, poi aggiunsi: - Bene, pensaci, Boris.
Io scendo a fare colazione.
Detto questo, uscii dalla camera, richiudendo piano piano la porta alle mie spalle.
Fui condotto in una lunga sala piena di sole di fianco all'atrio. Le grandi finestre davano sulla
strada all'altezza del marciapiede, ma i pannelli inferiori erano di vetro opaco per dare un po' di
intimit, e i rumori del traffico esterno giungevano attutiti. Alte palme e ventilatori al soffitto davano
all'ambiente un aspetto vagamente esotico. Le tavole erano disposte in due lunghe file, e mentre
percorrevo il corridoio centrale accompagnato dal cameriere, notai che in gran parte erano gi state
sparecchiate.
Il cameriere mi fece sedere verso il fondo e mi vers il caff.
Quando se ne and, vidi che gli unici altri clienti erano una coppia che parlava spagnolo vicino
all'ingresso e un vecchio che leggeva un giornale qualche tavolo pi in l. Forse ero sceso a colazione
per ultimo, ma insomma, avevo avuto una notte incredibilmente faticosa, e mi dissi che non avevo
alcun motivo di sentirmi in colpa.
Anzi, mentre osservavo le palme che ondeggiavano dolcemente sotto i ventilatori accesi, mi
sentii pervadere da un senso di appagamento. In fondo, avevo tutte le ragioni di essere soddisfatto di
ci che ero riuscito a fare in cos poco tempo.
Certo, molti aspetti di questa crisi locale erano ancora poco chiari, addirittura misteriosi. Ma ero
arrivato da meno di ventiquattr'ore, ed ero sicuro che presto avrei scoperto anche le risposte a queste
domande. Pi tardi, per esempio, avrei fatto visita alla Contessa, dove avrei avuto modo non solo di
rinfrescarmi la memoria sul lavoro di Brodsky ascoltando i suoi vecchi dischi, ma anche di analizzare
l'intera crisi nei minimi particolari con la Contessa e il sindaco. Poi c'era la riunione con i cittadini pi
colpiti dai recenti problemi - la cui importanza io stesso avevo sottolineato il giorno prima alla
signorina Stratmann - e l'incontro con Christoff. In altre parole, avevo ancora davanti a me parecchi
degli appuntamenti pi significativi, ed era inutile che cercassi gi di trarre qualche conclusione o
addirittura di pensare a come impostare il mio discorso. Per il momento, avevo ogni diritto di sentirmi
soddisfatto delle informazioni che avevo gi assimilato, e potevo sicuramente permettermi qualche
minuto di indulgente rilassamento mentre facevo colazione.
Il cameriere torn con carni fredde, formaggi e un cestino di pagnottelle fresche. Cominciai a
mangiare senza fretta, versandomi di tanto in tanto una tazza di caff forte, e quando Stephan Hoffman
comparve nella sala da pranzo ero ormai molto prossimo alla pace interiore.
- Buon giorno, signor Ryder, - disse il giovane, sorridendomi e venendo verso di me. - Ho
saputo che  appena sceso. Non voglio disturbare la sua colazione, e non mi tratterr a lungo.
Poi rimase a ciondolare accanto al mio tavolo, con lo stesso sorriso appiccicato sul volto,
aspettando che dicessi qualcosa.
Solo allora mi ricordai del patto della notte precedente.
- Ah, s, - dissi. - Il pezzo di Kazan. S -. Posai il coltello del burro e lo guardai. - Come sai 
uno dei pezzi per pianoforte pi difficili che siano mai stati composti. E dato che hai appena cominciato
a studiarlo, be', non mi ha sorpreso sentire certe asperit. Non molto pi di questo, semplici asperit.
Con un pezzo del genere c' poco da fare, ci vuole tempo. Molto tempo.
Feci di nuovo una pausa. Il sorriso era sparito dalla faccia di Stephan.
- Ma nell'insieme, - proseguii, - e non lo dico alla leggera, ritengo che la tua esecuzione della
notte scorsa fosse davvero molto promettente. A patto che tu vi dedichi il tempo necessario, sono sicuro
che sarai in grado di dare un'ottima interpretazione di questo difficile pezzo. Naturalmente il guaio ...
Ma il giovane non mi stava pi ascoltando. Avvicinandosi di un passo, disse: - Signor Ryder,
mi faccia capire. Sta dicendo che basta che mi eserciti? Che il pezzo  nelle mie possibilit? -
Improvvisamente il suo volto si contorse, poi Stephan si pieg in due e picchi il pugno sul ginocchio
sollevato. Un attimo dopo si raddrizz, respir a fondo e mi guard raggiante. - Signor Ryder, lei non
ha idea, non ha idea di che cosa significhi questo per me. Che magnifico incoraggiamento, lei non ha
idea! So che le sembrer immodesto, ma le assicuro che ne ero certo sin dall'inizio, che nell'intimo ho
sempre saputo che ce l'avrei fatta. Ma sentirselo dire da lei, proprio da lei, Dio mio,  fantastico!
Questa notte, signor Ryder, non la finivo pi di suonare. Ogni volta che stavo per cedere alla
stanchezza, ogni volta che mi veniva la tentazione di smettere, una vocina dentro di me diceva:
Continua. Magari il signor Ryder  ancora l fuori. Forse gli serve ancora un pochino per poter
valutare. E allora ce la davo di nuovo tutta e mi rimettevo a suonare. Quando ho finito, circa due ore
fa, le confesso che sono andato alla porta e ho sbirciato fuori. E naturalmente ho scoperto che lei era
gi andato a letto... com' giusto, d'altronde. Ma non so come ringraziarla per essere rimasto l ad
ascoltare. Spero solo che non abbia perso troppo sonno per colpa mia.
- Oh, no, no. Sono rimasto dietro la porta per... per un po'. A sufficienza per poter giudicare.
- Non so come ringraziarla, signor Ryder. Questa mattina mi sento un altro. Le nuvole sono
sparite dalla mia vita!
- Sentimi bene, non voglio che tu ti faccia un'idea sbagliata.
Ti ho solo detto che quel pezzo sei in grado di suonarlo. Non che hai abbastanza tempo per...
- Al tempo ci penso io. Approfitter di ogni momento libero per sedermi al pianoforte ed
esercitarmi. Rinuncer a dormire. Non si preoccupi, signor Ryder. Domani sera i miei genitori saranno
fieri di me.
- Domani sera? Oh, certo...
- Oh, ma che egoista, continuo a parlare di me stesso e non le ho nemmeno fatto i complimenti
per lo strepitoso successo della notte scorsa. Mi riferisco alla cena. In citt ne parlano tutti.
 stato davvero un discorso affascinante.
- Grazie. Sono contento che sia piaciuto.
- E sono sicuro che ha contribuito in maniera determinante a creare le condizioni per ci che 
accaduto dopo. S, pare che... questa  la notizia veramente buona che avrei dovuto darle subito... Come
sa, ieri sera c'era anche la signorina Collins.
Ebbene, pare che a un certo punto, mentre stava andando via, la signorina Collins abbia
scambiato un sorriso con il signor Brodsky. S, non  una storia! Ci sono molti testimoni. Persino pap
li ha visti. Lui non aveva cercato in alcun modo di farli incontrare; era stato ben attento a non forzare
troppo le cose, soprattutto perch la signorina Collins doveva ancora dare una risposta per l'incontro
allo zoo. Ma mentre la signorina stava andando via, il signor Brodsky l'ha vista uscire e si  alzato in
piedi. Era rimasto seduto al suo tavolo per tutta la sera, anche se ormai gli invitati se ne andavano in
giro liberamente, come fanno sempre. Ma ecco che si  alzato e ha guardato in direzione della porta,
dove la signorina Collins stava augurando la buona notte ad alcune persone. Uno dei consiglieri, penso
fosse il signor Weber, la stava accompagnando fuori, ma l'istinto deve averla messa sull'avviso. Fatto
sta che si  girata a dare un'ultima occhiata alla sala, e naturalmente ha visto il signor Brodsky in piedi
che la fissava. Pap se ne  accorto, e come lui parecchia altra gente, e nella sala il brusio  scemato.
Pap dice che per un terribile istante ha temuto che la signorina Collins gelasse il signor Brodsky con
uno sguardo d'odio. Dalla faccia che aveva, sembrava proprio sul punto di farlo. Ma all'ultimo
momento, gli ha sorriso. S, ha rivolto al signor Brodsky un sorriso! Poi  uscita. Il signor Brodsky, be',
pu immaginare che cosa deve essere stato per lui. Pensi un po', dopo tutti questi anni! Poco fa ho visto
mio padre, e mi ha detto che il signor Brodsky sta lavorando con rinnovato vigore.  gi al pianoforte
da un'ora! Meno male che l'ho lasciato libero! Pap dice che questa mattina gli sembra un'altra persona,
l'ultima al mondo che abbia bisogno di un bicchierino. Un vero trionfo per pap e per gli altri, ma sono
sicuro che il suo discorso ha dato un contributo determinante. Stiamo ancora aspettando una risposta
dalla signorina Collins, per sapere se verr allo zoo, ma dopo quanto  successo questa notte non
possiamo fare a meno di essere ottimisti. Dio mio, che mattinata! Bene, signor Ryder, non mi tratterr
oltre, sono sicuro che non vede l'ora di finire la sua colazione. Voglio solo dirle ancora una volta grazie
di tutto.
Sono sicuro che ci incontreremo di nuovo nell'arco della giornata, e le dir come vanno le cose
con il pezzo di Kazan.
Gli augurai buona fortuna e lo osservai mentre usciva a passo baldanzoso dalla sala.
L'incontro con il giovane Stephan mi lasci pi soddisfatto che mai. Per parecchi minuti
continuai la colazione con la stessa calma di prima, godendomi soprattutto il sapore fresco del burro
locale. A un certo punto il cameriere mi port un altro bricco di caff, poi scomparve di nuovo. Dopo
un po', non so perch, mi accorsi che stavo cercando di ricordare la risposta a una domanda che mi
aveva fatto tanti anni prima un signore seduto accanto a me in aereo. Nelle finali dei Mondiali di calcio
avevano giocato tre coppie di fratelli, mi aveva detto. Ne ricordavo i nomi? Io avevo trovato una scusa
per tornare al mio libro, perch non avevo nessuna voglia di conversare. Ma da allora, nei rari momenti
come questo, in cui disponevo di qualche minuto tutto per me, la domanda di quel signore mi tornava
in mente. La cosa pi fastidiosa era che c'erano delle volte in cui riuscivo a ricordare tutte e tre le
coppie di fratelli, ma altre in cui scoprivo di averne dimenticata ora l'una ora l'altra. E cos mi stava
succedendo quella mattina. Ricordavo che i fratelli Charlton avevano giocato con l'Inghilterra nella
finale del 1966, e i fratelli Van der Kerkhof con l'Olanda nel 1978. Ma per quanto mi sforzassi non
riuscivo a ricordare la terza coppia. Dopo un po' cominciai a provare una profonda irritazione nei miei
confronti, e arrivai persino a stabilire che non mi sarei alzato da tavola e non mi sarei dedicato agli
impegni della giornata se prima non fossi riuscito a ricordare la terza coppia di fratelli.
Fui strappato alle mie fantasticherie da Boris. Vidi che era entrato nella sala e si stava dirigendo
verso di me. Avanzava per gradi, passando con noncuranza dall'uno all'altro dei tavoli vuoti, come se
stesse avvicinandosi a me per puro caso. Evitava di guardarmi, e anche quando arriv al tavolo accanto
al mio, rimase a palpeggiarne la tovaglia dandomi la schiena.
- Boris, hai gi fatto colazione? - domandai.
Il bambino continu a giocherellare con la tovaglia. Poi, con un tono che stava a significare che
la risposta gli era indifferente, mi chiese: - Andiamo nella vecchia casa?
- Se vuoi. Ti ho promesso che se volevi ci saremmo andati. Ti farebbe piacere?
- Non devi lavorare?
- S, ma posso rimandare il lavoro a pi tardi. Se vuoi, andiamo pure. Ma in quel caso dobbiamo
partire subito. Sai anche tu che ho una giornata molto piena.
Boris parve riflettere. Continuava a darmi le spalle e a giocherellare con la tovaglia.
- Allora, Boris? Andiamo?
- Ci sar Numero Nove?
- Penso di s -. Poi capii che dovevo prendere io l'iniziativa; mi alzai e gettai il tovagliolo
accanto al piatto. - Muoviamoci, Boris. Sembra che fuori ci sia un bel sole. Non dobbiamo nemmeno
salire a prendere la giacca. Su, andiamo.
Boris esitava ancora, ma gli misi un braccio sulle spalle e lo condussi fuori della sala.
Mentre attraversavamo l'atrio, mi accorsi che il portiere mi stava facendo dei cenni.
- Signor Ryder, - disse. - I giornalisti sono tornati. Ho pensato che per il momento era meglio
mandarli via, ma gli ho detto di riprovare fra un'ora. Non si preoccupi, sono estremamente disponibili.
Riflettei un momento, poi dissi: - Purtroppo in questo momento ho una cosa importante da fare.
Sia cos gentile da dire a quei signori di combinare un appuntamento con la signorina Stratmann.
E adesso, se non le spiace, dobbiamo proprio andare.
Solo quando fummo fuori dell'albergo, sul marciapiede assolato, mi accorsi che non ricordavo
la strada per andare alla vecchia casa. Per qualche secondo rimasi a osservare il traffico che scorreva
lentamente davanti a noi, finch Boris, forse intuendo il mio problema, disse: - Possiamo prendere il
tram. Davanti alla stazione dei pompieri.
- Benissimo. Fai strada tu, allora.
Il traffico era cos rumoroso che per qualche minuto non scambiammo quasi parola.
Avanzammo scansando la gente lungo i marciapiedi affollati, attraversammo due stradine molto
animate, poi sbucammo su un largo corso con le rotaie del tram e parecchie carreggiate intasate dal
traffico. Il marciapiede era molto pi largo, e potemmo camminare pi speditamente tra la gente,
passando davanti a banche, uffici e ristoranti. Dopo un po' udii dietro di me dei passi che si
avvicinavano di corsa e sentii una mano toccarmi la spalla.
- Signor Ryder! Finalmente!
L'uomo che vidi girandomi somigliava a un cantante rock sul viale del tramonto. Aveva una
faccia sciupata e lunghi capelli sudici con la riga in mezzo. La camicia e i pantaloni erano larghi e color
panna.
- Con chi ho il piacere? - domandai cautamente, notando che Boris guardava l'uomo con
sospetto.
- Che disgraziatissima serie di malintesi! - disse l'uomo ridendo. - Ci avranno dato dieci
appuntamenti diversi. E ieri sera abbiamo aspettato pi di due ore, ma non importa! Sono cose che
capitano. Immagino che non sia colpa sua, signor Ryder. Anzi, ne sono sicuro.
- Ah, s. E questa mattina eravate di nuovo l. S, s, il portiere me l'ha detto.
- E deve esserci stato un altro malinteso -. Il capellone fece spallucce. - Ci hanno detto di
tornare dopo un'ora. Cos stavamo ammazzando il tempo in quel caff, io e il fotografo. Ma gi che 
passato di qui, mi chiedevo se non sarebbe meglio sbrigare subito l'intervista e le foto. Cos non
dovremo pi disturbarla.
Naturalmente, ci rendiamo conto che un personaggio come lei ha cose ben pi importanti da
fare che rilasciare interviste a un piccolo quotidiano locale come il nostro...
- Al contrario, - mi affrettai a dire. - Do sempre la massima importanza ai giornali come il
vostro. Voi avete la chiave per aprire il cuore della gente. Le persone come voi sono preziosissime per
conoscere una citt.
- La ringrazio per le sue gentili parole, signor Ryder. Gentili e, se posso dire, acute.
- Ma come stavo per aggiungere, purtroppo in questo momento sono gi occupato.
- Certo, certo. Proprio per questo le proponevo di toglierci subito il pensiero, cos non dobbiamo
continuare a disturbarla per tutto il giorno. Il nostro fotografo, Pedro,  in quel caff.
Pu scattarle qualche rapida foto, mentre io le faccio due o tre domande. Poi pu correre con
questo giovanotto ovunque foste diretti. In tutto non ci vorranno pi di quattro o cinque minuti.
Mi sembra di gran lunga la soluzione pi semplice.
- Hmm. Solo qualche minuto, dice?
- Oh, saremo pi che felici se ci concede qualche minuto.
Sappiamo benissimo che il suo tempo  prezioso e che ha cose pi importanti da fare. Come le
dico, siamo laggi. In quel caff.
L'uomo indic un punto non molto lontano, dove un po' di tavoli e di sedie si erano riversati sul
marciapiede. Non aveva certo l'aspetto di un posto che avrei scelto per un'intervista, ma pensai che
cos, almeno, avrei chiuso l'argomento giornalisti.
- D'accordo, - dissi. - Ma voglio ricordarle ancora una volta che questa mattina sono
occupatissimo.
- Signor Ryder, lei  un angelo. E per un umile giornale come il nostro! Bene, sbrighiamoci,
allora. La prego, da questa parte.
Il giornalista capellone si avvi per il marciapiede, e dalla fretta di tornare nel suo caff rischi
di sbattere contro un passante. Presto ci distanzi di qualche passo, e io ne approfittai per dire a Boris: -
Non preoccuparti, ci metto pochissimo. Te lo garantisco.
Boris continuava a tenermi il broncio, cos aggiunsi: - Senti, mentre aspetti, perch non ti mangi
qualcosa di buono?
Un gelato o una fetta di torta di ricotta. Poi filiamo via.
Ci fermammo davanti a uno stretto cortile pieno di ombrelloni.
- Eccoci arrivati, - disse il giornalista indicando uno dei tavoli. - Siamo seduti l.
- Se non le spiace, - gli dissi, - prima voglio sistemare Boris dentro il bar. Vi raggiungo fra un
minuto.
- Ottima idea.
Molti dei tavolini esterni erano occupati, ma dentro non c'era nessuno. Il locale, arredato in stile
leggero e moderno, era inondato di sole. Dietro il banco di vetro in cui erano esposti i dolci e i
pasticcini c'era una cameriera giovane e grassottella dall'aspetto nordico. Non appena Boris si sedette a
un tavolino nell'angolo, la giovane donna venne verso di noi con un sorriso.
- Che cosa gradisci? - domand a Boris. - Questa mattina abbiamo le torte pi fresche della
citt. Sono arrivate da appena dieci minuti.  tutto freschissimo.
Boris la interrog a fondo sui diversi dolci, poi scelse la torta di ricotta con le mandorle e il
cioccolato.
- Bene, - gli dissi. - Vado un momento da quelle persone e torno subito. Se hai bisogno di
qualcosa, mi trovi fuori.
Boris fece spallucce; aveva occhi solo per la cameriera, che stava estraendo dalla vetrina un
dolce tutto arzigogolato.
12.
Quando tornai nel cortile, non vidi pi il giornalista capellone. Passeggiai per un po' tra gli
ombrelloni, scrutando in faccia le persone sedute ai tavolini. Dopo avere fatto tutto il giro del cortile,
presi in esame la possibilit che il giornalista avesse cambiato idea e fosse andato via. Ma la cosa mi
parve cos inaudita che ricominciai a guardarmi intorno.
C'erano parecchie persone che leggevano il giornale davanti a una tazza di caff. Un vecchio
stava parlando con i piccioni che si erano radunati intorno ai suoi piedi. Poi udii fare il mio nome, mi
girai e vidi il giornalista seduto proprio al tavolino alle mie spalle. Conversava fitto fitto con un
individuo atticciato, di carnagione scura, che presi per il fotografo. Prorompendo in un'esclamazione,
mi avvicinai, ma stranamente i due uomini proseguirono la loro discussione senza degnarmi di uno
sguardo.
Anche quando scostai l'unica sedia libera e mi sedetti, il giornalista - che era a met di una frase
- si limit a darmi un'occhiata di sfuggita. Poi, rivolgendosi di nuovo al fotografo dalla pelle olivastra,
continu: - Quindi non fare alcun accenno al significato dell'edificio.
Dovrai inventarti qualche scusa pseudoartistica per spiegargli perch lo vuoi sempre l davanti.
- Sta tranquillo, - disse il fotografo annuendo. - Sta tranquillo.
- Ma non essere troppo insistente. Sembra che sia stato questo l'errore di Schulz a Vienna, il
mese scorso. E ricordati che quelli come lui sono sempre molto vanitosi. Quindi fa finta di essere un
suo ammiratore sfegatato. Digli che al giornale non lo sapevano, quando hanno deciso di mandare te,
ma che si d il caso che sia proprio il tuo idolo. Lo conquisterai. Ma non tirare in ballo l'edificio Sattler
prima di avere instaurato un buon rapporto.
- Va bene, va bene -. Il fotografo continuava ad annuire. Per pensavo che la cosa fosse ormai
combinata. Che tu l'avessi gi convinto.
- Volevo provare a farlo per telefono, ma Schulz me l'ha consigliato, pare che lo stronzo sia un
osso duro -. Mentre diceva queste parole, il giornalista si gir verso di me e mi sorrise educatamente. Il
fotografo, seguendo lo sguardo del compagno, mi fece un cenno distratto con il capo, poi i due
riattaccarono a discutere.
- Il guaio di Schulz, - disse il giornalista, -  che non li adula mai abbastanza. E poi ha un modo
di fare, come se avesse sempre fretta, anche quando non ce l'ha. Questa gente, non devi smettere un
istante di adularla. Quindi, mentre scatti, continua a gridare magnifico. Continua a esclamare.
Alimenta senza sosta il suo narcisismo.
- Va bene, va bene. Sta' tranquillo...
- Allora comincer io con... - Il giornalista sospir stancamente. - Comincer a parlare del
concerto di Vienna, o di qualcosa del genere. Mi sono preso degli appunti, e far un po' di scena. Ma
cerchiamo di non sprecare troppo tempo. Dopo qualche minuto salti fuori tu dicendo che ti  venuta
l'ispirazione di andare all'edificio Sattler. All'inizio finger di essere un po' scocciato, ma poi finir con
l'ammettere che  una bella idea.
- Va bene, va bene.
- Adesso sai tutto. Vedi di non fare errori. Ricordati che abbiamo che fare con un bastardo
permaloso.
- Ho capito.
- Se le cose girano storte, tu pensa solo ad adularlo.
- D'accordo, d'accordo.
I due uomini si fecero un cenno di intesa. Poi il giornalista respir a fondo, batt le mani l'una
contro l'altra e si gir verso di me, illuminandosi improvvisamente in volto.
- Ah, eccola qui, signor Ryder!  davvero gentile a concederci un po' del suo tempo prezioso. E
il giovanotto,  l dentro che se la gode, immagino?
- Oh, s. Ha ordinato un'enorme fetta di torta di ricotta.
I due uomini risero compiaciuti. Il fotografo dalla pelle olivastra sorrise scoprendo i denti e
disse: - Torta di ricotta. La mia preferita. Anche quando ero piccolo.
- A proposito, signor Ryder, questo  Pedro.
Il fotografo sorrise di nuovo e mi porse prontamente la mano. Felicissimo di conoscerla, signor
Ryder. Questo  il sogno della mia vita, glielo assicuro. Mi hanno assegnato l'incarico solo questa
mattina. Quando mi sono alzato, mi aspettava l'ennesimo servizio nelle aule del municipio. Poi, mentre
faccio la doccia, mi arriva questa telefonata. Hai voglia di andarci tu? mi chiedono. Se ne ho voglia?
Accidenti, quell'uomo  il mio idolo da quando ero bambino, gli rispondo. Se ne ho voglia? Cristo, ci
vado gratis. Anzi, vi pago per andarci, gli rispondo. Ditemi solo dove devo andare. Giuro che non sono
mai stato tanto eccitato per un lavoro.
- Deve sapere, signor Ryder, - disse il giornalista, - che il fotografo che mi ha accompagnato ieri
sera in albergo, be', dopo due ore che aspettavamo ha incominciato a spazientirsi.
Naturalmente la cosa mi ha fatto arrabbiare. Tu non capisci, gli ho detto. - Se il signor Ryder 
in ritardo, significa che  stato trattenuto da impegni improrogabili. E se  cos gentile da concederci un
po' del suo tempo e ci fa aspettare, be', si aspetta e basta. Glielo giuro, mi ha fatto proprio arrabbiare.
E quando siamo tornati al giornale ho detto al direttore che cos non andava. Trovami un altro
fotografo per domani mattina, - gli ho chiesto. - Voglio qualcuno che si renda ben conto che il signor
Ryder  una celebrit e sappia dimostrargli la dovuta riconoscenza. S, me la sono proprio presa.
Comunque, adesso c' Pedro, che a quanto pare l'ammira come me.
- Molto di pi, molto di pi, - protest Pedro. - Questa mattina, quando ho ricevuto la
telefonata, non riuscivo a crederci. Il mio idolo era in citt e io gli avrei fatto le foto.
Cristo, far il pi bel servizio della mia vita, ecco quello che mi sono detto mentre finivo la
doccia. Per uno come lui, devi superarti. Portalo davanti all'edificio Sattler.  quello che ci vuole, mi
sono detto, e mentre finivo la doccia mi figuravo gi l'inquadratura nei minimi particolari.
- Senti, Pedro, - disse il giornalista, lanciandogli un'occhiata severa, - dubito molto che il signor
Ryder abbia voglia di andare fino all'edificio Sattler per le nostre fotografie.  vero che  a pochi
minuti d'auto di qui, ma pochi minuti sono pur sempre un tempo non indifferente per una persona con
un programma scandito al secondo. No Pedro, dovrai fare del tuo meglio qui, scattare qualche foto al
signor Ryder mentre chiacchieriamo a questo tavolo. S, lo so, un caff all'aperto  banale, difficilmente
riuscir a mettere in risalto lo straordinario carisma che emana dal signor Ryder. Ma dovrai arrangiarti.
Ammetto che l'idea del signor Ryder sullo sfondo dell'edificio Sattler  suggestiva. Ma purtroppo lui
non ha tempo. Dovremo accontentarci di un'immagine molto pi ordinaria.
Pedro si batt il pugno sul palmo della mano e scosse la testa.
- S, probabilmente hai ragione. Per, accidenti,  dura da accettare. L'occasione di riprendere il
grande Ryder, una di quelle occasioni che capitano una sola volta nella vita, e devo accontentarmi della
solita inquadratura in un caff. Dico io se la vita deve farti di questi scherzi -. Il fotografo scosse di
nuovo la testa tristemente. Poi, per qualche istante, i due rimasero l a fissarmi.
- Be', - dissi, - questo vostro edificio.  veramente a pochi minuti d'auto di qui?
Pedro si raddrizz di scatto sulla sedia, con la faccia che brillava d'entusiasmo.
- Dice davvero? Poser davanti all'edificio Sattler? Dio mio, che colpo! Lo sapevo che lei era un
tipo coi fiocchi!
- Ehi, un momento...
- Ne  sicuro, signor Ryder? - mi domand il giornalista afferrandomi per il braccio. - Ne 
proprio sicuro? So che ha un programma molto fitto. Accidenti, ma  fantastico! E le assicuro che in
taxi non ci vogliono pi di tre minuti. Anzi, se mi aspetta qui, vado a chiamarne uno. Pedro, mentre mi
aspettate, perch non ne approfitti per fare qualche foto al signor Ryder?
Il giornalista scapp via. Un attimo dopo lo vidi sull'orlo del marciapiede, tutto proteso verso il
traffico che gli veniva incontro, con un braccio sollevato in aria.
- Signor Ryder. Per piacere.
Pedro si era piegato su un ginocchio e mi guardava attraverso l'obbiettivo strizzando la
palpebra. Mi sistemai sulla sedia assumendo un atteggiamento disteso ma non esageratamente languido
- e sfoderai un sorriso cordiale.
Pedro fece scattare un paio di volte l'otturatore. Poi si allontan di qualche passo e si accucci
di nuovo, questa volta accanto a un tavolino vuoto; cos facendo, disturb una frotta di piccioni che
becchettavano le briciole. Stavo per cambiare posizione, quando il giornalista torn di corsa.
- Signor Ryder, non riesco a trovare un taxi, ma sta arrivando il tram. Se si sbriga riusciamo ad
acchiapparlo. Pedro, in fretta, il tram.
- Ma non ci metteremo di pi che in taxi? - domandai.
- No, no. Anzi, con questo traffico, il tram ci metter meno.
Davvero, signor Ryder, non deve preoccuparsi. L'edificio Sattler e vicinissimo. Anzi, - il
giornalista alz una mano per schermarsi gli occhi e guard in lontananza, - anzi, si vede quasi di qui.
Se non fosse per quella torre grigia laggi, lo vedrebbe anche adesso. Per dirle come siamo vicini.
Anzi, se una persona di altezza normale... come me o come lei... se una persona cos salisse in piedi sul
tetto dell'edificio Sattler e tenesse sollevato un oggetto con un manico... che so, una scopa, per
esempio... in una mattina come questa riusciremmo a vederlo senza difficolt sopra la torre grigia.
Capisce anche lei che ci si arriva in un baleno. Ma la prego, c  il tram, dobbiamo spicciarci.
Pedro, con la pesante borsa dell'attrezzatura in spalla, era gi alla fermata. Vidi che stava
cercando di convincere il tramviere ad aspettarci. Seguii il giornalista fuori del cortile e salii a bordo.
Mentre il tram ripartiva, ci facemmo largo lungo il corridoio.
La carrozza era affollata, e non riuscimmo a sederci tutti e tre vicini. Io mi infilai in un sedile
verso il fondo, tra un vecchietto e una madre giunonica che teneva un bambino in grembo.
Il sedile era stranamente comodo, e dopo pochi istanti cominciai a godermi il viaggio. Davanti a
me c'erano tre anziani signori che leggevano un unico giornale tenuto aperto da quello seduto in mezzo.
Gli scossoni del tram sembravano metterli in difficolt, e di tanto in tanto i tre lettori si azzuffavano per
imporre una determinata pagina.
Stavamo viaggiando da un po', quando mi accorsi di un certo fermento intorno a me e vidi una
donna in divisa da controllore avanzare lungo il corridoio. Pensai subito che i miei compagni dovevano
avere fatto il biglietto anche per me; salendo, io non avevo certo pagato. Quando mi girai di nuovo a
guardare, il controllore, una donnina in una brutta uniforme nera che non riusciva a nascondere del
tutto le sue grazie, aveva quasi raggiunto il nostro settore della carrozza. Intorno a me i passeggeri
stavano tirando fuori biglietti e tessere. Ricacciai la sensazione di panico e mi preparai a dire qualcosa
di dignitoso e allo stesso tempo convincente.
Poi di colpo il controllore fu al nostro fianco. Tutti i miei vicini porsero il biglietto, e mentre la
donna era ancora intenta a perforarli, dichiarai con voce ferma: - Io sono senza biglietto, ma ci 
dovuto a particolari circostanze che, se mi permette, le spiegher.
La donna mi guard. Poi disse: - Non avere il biglietto  un conto. Ma quello che mi hai fatto
ieri sera  stato proprio un brutto tiro.
Nel momento in cui diceva queste parole, riconobbi Fiona Roberts, una bambina che
frequentava la mia stessa scuoletta elementare nel Worcestershire. Quando avevo nove anni, eravamo
diventati molto amici. Viveva vicino a noi, in una casetta simile alla nostra poco pi gi lungo la
strada, e io andavo spesso il pomeriggio a giocare da lei, soprattutto durante il difficile periodo che
aveva preceduto la nostra partenza per Manchester.
Non la vedevo pi da allora, quindi la sua accusa mi colse un po' di sorpresa.
- Ah, - dissi. - Ieri sera. S, certo.
Fiona Roberts continu a fissarmi. Sar stato per il suo sguardo pieno di rimprovero, ma
all'improvviso mi ricordai di un pomeriggio della nostra infanzia, in cui ce ne stavamo sotto il tavolo da
pranzo dei suoi. Come al solito, avevamo creato il nostro covo appendendo un vasto assortimento di
coperte e tende sui lati del tavolo. Quel pomeriggio faceva caldo e c'era il sole, ma noi avevamo
insistito per stare nel nostro covo, in un calore soffocante e nella semioscurit. Ero sconvolto e avevo
parlato a lungo a Fiona. Lei aveva cercato di interrompermi pi di una volta, ma io avevo continuato.
Alla fine della mia tirata, Fiona aveva detto: - Sei sciocco. Questo vuol dire che resterai solo. Ti verr
la malinconia.
- Non me ne importa, - avevo detto. - Mi piace stare solo.
- Questa  un'altra sciocchezza. A nessuno piace stare solo.
Io avr una grande famiglia. Almeno cinque figli. E tutte le sere preparer loro una cena
deliziosa -. Poi, vedendo che non ribattevo, aveva ripetuto: - Sei sciocco. A nessuno piace restare solo.
- A me s.
- Ma una cosa cos non pu piacere.
- Invece a me piace.
In realt l'avevo detto con una certa convinzione. Erano infatti parecchi mesi che avevo
cominciato i miei allenamenti; anzi,  probabile che quella particolare ossessione fosse giunta al
culmine proprio in quel periodo.
Gli allenamenti erano nati in maniera del tutto imprevista.
Un pomeriggio di cielo grigio, mentre giocavo da solo per strada, assorto in chi sa quali
fantasticherie - ricordo che entravo e uscivo da un fosso asciutto che correva tra una fila di pioppi e un
campo - ero stato colto all'improvviso da una sensazione di terrore e dal bisogno di sentire vicini i miei
genitori. Casa nostra non era lontana - riuscivo a vederne il retro in fondo al campo - ma la sensazione
di terrore era andata rapidamente crescendo, finch ero stato l l per cedere e mettermi a correre
all'impazzata verso casa nell'erba alta. Ma per qualche ragione forse perch avevo subito collegato la
paura a un'idea di immaturit - mi ero costretto a resistere ancora qualche istante.
Nella mia mente non dubitavo affatto che da un momento all'altro sarei partito come una
scheggia attraverso il campo. Si trattava semplicemente di rimandare il momento di qualche secondo
con uno sforzo di volont. Mentre me ne stavo l immobile nel fosso asciutto, avevo provato uno strano
miscuglio di paura e di ebbrezza, una sensazione che avrei imparato a conoscere bene nelle settimane
successive. In pochi giorni, infatti, i miei allenamenti erano diventati una caratteristica regolare e
importante della mia vita. Con il passare del tempo avevano acquistato una certa ritualit, tanto che non
appena sentivo affacciarsi il bisogno di tornare a casa mi costringevo ad andare in un punto particolare
della strada, sotto una grande quercia, dove restavo parecchi minuti a lottare con le mie emozioni.
Spesso decidevo che avevo resistito abbastanza, che potevo finalmente mettermi a correre, ma
solo per trattenermi di nuovo, per forzarmi a restare sotto l'albero ancora per qualche secondo.
Non c' dubbio che in queste occasioni il terrore che mi assaliva fosse accompagnato da un
brivido di piacere, altrimenti non si spiegherebbe perch avessi finito con il non poter fare a meno dei
miei allenamenti.
- Ma lo sai, no, - mi aveva detto Fiona quel pomeriggio, avvicinando la sua faccia alla mia
nell'oscurit, - che quando ti sposerai tu, non  mica obbligatorio che le cose vadano come tra la tua
mamma e il tuo pap. Non sar affatto cos. I mariti e le mogli non bisticciano mica in continuazione.
Bisticciano solo quando... quando succedono certe cose.
- Quali cose?
Fiona era rimasta zitta per qualche istante. Stavo per rifarle la domanda, questa volta pi
aggressivamente, quando, con cautela, mi aveva detto: - I tuoi genitori non bisticciano cos perch non
vanno d'accordo. Non lo sai? Non lo sai perch litigano in continuazione?
Poi all'improvviso si era sentita una voce arrabbiata fuori del nostro covo, e Fiona era sparita. Io
ero rimasto tutto solo sotto il tavolo, al buio, e mentre ero l mi erano giunti dalla cucina i brandelli di
una discussione bisbigliata tra Fiona e sua madre.
A un certo punto avevo udito Fiona ripetere in tono offeso: - Ma perch no? Perch non posso
dirglielo? Lo sanno tutti -. E sua madre dire, sempre sottovoce: -  pi piccolo di te.  troppo piccolo.
Non devi parlargliene.
Questi ricordi si interruppero quando Fiona Roberts si avvicin di un passo e mi disse: - Ho
aspettato fino alle dieci e mezzo. Poi ho detto che mangiassero pure. Stavano morendo di fame.
- Certo. Naturalmente -. Risi fiaccamente e mi guardai intorno.
- Le dieci e mezzo. Be', s, a quell'ora  inevitabile che venga fame...
- E a quell'ora era anche ovvio che non saresti venuto. Nessuno ci credeva pi.
- No. Sicuramente a quell'ora...
- All'inizio era andata a meraviglia, - disse Fiona Roberts. Non avevo mai organizzato niente di
simile, ma stava andando a meraviglia. C'erano tutte, Inge, Trude, tutte a casa mia. Ero un po' tesa, ma
le cose andavano a meraviglia, e io non stavo pi nella pelle dall'eccitazione. Certe di loro si erano
preparate con cura per la serata, sono arrivate con cartelline piene di informazioni e fotografie. 
andato tutto bene fin verso le nove, poi ha cominciato a serpeggiare un po' di nervosismo, e per la
prima volta mi  balenato il sospetto che tu non venissi.
Continuavo a entrare e uscire dal salotto portando altro caff, riempiendo le ciotole degli
stuzzichini, cercando di tener viva la conversazione. Vedevo bene che cominciavano a bisbigliare, ma
mi illudevo che saresti ancora arrivato, che fossi solo rimasto bloccato dal traffico. Poi si  fatto sempre
pi tardi, e alla fine tutte parlavano e bisbigliavano apertamente. Sai, persino mentre ero in salotto. In
casa mia!  stato allora che ho detto che mangiassero pure. Ormai volevo solo farla finita. Cos si sono
sedute e hanno cominciato a mangiare, sai, avevo preparato una montagna di frittatine, e qualcuna ha
continuato a bisbigliare e a ridacchiare persino mangiando, come quell'Ulrike.
Be', ti dir che in un certo senso preferivo quelle che ridacchiavano. Le preferivo alle serpi
come Trude, che fingevano di commiserarmi, che si sforzavano di essere gentili sino in fondo. Oh,
come la detesto quella donna! Gliel'ho letto negli occhi, quando se ne  andata, che pensava:
Poveretta. Vive di fantasie. Dovevamo immaginarlo. Oh, le odio tutte, e non mi perdoner mai di
essermi lasciata immischiare. Ma vedi, sono quattro anni che vivo in quel complesso residenziale, e
non avevo ancora fatto una sola amicizia come si deve. Ero sola come un cane. Per anni quelle donne,
quelle stesse che ieri sera erano a casa mia, non hanno voluto avere niente che fare con me. Si
considerano l'lite del nostro complesso residenziale, capisci.
Si fanno chiamare Fondazione Femminile di Arte e Cultura.  una sciocchezza, perch la loro
non  una vera fondazione, ma pensano che suoni bene. Ogni volta che in citt si organizza qualcosa si
danno un gran daffare. Per esempio, quando  venuto il Balletto di Pechino, hanno preparato tutte le
bandierine per il ricevimento di benvenuto. Fatto sta che si considerano un gruppo molto esclusivo, e
fino a poco tempo fa non avrebbero mai degnato una come me. Quando ci incontravamo, quella Inge
non mi salutava nemmeno. Ma naturalmente le cose sono cambiate non appena si  saputo. Che ti
conoscevo, voglio dire. Non so come sia saltato fuori, io non sono certo andata in giro a vantarmene.
Probabilmente devo averlo accennato a qualcuna di loro. Be', come puoi immaginare, quello ha
cambiato tutto. Un giorno, qualche tempo fa, la stessa Inge mi ha fermato per le scale e mi ha invitata a
una delle loro riunioni. In realt io non avevo nessuna voglia di lasciarmi immischiare, ma ci sono
andata lo stesso, forse pensando che finalmente avrei fatto qualche amicizia, non so. Be', in principio
parecchie di loro, fra cui Inge e Trude, non sapevano bene se crederci o no, capisci, al fatto che fossi
una tua vecchia amica. Ma alla fine hanno preso la cosa per buona, probabilmente perch avevano
voglia di farsi belle. L'idea di occuparsi dei tuoi genitori non  stata mia, ma ovviamente il fatto che ti
conoscessi ha avuto il suo peso.
Quando si  saputo della tua visita, Inge  andata dal signor von Braun e gliel'ha contata; gli ha
detto che ormai la Fondazione era pronta, dopo il Balletto di Pechino, pronta ad assumersi un impegno
importante per davvero, e che tra l'altro nel gruppo c'era una tua vecchia amica. Cose di questo genere.
E cos la Fondazione ha ricevuto l'incarico. Di occuparsi dei tuoi genitori durante il loro soggiorno qui
in citt. E tutte naturalmente erano elettrizzate, anche se qualcuna ha cominciato a spaventarsi per la
grande responsabilit. Ma Inge ci ha dato fiducia, dicendo che questo incarico non era nulla di pi di
quanto meritassimo.
Abbiamo fatto riunioni su riunioni, in cui proponevamo le nostre idee su come intrattenere i
tuoi. Inge ci ha detto... mi  rincresciuto sentirlo... che i tuoi genitori non stavano bene, e quindi che
molte delle attivit pi ovvie, come le visite guidate della citt, eccetera, non erano adatte. Ma le idee si
sprecavano, e tutte cominciavano a essere eccitatissime. Poi, all'ultima riunione, una ha detto, be',
perch non chiedere a te di venire a conoscerci di persona? Per discutere di ci che sarebbe potuto
piacere ai tuoi genitori? C' stato un momento di silenzio tombale. Poi Inge ha detto: Perch no? In
fondo, chi  pi qualificato di noi per invitarlo? E subito tutte si sono girate verso di me. Cos alla fine
ho detto: Be', immagino che sar molto impegnato, ma se volete posso provare a chiederglielo. E ho
visto che non stavano pi nella pelle. Poi, quando  arrivata la tua risposta, sono diventata una
principessa, hanno cominciato a trattarmi con ogni riguardo, sorridendomi e vezzeggiandomi ogni volta
che mi incontravano, portando regalini ai bambini, offrendosi di fare questo o quello per me. Quindi
puoi immaginare che cosa devono avere pensato ieri sera quando non sei comparso.
Fiona Roberts trasse un profondo sospiro e tacque per un momento, fissando con sguardo
assente le case che passavano davanti al finestrino. Poi prosegui: - Immagino che non dovrei
prendermela con te. In fondo, non ci vedevamo da molto tempo. Ma pensavo che saresti venuto per i
tuoi genitori. Avevamo cos tante idee su come intrattenerli. Questa mattina sparleranno tutte di me.
Non ce n' quasi nessuna che lavora, hanno mariti che guadagnano bene; staranno telefonandosi o
facendosi visita, e si diranno: Povera donna, vive in un mondo tutto suo. Dovevamo accorgercene
prima. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per aiutarla, peccato per che sia cos noiosa. Mi pare di
sentirle, se la staranno godendo un mondo. E Inge sar anche furiosa. Quella puttanella ci ha prese in
giro, star pensando. Ma sar contenta, sollevata. Vedi, anche se l'idea che ti conoscessi le piaceva, mi
ha sempre considerata una minaccia.
Me ne accorgevo. E il modo in cui le altre mi trattavano in queste ultime settimane, da quando 
arrivata la tua risposta, probabilmente l'ha fatta riflettere. Era terribilmente combattuta, lo erano tutte.
In ogni caso questa mattina se la staranno godendo un mondo, ne sono sicura.
Naturalmente, mentre ascoltavo Fiona, mi dissi che avrei dovuto sentirmi in colpa per ci che
era successo la sera prima.
Tuttavia, nonostante la vivida descrizione della scena in casa sua, nonostante tutto il dispiacere
che provavo per lei, scoprii di rammentare solo in maniera estremamente vaga la presenza nel mio
programma di un impegno di quel genere. Inoltre, le sue parole mi avevano riportato bruscamente alla
realt, facendomi ricordare che fino a quel momento avevo trascurato la questione dell'imminente
arrivo dei miei genitori in citt. Come Fiona aveva accennato, nessuno dei due godeva di buona salute,
e non era pensabile lasciare che si arrangiassero da soli. Mentre osservavo dal finestrino il traffico
caotico e i palazzi di vetro, provai un intenso desiderio di proteggere i miei vecchi genitori. In realt,
l'idea di affidarli a un gruppo di signore del posto era perfetta, e io ero stato immensamente stupido a
non approfittare dell'occasione per conoscerle e parlare con loro.
Sentii crescere il terrore d non sapere che fare dei miei genitori; non riuscivo a spiegarmi come
avessi potuto tralasciare a quel modo questo aspetto della mia visita, e per un momento la mia mente si
mise a correre. Improvvisamente vidi mia madre e mio padre, entrambi minuti, con i capelli bianchi,
curvi per l'et, davanti alla stazione ferroviaria, circondati di bagagli che non potevano nemmeno
sperare di portare da s. Guardavano la strana citt in cui erano capitati, poi mio padre, lasciando che
l'orgoglio prendesse il sopravvento sul buon senso, prendeva due, tre valigie, mentre mia madre
cercava invano di trattenerlo, afferrandogli il braccio con la sua mano sottile, dicendogli: No, no, non
puoi portarle tu. Sono troppo pesanti -. Ma mio padre, con il volto duro e risoluto, si liberava di lei e
diceva: - E chi le porta, altrimenti? Come facciamo ad andare in albergo?
Chi credi che ci aiuter in questo posto se non ce la caviamo da soli? - Tutto ci mentre le
macchine e gli autocarri sfrecciavano rombando davanti a loro e i pendolari li oltrepassavano correndo.
Mia madre, triste e rassegnata, osservava mio padre barcollare sotto il peso - quattro, cinque
passi - poi finalmente arrendersi, posare le valigie, con le spalle curve e il respiro affannoso. Dopo un
momento gli andava vicino, gli posava con garbo una mano sul braccio. - Non importa. Troveremo
qualcuno che ci aiuti -. Allora mio padre, anche lui rassegnato, forse contento di avere dato almeno una
prova della sua forza d'animo, si guardava intorno tranquillamente, cercando nella ressa qualcuno che
fosse venuto a prenderli, che si occupasse dei loro bagagli, che dicesse qualche parola di benvenuto e li
portasse in un albergo su una comoda automobile.
Tutte queste immagini si accavallarono nella mia testa mentre Fiona parlava, e per qualche
istante non fui pi in grado di pensare alla sua infelice situazione. Poi, per, mi accorsi che stava
ancora parlando.
- Si staranno dicendo che d'ora in poi dovranno fare pi attenzione. Mi sembra di sentirle.
Abbiamo un tale prestigio, ormai, che  inevitabile che gente di ogni sorta cerchi di intrufolarsi nel
nostro gruppo con l'inganno. Dobbiamo stare attente, soprattutto adesso che abbiamo tanta
responsabilit.
Quella puttanella ci serva da lezione. E via di questo passo.
Dio solo sa che vita far adesso nel complesso residenziale. E i miei figli che sono costretti a
crescere l in mezzo...
- Senti, - la interruppi, - non sai quanto mi dispiaccia. Ma ieri sera ho avuto un contrattempo
assolutamente imprevedibile, che non star a raccontarti. Naturalmente ero scocciatissimo di verti
giocare questo brutto tiro, ma non sono nemmeno riuscito a trovare un telefono. Vorrei tanto non averti
causato tutti questi guai.
- Una montagna di guai. Non  facile, sai, per una madre sola con due figli nell'et della
crescita...
- Mi spiace moltissimo. Ascolta, ti faccio una proposta. Adesso sono occupato con quei due
giornalisti seduti l davanti, ma non ci vorr molto. Me ne libero il pi in fretta possibile, salto su un
taxi e vengo a casa tua. Sar l, diciamo, fra mezz'ora, quarantacinque minuti al massimo. Poi facciamo
cos. Ce ne andiamo a spasso per il complesso residenziale, in modo che le tue vicine, come questa
Inge, questa Trude e tutte le altre vedano con i loro occhi che siamo davvero vecchi amici. Poi andiamo
a trovare quelle che contano di pi, come questa Inge. Tu mi presenti, io chiedo scusa per ieri sera,
spiego che all'ultimo momento sono stato trattenuto mio malgrado. A una a una le riconquisteremo e
rimedieremo al guaio che ti ho combinato ieri.
Anzi, se facciamo le cose per bene, pu darsi che alla fine la considerazione delle tue amiche
sia maggiore di prima. Che cosa ne dici?
Per qualche istante Fiona continu a guardare fuori del finestrino. Poi rispose: - Il mio primo
impulso sarebbe di dirti: Scordati dell'intera faccenda. Non mi ha procurato nessun vantaggio
raccontare che ero tua amica. E poi, chi dice che ho bisogno di entrare nella cerchia di Inge? Mi sentivo
proprio sola in quel complesso residenziale, ma adesso che ho avuto un assaggio del loro modo di
comportarsi, non so se non sia meglio accontentarmi della compagnia dei miei figli. La sera posso
leggere un buon libro o guardare la televisione. Per non ci sono solo io, devo pensare anche ai
bambini. Devono crescere in quel posto, e voglio che siano ben visti. Forse, per il loro bene, dovrei
accettare la tua proposta. Come dici tu, se facciamo cos, potrei venirne fuori persino meglio che se il
ricevimento fosse andato bene. Ma tu devi promettere, giurare su ci che hai di pi caro, che non mi
tradirai una seconda volta. Perch, vedi, se vogliamo mettere in atto il tuo piano, appena finisco il mio
turno devo attaccarmi al telefono per fissare le visite. Non  mica di quei posti dove si pu andare in
giro a bussare alle porte senza preannunciarsi. Capisci che cosa succederebbe se io combinassi tutti gli
appuntamenti e poi tu non comparissi? Sarei costretta ad andarci da sola per spiegare un'altra volta la
tua assenza. Quindi devi promettermi che non mi farai pi un altro tiro del genere.
- Hai la mia parola, - promisi. - Come ti dico, sbrigo questa faccenda, salto su un taxi e sono da
te. Non preoccuparti, Fiona, sistemeremo tutto.
Mentre dicevo cos, mi sentii toccare un braccio. Girandomi, vidi Pedro in piedi, con il suo
borsone in spalla.
- La prego, signor Ryder, - disse, indicandomi l'uscita in fondo alla carrozza.
Il giornalista era gi davanti, pronto a scendere.
- Questa  la nostra fermata, signor Ryder, - mi grid, facendomi cenno con la mano. - Se non le
spiace.
Sentii il tram rallentare e fermarsi. Mi alzai in piedi, sgusciai fuori del sedile e mi avviai lungo
il corridoio.
13.
Il tram si allontan sferragliando, lasciandoci soli in aperta campagna, circondati da campi
battuti dal vento. La brezza era piacevole, e per qualche istante rimasi a guardare il tram che spariva in
fondo ai campi, oltre l'orizzonte.
- Signor Ryder, da questa parte per piacere.
Il giornalista e Pedro stavano aspettando a qualche passo da me. Non appena li raggiunsi, si
incamminarono nell'erba alta. Di tanto in tanto una folata pi violenta delle altre ci tirava i vestiti e
increspava il prato. Alla fine giungemmo ai piedi di una collina e ci fermammo a riprendere fiato.
- C' da fare una piccola salita, - disse il giornalista, indicando il pendio.
Dopo avere arrancato nell'erba alta, vidi con sollievo un sentiero di terra battuta che si
inerpicava sul fianco della collina.
- Bene, - dissi, - visto che non ho molto tempo, forse  meglio che ci muoviamo.
- Naturalmente, signor Ryder.
Il giornalista si avvi su per i ripidi zigzag del sentiero. Io riuscii a stargli dietro, seguendolo a
pochi passi di distanza.
Pedro, invece, forse rallentato dalle sue borse, perse rapidamente terreno. Mentre salivamo, mi
accorsi che avevo ricominciato a pensare a Fiona, al brutto tiro che le avevo giocato la sera prima; fino
a quel momento mi ero comportato con grande padronanza ottenendo notevoli risultati, ma avevo la
sensazione che il modo in cui stavo affrontando certi aspetti della mia visita lasciasse - almeno secondo
il mio metro di giudizio - alquanto a desiderare. Al di l dell'imbarazzo in cui avevo messo Fiona, ero
seccatissimo, dato che l'arrivo dei miei genitori in citt era ormai imminente, di essermi lasciato
sfuggire l'occasione di discutere delle loro numerose e complicate esigenze con le persone cui
sarebbero stati affidati.
Mentre cominciavo a sbuffare, sentii tornare un'intensa irritazione nei confronti di Sophie, che
aveva seminato lo scompiglio nei miei programmi. Non mi sembrava affatto esagerato chiederle, nei
momenti cruciali della mia vita - come questo - di tenersi per s il suo caos. Tutte le cose che
all'improvviso avrei voluto dirle mi si accavallarono nella testa, e se non avessi avuto il fiato corto,
forse mi sarei addirittura messo a borbottare ad alta voce.
Dopo tre o quattro svolte del sentiero, ci fermammo a riposare.
Alzando lo sguardo, fui colpito dalla vista sconfinata sulla campagna circostante. I campi si
susseguivano a perdita d'occhio.
Solo in lontananza, all'orizzonte, c'era qualcosa che sembrava un gruppetto di cascine.
- Una vista magnifica, - disse il giornalista, ansimando e ravviandosi i capelli con le dita per
toglierseli dalla faccia.  cos tonificante venire quass. L'aria fresca ci far sentire bene per il resto
della giornata. Be', anche se  bello, meglio non perdere tempo -. Poi rise allegramente e riprese a
camminare.
Come prima lo seguii da vicino, mentre Pedro restava sempre pi indietro. Poi, mentre
arrancavamo su per un tratto particolarmente ripido, Pedro grid qualcosa dal basso. Pensai che ci
stesse chiedendo di rallentare, ma il giornalista non modific il passo. Si limit a girare la testa e a
urlare controvento: - Come hai detto?
Vidi che Pedro si sforzava di guadagnare qualche passo, poi lo sentii gridare: - Ho detto che a
quanto pare siamo riusciti a convincerlo.
Credo che lo stronzo abbia abboccato.
- Be', - grid di rimando il giornalista, - finora ha collaborato, ma con questi individui non
bisogna mai cantare vittoria. Quindi non dimenticarti di adularlo. Fin qui  venuto, e sembra addirittura
contento. Ma non credo che questo idiota conosca il significato dell'edificio.
- Che cosa gli diciamo se ce lo chiede? - url Pedro. - Lo far di sicuro.
- Tu parla d'altro. Chiedigli di cambiare posa.  probabile che tutto ci che riguarda il suo
aspetto riesca a distrarlo. Se poi insiste, be', alla fine dovremo dirglielo, ma ormai avremo tutte le foto
che ci servono, e il nostro stronzo non potr pi fare nulla.
- Non vedo l'ora che questa storia sia finita, - disse Pedro, sbuffando sempre di pi. - Dio, quel
suo modo di sfregarsi le mani mi mette i brividi.
- Ci siamo quasi. Finora ce la siamo cavata bene, vediamo di non guastare tutto all'ultimo
momento.
- Mi scusi, - lo interruppi, - ma devo fermarmi un secondo.
- Ma certo, signor Ryder, che sbadato, - disse il giornalista, e finalmente fece una sosta. - Io
sono un maratoneta, - aggiunse, - dunque ho un vantaggio inconsueto. Ma devo dire che lei mi sembra
in gran forma. E per un uomo della sua et... la so perch l'ho letta sui miei appunti, altrimenti non
l'avrei mai indovinata... guardi come ha staccato il povero Pedro -. Poi, mentre quest'ultimo ci
raggiungeva, gli url: - Sbrigati, lumaca.
Ti fai ridere dietro dal signor Ryder.
- Non  giusto, - disse Pedro sorridendo. - Oltre a essere un uomo di grande ingegno, il signor
Ryder ha anche il fisico di un atleta. Mica tutti sono cos fortunati.
Restammo a contemplare il paesaggio mentre riprendevamo fiato.
Poi il giornalista disse: - Siamo quasi arrivati, ormai. Su, andiamo. Non scordiamoci che il
signor Ryder ha davanti una giornata molto intensa.
L'ultima parte del tragitto fu la pi ardua. Il sentiero diventava sempre pi ripido, e spesso si
disintegrava in una successione di pozzanghere fangose. Davanti a me il giornalista non accennava a
rallentare, anche se adesso camminava curvo per lo sforzo. Mentre gli andavo dietro barcollando,
pensai di nuovo a tutte le cose che avrei voluto dire a Sophie. - Ma la vuoi capire? - mi sentii borbottare
a denti stretti, a tempo con i miei passi. - Ma la vuoi capire? - Non so perch, la frase terminava sempre
l, ma io la ripetevo a ogni passo, mentalmente o sottovoce, finch queste stesse parole cominciarono
ad alimentare la mia irritazione.
Finalmente il sentiero si appiatt, e sulla sommit della collina vidi un edificio bianco. Il
giornalista e io ci dirigemmo incespicando verso la costruzione, e un attimo dopo ci appoggiammo al
muro soffiando come mantici. Qualche istante pi tardi ci raggiunse anche Pedro, ormai quasi asfittico,
che croll contro l'edificio afflosciandosi sulle ginocchia. Per un attimo temetti che gli venisse un colpo
apoplettico; invece, pur continuando ad ansimare e a sbuffare, Pedro cominci ad aprire la cerniera
lampo della borsa. Tir fuori una macchina fotografica, poi un obbiettivo. Ma a questo punto non ce la
fece pi, appoggi un braccio al muro, seppell la testa nell'incavo del gomito e rimase l a
boccheggiare.
Quando mi parve di avere recuperato a sufficienza le forze, mi scostai di qualche passo dalla
costruzione per darle un'occhiata d'insieme. Una folata di vento mi ricacci contro il muro, ma alla fine
raggiunsi un punto da cui potei vedere dinanzi a me l'alto cilindro di mattoni imbiancati, privo di
finestre se si esclude un'unica fessura verticale vicino alla sommit. Sembrava che qualcuno avesse
strappato una torretta a un castello medievale e l'avesse trapiantata sulla cima della collina.
- Signor Ryder, ci dica lei quando  pronto.
Il giornalista e Pedro si erano allontanati di una decina di metri dalla costruzione. Pedro, che
evidentemente si era ripreso, aveva montato il treppiede e stava guardando nel mirino.
- Proprio contro il muro, signor Ryder, se non le spiace, - mi grid il giornalista.
Tornai verso l'edificio. - Scusate, - dissi, alzando la voce per sovrastare il vento, - prima di
cominciare, vorrei che mi spiegaste perch abbiamo scelto proprio questo posto.
- Signor Ryder, per piacere, - grid Pedro, sventolando una mano. - Stia contro il muro. Magari
si appoggi con un braccio.
Cos -. E protese un gomito esponendolo al vento.
Mi avvicinai al muro e feci come mi era stato chiesto. Pedro scatt un bel po' di fotografie, ora
spostando il treppiede ora cambiando obbiettivo. Per tutto il tempo, il giornalista gli rimase accanto,
sbirciandogli sopra la spalla e parlottando con lui.
- Scusate, - dissi dopo un momento, - non mi sembra cos irragionevole chiedervi...
- Signor Ryder, la prego, - disse Pedro, raddrizzandosi di scatto dietro la macchina fotografica. -
La cravatta!
Il vento mi aveva spinto la cravatta sulla spalla. La rimisi a posto e ne approfittai per
ricompormi anche i capelli.
- Signor Ryder, - grid Pedro, - se potessimo farne un paio con la mano alzata, cos. S, s!
Come se mostrasse a qualcuno l'edificio. S, perfetto, perfetto. Ma la prego, sorrida con fierezza. Pi
fiero, come se l'edificio fosse il suo beb. S, cos  perfetto. Verr magnifico.
Feci del mio meglio per obbedire alle istruzioni, anche se le violente raffiche di vento
rendevano difficile mantenere un'espressione cordiale, come si conveniva.
Dopo un po' mi accorsi di una presenza alla mia sinistra. Ebbi l'impressione che contro il muro
ci fosse un uomo con un cappotto nero, ma in quel momento non potevo muovermi perch ero in posa,
e lo vedevo solo con la coda dell'occhio. Pedro continuava a urlarmi istruzioni tra una raffica e l'altra -
spostare il mento un briciolino pi in l, sorridere con pi convinzione - e pass un certo tempo prima
che fossi finalmente libero di guardare. Non appena mi girai, l'uomo - un tipo alto e rigido come un
manico di scopa, con la testa calva e la faccia ossuta - si diresse verso di me. Si teneva l'impermeabile
stretto al corpo, ma quando mi fu vicino mi porse la mano.
- Signor Ryder, come sta?  un onore.
- Ah, s, - dissi, studiandolo. - Lieto di conoscerla, signor... ehm...?
Il manico di scopa mi guard meravigliato. Poi disse: Christoff. Sono Christoff.
- Ah, il signor Christoff -. Una raffica pi forte delle altre ci costrinse a puntellarci per qualche
istante, consentendomi di riprendermi un po' dalla sorpresa. - Ah, s, il signor Christoff.
Ma certo. Mi hanno parlato molto di lei.
- Signor Ryder, - disse Christoff, chinandosi verso di me, - mi permetta di ringraziarla subito
per avere accettato di partecipare a questo pranzo. Sapevo di avere che fare con una persona educata,
dunque non mi ha stupito affatto che accogliesse l'invito. Vede, ero sicuro che lei, almeno, ci avrebbe
ascoltati imparzialmente, avrebbe voluto conoscere anche la nostra campana.
No, non mi ha stupito affatto, ma ci non toglie nulla alla mia riconoscenza. Bene, - aggiunse
dando un'occhiata all'orologio, siamo un po' in ritardo, ma non importa. Non dovremmo avere problemi
di traffico. La prego, da questa parte.
Seguii Christoff intorno all'edificio bianco. Sul retro il vento era meno forte, e dal muro di
mattoni spuntava un groviglio di tubature che emetteva un lieve ronzio. Christoff continu a
precedermi dirigendosi verso il ciglio della collina, in un punto segnato da due pali di legno. Oltre i pali
mi immaginavo un precipizio, invece, quando guardai gi, vidi una lunga scalinata di pietra, tutta
sgangherata, che scendeva il vertiginoso fianco della collina. In fondo, la scalinata finiva contro una
strada asfaltata, dove si scorgeva la sagoma di un'automobile nera che, presumibilmente, aspettava noi.
- Dopo di lei, signor Ryder, - disse Christoff. - Scenda con il suo passo. Non c' nessuna fretta.
Notai per che dava un'altra occhiata ansiosa al suo orologio.
- Mi spiace molto se siamo in ritardo, - dissi. - Quelle fotografie hanno portato via pi tempo
del previsto.
- La prego di non preoccuparsi, signor Ryder. Sono sicuro che arriveremo perfettamente in
orario. Dopo di lei.
Quando affrontai i primi gradini mi venne un po' di capogiro.
Non c'era ringhiera n da una parte n dall'altra, e il timore di mettere un piede in fallo e di
rotolare gi sino in fondo alla collina mi fece concentrare al massimo. Per fortuna il vento divenne
meno fastidioso, e dopo un po' mi accorsi che stavo acquistando confidenza: non era poi cos diverso
dallo scendere una qualsiasi scala. Presto cominciai addirittura a staccare gli occhi da terra per
contemplare il panorama che si stendeva davanti a noi.
Il cielo era ancora coperto, ma il sole filtrava attraverso le nubi. Adesso vedevo che la strada
dove ci aspettava la macchina tagliava un pianoro, oltre il quale la collina riprendeva a scendere tra fitti
alberi. Ancora pi gi, si vedevano campi a perdita d'occhio in ogni direzione. All'orizzonte si scorgeva
appena la linea dentellata della citt.
Christoff rimase incollato alle mie spalle. Per i primi minuti, forse notando la mia apprensione
per la discesa, si trattenne dal conversare. Ma quando finalmente ebbi trovato il mio ritmo, sospir e
disse: - Quei boschi, signor Ryder. Laggi alla sua destra. Sono i boschi di Werdenberger. Tra la gente
ricca della nostra citt, va di moda comprarsi uno chalet laggi. I boschi di Werdenberger sono un
luogo incantevole. A pochi minuti dal centro, eppure ti senti lontano da tutto e da tutti. Quando saremo
in macchina e scenderemo il fianco della montagna, vedr gli chalet. Alcuni sono appollaiati proprio
sul ciglio di dirupi scoscesi. Devono avere una vista incredibile. Rosa avrebbe tanto desiderato uno
chalet. A dire il vero, ne avevamo adocchiato uno, glielo indicher mentre scendiamo. Uno dei pi
modesti, ma non per questo meno carino. L'attuale proprietario non lo usa quasi mai, non pi di due o
tre settimane all'anno. Se gli avessi fatto una buona offerta, l'avrebbe sicuramente presa in
considerazione. Ma ormai  inutile continuare a pensarci. Non c' pi nulla da fare.
Christoff tacque per qualche istante. Poi la sua voce riprese a parlare alle mie spalle.
- Non  niente di speciale. Rosa e io non l'abbiamo mai visto dentro. Ma ci siamo passati
davanti cos tante volte che ci immaginiamo come deve essere fatto. Si trova su un piccolo
promontorio, proprio sul burrone; oh, devi avere l'impressione di essere sospeso in cielo. E sono sicuro
che da tutte le finestre, andando da una stanza all'altra, vedi le nuvole. Rosa ne sarebbe incantata. Ogni
volta che ci passavamo davanti, avevamo l'abitudine di rallentare, o persino di fermarci, per
immaginarlo dentro, per figurarcelo stanza per stanza. Be', come le dico, tutto ci appartiene al passato,
ormai.  inutile pensarci ancora. E poi, signor Ryder, non credo che lei ci abbia concesso il suo tempo
prezioso per sentire queste storie. Mi perdoni.
Torniamo ad argomenti pi importanti. Sa, le siamo tutti immensamente riconoscenti per avere
accettato di parlare con noi. Una bella differenza rispetto agli altri, a quegli individui che sostengono di
guidare questa comunit! Per ben tre volte li abbiamo invitati a uno dei nostri pranzi, per discutere dei
vari argomenti cos come faremo con lei. Non ci hanno neanche degnati.
Figuriamoci! Sono troppo orgogliosi, dal primo all'ultimo. Von Winterstein, la Contessa, von
Braun, tutti. Perch, vede, in realt sono insicuri. In fondo al cuore sanno di non capire niente, per cui
rifuggono da una discussione aperta. Per tre volte li abbiamo invitati, e per tre volte ci hanno risposto in
malo modo. Ma intanto sarebbe stato inutile. Non avrebbero capito la met delle nostre parole.
Di nuovo mi pass la voglia di parlare. Mi rendevo conto che sarebbe stato opportuno dire
qualcosa, ma per farmi sentire avrei dovuto girare la testa e urlare, e non ero affatto disposto a correre il
rischio di staccare gli occhi dai gradini. Cos, per qualche minuto, continuammo la discesa in silenzio.
Alle mie spalle, il respiro di Christoff si faceva sempre pi affannoso.
Poi il violoncellista disse: - Onestamente, la colpa non  loro. Le forme moderne sono cos
complesse. Kazan, Mullery, Yoshimoto. Persino per un musicista esperto come me  diventato difficile,
molto difficile. Che possibilit hanno le persone come von Winterstein, o la Contessa?
Queste cose esulano dal loro comprendonio. Per loro sono rumori, nient'altro che vortici di ritmi
incomprensibili. Forse con il passare degli anni si erano convinti di cogliervi qualcosa, che so, delle
emozioni, dei significati. Ma la vera verit  che non ci trovavano niente. La musica moderna esula dal
loro comprendonio, non la capiranno mai. Una volta c'erano solo Mozart, Bach, Cajkovskij. Persino
l'uomo di strada poteva fare delle congetture sensate su quel genere di musica. Ma le forme moderne!
Come pu della gente come quella, inesperta, provinciale, come potr mai capire queste cose? Non
basta essere animati da un grande senso del dovere nei confronti della comunit. Non c' nessuna
speranza, signor Ryder. Non sanno distinguere una cadenza frantumata da un motivo sincopato. O
un'indicazione di tempo spezzato da una sequenza di pause palesi.
E adesso interpretano alla rovescia l'intera situazione! Pensano che sia tutto il contrario! Signor
Ryder, se  stanco perch non ci riposiamo un momento?
In realt mi ero fermato perch un uccello, svolazzandomi vicinissimo al volto, mi aveva
spaventato e quasi fatto inciampare.
- No, no, non ce n' bisogno, - dissi, girandomi, poi ripresi la discesa.
- I gradini sono un po' sudici per sedersi. Ma se vuole possiamo fermarci e restare in piedi.
- No, davvero, grazie. Va bene cos.
Per qualche minuto proseguimmo in silenzio. Poi Christoff disse: - Le assicuro che nei momenti
in cui riesco a vedere le cose con distacco quella gente mi fa pena. Non ce l'ho con loro.
Nonostante quello che mi hanno fatto, nonostante quello che hanno detto di me, riesco ancora a
vedere le cose oggettivamente. E mi dico, no, non  colpa loro. Non  colpa loro se la musica 
diventata cos difficile e complicata.  assurdo sperare che qualcuno, in un posto simile, la capisca. Ma
queste persone, i maggiorenti della citt, devono far credere di sapere il fatto loro. Cos continuano a
ripetersi certe cose, e dopo un po' si convincono di essere delle autorit in materia. Vede, in un posto
come questo non c' nessuno che possa contraddirli. Faccia attenzione ai prossimi gradini, signor
Ryder. Sono un po' sgretolati ai margini.
Scesi parecchi gradini molto lentamente. Poi alzai gli occhi e vidi che eravamo quasi giunti in
fondo alla scala.
- Sarebbe stato inutile, - disse la voce di Christoff alle mie spalle. - Anche se avessero accettato
il nostro invito, sarebbe stato inutile. Non avrebbero capito la met delle nostre parole.
Lei, signor Ryder, almeno capir le nostre ragioni. Magari non riusciremo a convincerla, ma
sono sicuro che se ne andr rispettando la nostra opinione. Anche se naturalmente ci auguriamo di
persuaderla. Di convincerla che, al di l della sorte del sottoscritto, bisogna continuare a tutti i costi
lungo questa strada. S, lei  un brillante musicista, uno dei massimi talenti in circolazione. Ma anche
un esperto del suo calibro deve applicare le sue conoscenze tenendo conto delle particolari condizioni
locali. Le persone che le presenter fra poco, signor Ryder, sono fra le poche, anzi le pochissime, che si
possano ragionevolmente definire intellettuali in questa citt. Si sono date la briga di analizzare le
particolari condizioni che predominano da queste parti, e soprattutto, a differenza di von Winterstein e
dei suoi, capiscono qualcosa di musica moderna. Con il loro aiuto, in maniera estremamente civile e
rispettosa, spero di riuscire a farle cambiare idea. Naturalmente, tutte le persone che incontrer hanno il
massimo rispetto per lei e per ci che lei rappresenta. Ma nonostante il suo straordinario acume,
temiamo che possano esserci ancora alcuni aspetti della situazione che forse non le sono del tutto
chiari. Oh, eccoci arrivati.
In realt mancavano ancora una ventina di gradini alla strada.
Per quest'ultimo tratto di discesa Christoff rimase zitto. Ne fui contento, perch le sue ultime
frasi avevano cominciato a infastidirmi. Quel suo insinuare che conoscevo poco o male le condizioni
locali, che sarei stato capace di tirare le mie conclusioni senza badare a questi fattori, era davvero
offensivo.
Ripensai all'impegno con cui avevo cercato di informarmi sulla situazione locale sin da quando
avevo messo piede in citt, a dispetto di un programma senza respiro e della stanchezza.
Ricordai, per esempio, che il pomeriggio del giorno prima, invece di godermi un meritato
riposo nell'accogliente patio dell'albergo, come avrei potuto fare benissimo, ero partito a raccogliere
impressioni in giro per la citt. S, quanto pi pensavo alle parole di Christoff, tanto pi sentivo
crescere l'irritazione. Cos, quando finalmente arrivammo alla macchina e Christoff mi apr la porta sul
lato del passeggero, salii senza dire una parola.
- Non siamo molto in ritardo, - disse il mio accompagnatore mettendosi al volante. - Se non
troviamo traffico, saremo l in un attimo.
Mentre diceva queste parole, mi ricordai di colpo i numerosi impegni della giornata. C'era
Fiona, per esempio, che sicuramente mi stava aspettando a casa sua da un momento all'altro. Era
evidente che le circostanze avrebbero richiesto una certa fermezza da parte mia.
La macchina part, e poco dopo la strada si fece ripida e tortuosa. Christoff sembrava conoscerla
bene, perch prendeva le curve con notevole disinvoltura. Pi in basso la strada divenne meno
vertiginosa; a destra e a sinistra cominciarono a comparire gli chalet di cui mi aveva parlato Christoff,
spesso precariamente sospesi sul vuoto. Alla fine mi girai verso di lui e gli dissi: - Signor Christoff,
desideravo molto pranzare con lei e i suoi amici. Per sentire la vostra campana. Ma questa mattina mi
sono capitati parecchi imprevisti, con la conseguenza che mi aspetta una giornata piena di impegni.
Anche adesso, invece di stare a parlare con lei...
- La prego, signor Ryder, non c' bisogno di spiegazioni.
Sapevamo sin dall'inizio che molto probabilmente sarebbe stato impegnatissimo, e tutti i
presenti, glielo assicuro, dimostreranno la massima comprensione. Se decide di andare via dopo un'ora
e mezzo, o dopo un'ora, nessuno, glielo posso assicurare, si offender minimamente. Sono tutte persone
in gamba, le uniche qui in citt capaci di pensieri e sentimenti elevati. Comunque vada questo pranzo,
signor Ryder, sono sicuro che sar contento di averle conosciute. Molte le ricordo quando erano
giovani e piene di entusiasmo. Tutte persone in gamba, dalla prima all'ultima, glielo garantisco io. Una
volta, forse, si consideravano i miei protetti. Dimostrano ancora una grande devozione. Ma oggi siamo
colleghi, amici, forse persino qualcosa di pi. Questi ultimi anni ci hanno avvicinati moltissimo.
Naturalmente qualcuno mi ha abbandonato, era inevitabile. Ma quelli che sono rimasti, oh, sono
irremovibili. Sono fiero di loro; per me sono come dei figli. Rappresentano l'unica speranza per questa
citt, anche se so che non avranno voce in capitolo ancora per parecchio tempo. Ah, fra poco
passeremo davanti allo chalet di cui le parlavo, signor Ryder.  dietro la prossima curva. Lo vedr dalla
sua parte.
Christoff tacque, e quando lo guardai notai che aveva gli occhi pieni di lacrime. Provai un po' di
compassione per lui e gli dissi gentilmente: - Non si pu mai sapere che cosa ci riserva il futuro, signor
Christoff. Forse un giorno trover con sua moglie uno chalet molto simile a questo. Se non qui, in
un'altra citt.
Christoff scosse la testa. - So che sta cercando di consolarmi, signor Ryder. Ma creda,  inutile.
Tra me e Rosa  tutto finito.
Mi lascer. Lo so da un pezzo. Lo sa l'intera citt. Sono sicuro che avr sentito i pettegolezzi.
- Be', un paio di cosette le ho sentite...
- Sono sicuro che siamo sulla bocca di tutti. Non che me ne importi molto ormai. L'unica cosa
che conta  che Rosa mi lascer. Non sopporter a lungo l'idea di essere mia moglie, non dopo quanto 
successo. Ma non si faccia un'idea sbagliata. In tutti questi anni ci siamo amati, ci siamo amati
moltissimo. Ma vede, fra noi c' sempre stato un patto, sin dal principio. Ah, ecco lo chalet, signor
Ryder. Alla sua destra. Quante volte sono transitato qui davanti a passo d'uomo, con Rosa seduta dove
 lei adesso! Una volta andavamo cos piano, ed eravamo cos distratti, che abbiamo quasi bocciato con
una macchina che veniva su in senso contrario. S, avevamo un patto. Fino a quando avessi avuto una
posizione di preminenza in questa comunit, lei mi avrebbe amato. Oh, e mi amava, mi amava davvero.
Ne sono perfettamente convinto, signor Ryder. Perch vede, per Rosa la cosa pi importante della vita
era essere moglie di una persona nella mia posizione. Forse questo gliela far sembrare un po'
superficiale.
Ma non deve fraintenderla. A modo suo, nell'unico modo che conosceva, Rosa mi amava
profondamente. E poi,  una sciocchezza pensare che la gente continui ad amarsi qualunque cosa capiti.
E per Rosa  lo stesso,  fatta cos, pu amarmi solo a certe condizioni. Ma questo non rende il suo
amore per me meno reale.
- Per un po' Christoff tacque di nuovo, evidentemente assorto nei suoi pensieri. La strada fece
un'ampia curva, offrendo una vista a precipizio dalla mia parte. Guardai nella valle sotto di noi e vidi
quel che mi sembr un ricco sobborgo di case piuttosto grandi, ciascuna con un bel giardino.
- Stavo ripensando, - disse Christoff, - a quando sono arrivato in questa citt. All'eccitazione
generale. Alla prima volta che Rosa mi ha avvicinato nel Palazzo delle Arti -. Tacque di nuovo per
qualche istante, poi prosegu: - Sa, allora non mi facevo grandi illusioni sul mio conto. Ormai avevo
accettato l'idea di non essere un genio. E neppure una persona particolarmente dotata. Avevo fatto un
po' di carriera,  vero, ma poi erano successe delle cose che mi avevano aperto gli occhi e fatto capire i
miei limiti. Quando sono arrivato in questa citt, avevo intenzione di vivere tranquillo... ho una piccola
rendita personale... magari dedicandomi un po' all'insegnamento, o a un'attivit del genere. Ma la gente
di qui dimostrava un tale entusiasmo per le mie modeste doti, sembrava cos contenta che fossi arrivato,
che dopo un po' ho cominciato a pensare. In fondo avevo lavorato con impegno, con molto impegno,
per venire a patti con i metodi musicali moderni. Qualcosa ne capivo. Mi sono guardato intorno e mi
sono detto: s, qui il mio contributo posso darlo. Mi sono reso conto che in una citt come questa, nelle
condizioni di allora, c'era spazio per fare qualcosa, qualcosa di veramente utile. Be', signor Ryder, sono
passati tanti anni, e sono convinto di avere compiuto un'opera meritoria. Lo credo sinceramente. Non
solo perch me lo dicono i miei protetti... o meglio, i miei colleghi, gli amici che fra poco conoscer
anche lei. No, ne sono convinto, fermamente convinto. La mia opera  stata meritoria. Ma si sa come
vanno le cose in queste citt.
Prima o poi nella vita degli abitanti entra un tarlo. Cresce lo scontento. Cresce la solitudine. E di
colpo la gente, che non capisce niente di musica, si sveglia e dice, oh no, abbiamo sbagliato tutto.
Facciamo il contrario. Ma le ha sentite le accuse che mi rivolgono? Dicono che la mia tecnica esalta la
meccanicit, che io soffoco i sentimenti naturali. Ah, non capiscono proprio niente! Come le
dimostreremo fra pochissimo, signor Ryder, mi sono limitato a introdurre una tecnica, un sistema che
permettesse a gente cos rozza di accostarsi anche a musicisti come Kazan e Mullery. Che desse loro
modo di scoprire un significato e un valore nelle loro opere. E le assicuro che, quando sono arrivato
qui, chiedevano a gran voce proprio questo.
Volevano un po' d'ordine, volevano un metodo che fosse alla loro portata. La gente non sapeva
pi che pesci prendere, vedeva tutto crollare. Aveva paura, temeva che la situazione sfuggisse loro di
mano. Ho dei documenti che le far vedere fra poco. E lei stesso, ne sono sicuro, si render conto di
come sia stata fuorviata l'opinione pubblica. D'accordo, sono un mediocre, questo non lo nego. Ma
vedr anche lei che ho sempre battuto la strada giusta.
Che quel poco che ho conseguito, anche se non  che un inizio,  stato utile. Quello di cui c'
bisogno adesso... e spero che lei lo capisca, signor Ryder, perch se lo capir allora non tutto sar
perduto... quello di cui c' bisogno  qualcuno... d'accordo, pi dotato di me... ma qualcuno che
continui la mia opera, che costruisca su ci che ho fatto io. Io ho dato il mio contributo, signor Ryder.
Ne ho le prove, e gliele far vedere non appena arriviamo.
Ci eravamo immessi in un'arteria pi grande. La strada era larga e diritta, e schiudeva dinanzi a
noi un vasto settore di cielo. In lontananza vedevo due pesanti autocarri che viaggiavano sulla corsia di
sorpasso, ma per il resto la strada sembrava deserta.
- Mi auguro che non pensi, signor Ryder, - disse Christoff dopo un po', - che questo invito a
pranzo sia una disperata manovra da parte mia per riconquistare l'autorit di un tempo. Mi rendo
pienamente conto che la mia posizione personale, ormai,  insostenibile. E poi, non ho pi niente da
dare. Ho dato tutto, tutto quello che avevo, fino all'ultimo, a questa citt. Adesso voglio andarmene
lontano, in un posto tranquillo, solo, e non sentire parlare mai pi di musica. I miei protetti,
naturalmente, cadranno nello sconforto quando partir. Non hanno ancora accettato la sconfitta.
Vogliono che lotti. Basterebbe una mia parola e si metterebbero all'opera, farebbero di tutto,
andrebbero persino di porta in porta. Ho spiegato loro la situazione, gliel'ho spiegata con la massima
onest, ma non riescono ancora a capacitarsi. Per loro  cos difficile. Da troppo tempo mi seguono con
devozione, da troppo tempo sono il loro faro. Cadranno nello sconforto. Ma non cambia nulla, questa
storia deve finire. Voglio che finisca. Anche con Rosa. Per me ogni minuto del nostro matrimonio 
stato prezioso, signor Ryder.
Ma sapere che finir, e non sapere quando,  terribile. Voglio metterci subito una pietra sopra.
Auguro a Rosa ogni bene. Spero che si trovi qualcun altro, qualcuno degno di lei. Spero solo che abbia
il buon senso di guardare pi in l di questa citt. Questo posto non  in grado di offrirle la persona di
cui ha bisogno come marito. Nessuno qui capisce veramente la musica. Ah, se avessi il suo genio,
signor Ryder! Allora Rosa e io potremmo invecchiare insieme - Il cielo si era rannuvolato. Il traffico
era rado. Di tanto in tanto raggiungevamo un autocarro diretto lontano, lo superavamo e riprendevamo
la corsa. Ai lati della strada comparvero fitte foreste, che furono poi sostituite da vaste pianure
coltivate. Sentii tornare la stanchezza degli ultimi giorni, e mentre osservavo la strada scorrere davanti
a noi, non ebbi difficolt ad appisolarmi. Poi sentii la voce di Christoff che diceva: - Oh, eccoci arrivati,
- e riaprii gli occhi.
14.
Avevamo rallentato moltissimo e ci stavamo avvicinando a un piccolo bar, una casetta bianca
che sorgeva isolata ai margini della strada. Era il tipico posto dove uno si immagina che si fermino i
camionisti a mangiare un panino, ma quando Christoff entr nel cortile di ghiaia e posteggi
l'automobile vidi che non c'erano altri veicoli.
-  qui che pranziamo? - domandai.
- S. Il nostro piccolo circolo, ormai sono anni che ci riuniamo qui.  un posto alla buona.
Scendemmo dalla macchina e ci dirigemmo verso il bar. Mentre ci avvicinavamo, vidi che alla
tenda erano appesi vivaci cartelli di cartone che annunciavano diverse offerte speciali.
-  un posto alla buona, - ripet Christoff, aprendomi la porta. - La prego di fare come se fosse a
casa sua.
Dentro, l'arredamento era molto semplice. C'erano grandi finestre panoramiche che giravano
tutto intorno alla sala. Qui e l erano stati attaccati con lo scotch dei manifesti con la pubblicit di bibite
e arachidi. Alcuni erano scoloriti dal sole, e uno si era trasformato in un semplice rettangolo azzurro.
La luce era cruda nonostante il cielo coperto.
C'erano gi otto o nove persone sedute ai tavoli in fondo alla sala. Tutte avevano davanti a s
una scodella fumante che sembrava contenere purea; stavano mangiando voracemente con lunghi
cucchiai di legno, ma si interruppero e mi fissarono. Una o due cominciarono ad alzarsi. Christoff
salut allegramente e fece segno di restare seduti. Poi, rivolgendosi a me, disse: - Come vede, hanno
cominciato senza di noi. Ma dato che non siamo molto puntuali, sono sicuro che li scuser. Quanto agli
altri, be', penso che non tarderanno. In ogni caso, non sprechiamo altro tempo. Se viene da questa parte,
signor Ryder, la presenter ai miei cari amici.
Stavo per seguirlo, quando ci accorgemmo che dietro il bancone c'era un uomo con una folta
barba e un grembiule a strisce che ci faceva dei cenni furtivi.
- Va bene, Gerhard, - disse Christoff, girandosi verso l'uomo e facendo spallucce. - Comincer
da te. Questo  il signor Ryder.
L'uomo barbuto mi strinse la mano dicendo: - Un secondo e le preparo il pranzo. Deve avere
una bella fame -. Poi mormor rapidamente qualcosa a Christoff, lanciando un'occhiata verso il fondo
del bar.
Christoff e io seguimmo lo sguardo dell'uomo barbuto. Come se stesse aspettando che ci
accorgessimo di lui, un signore che fino a quel momento era rimasto seduto da solo nell'angolo pi
lontano si alz in piedi. Era corpulento, grigio di capelli, intorno ai cinquantacinque anni, e indossava
una camicia e una giacca di un bianco brillante. Ci venne incontro di qualche passo, si ferm in centro
alla sala e sorrise a Christoff.
- Henri, - disse, e sollev le braccia in segno di saluto.
Christoff lo guard freddamente, poi si gir dall'altra. - Che cosa ci fai qui? - disse.
L'uomo in giacca bianca parve non sentire. - Ti stavo osservando, Henri, - continu
giovialmente, indicando la finestra. - Mentre venivi in qua dalla macchina. Cammini ancora a capo
chino. Una volta era una specie di posa, ma adesso sembra che tu faccia sul serio. Non ce n' bisogno,
Henri. Anche se le cose ti vanno male, non c' bisogno di camminare a capo chino.
Christoff continuava a dargli la schiena.
- Su, Henri. Ti comporti come un bambino.
- Te lo ripeto, - disse Christoff. - Non abbiamo niente da dirci.
L'uomo in giacca bianca strinse le spalle e fece qualche passo verso di noi.
- Signor Ryder, - disse, - dal momento che Henri sembra deciso a non presentarci, mi presenter
da solo. Sono il dottor Lubanski. Come sa, una volta Henri e io eravamo molto amici. Ma ora, lo vede
anche lei, non mi parla nemmeno.
- La tua presenza non  gradita -. Christoff si ostinava a non guardarlo. - Qui nessuno ti vuole.
- Lo vede, signor Ryder? Henri ha sempre avuto un carattere infantile.  una cosa cos sciocca.
Per quanto mi riguarda, ho accettato ormai da molto tempo che le nostre strade si siano divise. Una
volta eravamo capaci di chiacchierare insieme per ore e ore. Vero, Henri? Dissezionando questa o
quell'opera, rigirandola da ogni parte davanti a una bella birra, alla Schoppenhaus. Ricordo ancora con
affetto quei giorni. Di tanto in tanto vorrei persino non avere avuto il lampo di genio di dissentire. Non
mi spiacerebbe ritrovarci questa sera, passare di nuovo ore e ore a discutere e a litigare di musica, o su
come hai intenzione di preparare questo o quell'altro pezzo. Vivo per conto mio, signor Ryder. E come
pu immaginare, - l'uomo si lasci sfuggire un risolino, -  facile immalinconirsi. Allora comincio a
ripensare a com'erano le cose una volta. E mi dico che sarebbe bello ritrovarsi con Henri e discutere
ancora sulle partiture che sta preparando. Una volta non faceva niente senza prima consultarmi. Non
era cos, Henri? Su, non siamo infantili.
Cerchiamo almeno di comportarci civilmente.
- Ma perch proprio oggi? - url all'improvviso Christoff. Non ti vuole nessuno, qui! Ce l'hanno
ancora con te! Non te ne accorgi! Guardati intorno!
Ignorando questo sfogo, il dottor Lubanski attacc con un'altra reminiscenza dei tempi in cui lui
e Christoff andavano d'accordo.
Ben presto persi il filo della storia, e il mio sguardo cominci a vagare sulle persone sedute alle
sue spalle, che lo osservavano nervosamente dai tavoli in fondo al bar.
Sembravano tutte sotto i quarant'anni. C'erano tre donne, e notai che una, in particolare, mi
fissava con strana intensit.
Doveva avere poco pi di trent'anni, indossava un lungo vestito nero e portava occhiali con lenti
piccole e spesse. Mi sarei soffermato anche sugli altri con maggiore attenzione, se in quel momento
non mi fossi nuovamente ricordato dei numerosi impegni che mi attendevano. Era assolutamente
necessario che mi dimostrassi risoluto con i miei attuali ospiti, se non volevo essere trattenuto oltre il
tempo a mia disposizione.
Alla prima pausa del dottor Lubanski, sfiorai il braccio di Christoff, dicendogli sottovoce: - Mi
chiedo se gli altri tarderanno molto.
- Be'... - Christoff si guard intorno. Poi disse: - Forse per oggi ci siamo tutti.
Ebbi l'impressione che sperasse di essere contraddetto. Ma vedendo che nessuno faceva
commenti, si gir verso di me e proruppe in una breve risata.
- Una riunione per pochi intimi, - disse, - ma le assicuro che qui con noi ci sono... ci sono i
cervelli migliori della citt. E adesso, signor Ryder, se permette...
Cominci a presentarmi i suoi amici. Ognuno, quando mi veniva detto il suo nome, mi
rivolgeva un sorriso nervoso e due parole di saluto. Nel frattempo notai che il dottor Lubanski era
tornato lentamente verso il fondo della sala, senza staccarci gli occhi di dosso. Alla fine delle
presentazioni, scoppi a ridere fragorosamente, ottenendo che Christoff si interrompesse e gli lanciasse
un'occhiata gelida e furibonda. Il dottor Lubanski, che intanto si era riseduto al suo tavolo nell'angolo,
rise di nuovo e disse: - Be', Henri, avrai perso tutto in questi anni, ma non la faccia tosta. Hai
intenzione di raccontare l'intera saga degli Offenbach al signor Ryder? Al signor Ryder? - Scosse la
testa.
Christoff continu a fissare torvamente l'amico d'un tempo e parve sul punto di dargli una
rispostaccia, ma all'ultimo momento si gir senza dire nulla.
- Buttami fuori, se vuoi, - aggiunse il dottor Lubanski, ricominciando a mangiare la sua purea. -
Ma ho l'impressione che non tutti qui - e accenn con il cucchiaio alla sala - trovino la mia presenza
cos fastidiosa. Perch non mettiamo la cosa ai voti? E se davvero sono indesiderato, me ne vado senza
fare storie. Che ne dici di votare per alzata di mano?
- Se vuoi restare a tutti i costi, non me ne importa niente, disse Christoff. - Non mi fa nessuna
differenza. Io ho le prove.
Le ho qui con me -. Sollev una cartellina blu saltata fuori dal nulla e vi batt sopra con la
mano. - Io sono sicuro di avere ragione. Tu fa' quello che ti pare.
Il dottor Lubanski si gir verso gli altri alzando le spalle, come per dire: - Che cosa si pu fare
con uno cos? - La giovane donna con le lenti spesse distolse subito lo sguardo, ma la maggior parte dei
suoi compagni apparvero confusi, e un paio si lasciarono persino sfuggire un timido sorriso.
- Signor Ryder, - disse Christoff, - la prego, si metta comodo.
Non appena torna, Gehrard le servir il pranzo. E adesso, Christoff batt le mani e la sua voce
assunse il tono di chi si rivolge a una grande sala, - signore e signori... In primo luogo voglio
ringraziare il signor Ryder da parte di tutti i presenti per avere accettato di venire a discutere con noi
pur avendo pochi giorni e sicuramente pochissimo tempo...
- Hai una bella faccia tosta, - grid il dottor Lubanski dal fondo della sala. - Non solo non ti
lasci intimidire da me, ma neppure dal signor Ryder. Davvero una bella faccia tosta, Henri.
- Io non mi lascio intimidire, - ribatt Christoff, - perch ho le prove! Prove incontrovertibili! Le
ho qui! S, persino il signor Ryder. Sissignore, - aggiunse rivolgendosi a me, - persino un uomo della
sua fama. Persino lei deve rimettersi ai fatti!
- Be', questo  uno spettacolo che merita, - disse il dottor Lubanski agli altri. - Un violoncellista
di provincia che monta in cattedra davanti al signor Ryder. Bene, bene, stiamo a sentire.
Per qualche secondo Christoff esit. Poi apr la cartellina in maniera risoluta e disse: - Se mi
consentite, comincer con un caso specifico che credo ci porter dritti al cuore della controversia sulle
armonie circolari.
Per qualche minuto Christoff tratteggi a grandi linee la storia di una famiglia del posto dedita
al commercio, sfogliando il suo fascicolo e leggendo qui e l una citazione o un dato statistico. Mi
parve che presentasse il caso con una certa competenza, ma nel suo tono c'era qualcosa - l'inutile
scansione delle parole, il ripetere due o tre volte le cose - che presto mi urt i nervi. S, mi dissi, il
dottor Lubanski non aveva tutti i torti. Non si poteva negare che fosse un po' ridicolo che quel
musicista di provincia fallito pretendesse di montare in cattedra.
- E questa la chiami una prova? - interruppe improvvisamente Lubanski mentre Christoff
leggeva il verbale di una riunione del consiglio comunale. - Ah ah! Le prove di Henri sono proprio
interessanti, vero?
- Lasciamolo parlare! Lasciamo che presenti il caso al signor Ryder!
Il giovane che aveva parlato aveva la faccia tonda e una corta giacchetta di pelle. Christoff gli
rivolse un sorriso d'approvazione. Il dottor Lubanski alz le mani e disse: - Va bene, va bene.
- Lasciamolo parlare! - ripet il giovane dalla faccia tonda. Poi vedremo. Vedremo che cosa ne
pensa il signor Ryder e finalmente sapremo come stanno le cose per davvero.
Christoff ci mise un pezzo a capire il significato di queste ultime parole. Sulle prime rimase di
sasso, con la cartellina fra le mani. Poi si guard intorno come se vedesse quelle facce per la prima
volta, e in tutta la sala incontr solo occhi scrutatori puntati su di lui. Per un attimo parve sul punto di
crollare, poi abbass lo sguardo e borbott, quasi a se stesso: - Questi sono fatti. Ho qui le prove. Potete
guardarle anche voi, esaminarle -. Sbirci nella cartellina. - Io le sto solo riassumendo per non
dilungarmi. Ecco tutto -. Poi, con uno sforzo, riacquist un po' di padronanza. - Signor Ryder, - disse, -
se ha ancora un attimo di pazienza, sono sicuro che presto vedr le cose con maggiore chiarezza.
Christoff riprese la sua esposizione in maniera molto simile a prima, se si esclude una lieve
tensione nella voce. Mentre parlava, i torn in mente che la sera precedente avevo rinunciato a preziose
ore di sonno per approfondire le mie ricerche sulle condizioni locali; che, nonostante la grande
stanchezza, ero andato al cinema e avevo discusso della situazione con i maggiorenti della citt. Il fatto
che Christoff continuasse a dare per scontata la mia ignoranza - in quel momento, per esempio, si era
lanciato in una lunga digressione per spiegare un punto che mi era del tutto ovvio - mi stava portando
all'esasperazione.
Apparentemente, non ero il solo a provare insofferenza.
Parecchi altri si dimenavano a disagio sulla sedia. Notai che la giovane donna con le lenti
spesse guardava torva ora Christoff ora me. Parecchie volte mi parve che stesse per interrompere. Ma
alla fine fu un uomo con i capelli cortissimi seduto da qualche parte alle mie spalle che intervenne.
- Un momento, aspetta un momento. Prima di continuare chiariamo una cosa. Una volta per
tutte.
Di nuovo dall'angolo pi lontano del bar giunse la risata del dottor Lubanski. - Claude e la sua
triade pigmentata! Non ti sei ancora messo il cuore in pace?
- Claude, - disse Christoff, - non mi sembra questo il momento...
- No! Visto che il signor Ryder  qui, voglio definire la questione.
- Claude, non  il caso di tornare su quell'argomento. Sto presentando dei fatti per dimostrare...
- Sar una stupidaggine. Ma chiariamola una volta per tutte.
Signor Ryder, signor Ryder, secondo lei  vero che le triadi pigmentate hanno una carica
emotiva intrinseca indipendente dal contesto? Lei ne  convinto?
Sentii tutti gli sguardi puntati su di me. Christoff mi lanci una rapida occhiata, a met fra il
supplichevole e lo spaventato.
Ma dato l'ardore con cui mi era stata posta la domanda - per non parlare del presuntuoso
atteggiamento di Christoff fino a quel momento - non vidi alcuna ragione per non rispondere con la
massima schiettezza. Cos dissi: - Le triadi pigmentate non hanno alcuna propriet emotiva intrinseca.
Anzi le loro sfumature emotive possono cambiare notevolmente non solo secondo il contesto, ma anche
secondo il volume. Questa, almeno,  la mia opinione personale.
Nessuno fiat, ma si vedeva che la mia affermazione aveva avuto l'effetto di un maglio. A uno a
uno, gli sguardi si indurirono e si girarono verso Christoff, che nel frattempo fingeva di darsi da fare
con la sua cartellina. Poi l'uomo chiamato Claude disse con voce pacata: - Lo sapevo. L'ho sempre
saputo.
- Ma lui ti ha convinto che sbagliavi, - disse il dottor Lubanski. - Ti ha costretto a credere che
avevi torto.
- Che cosa c'entra questo adesso? - strill Christoff. - Senti, Claude, ci stai portando
completamente fuori strada. E il signor Ryder ha pochissimo tempo. Dobbiamo tornare al caso
Offenbach.
Ma Claude sembrava sprofondato nei suoi pensieri. Alla fine si gir verso il dottor Lubanski,
che annu con il capo e gli sorrise con aria grave.
- Il signor Ryder ha pochissimo tempo, - ripet Christoff. Quindi, se me lo consentite, cercher
di riassumere il mio ragionamento.
Christoff cominci a esaminare quelli che considerava i punti chiave della tragedia della
famiglia Offenbach. Ostentava un atteggiamento disinvolto, anche se era chiaro a tutti che aveva
accusato il colpo. In ogni caso, io smisi quasi subito di prestargli attenzione, perch la sua osservazione
sulla scarsit del mio tempo mi aveva fatto ricordare all'improvviso che Boris stava aspettandomi nel
piccolo caff.
Mi resi conto che era trascorso un tempo notevole da quando l'avevo lasciato laggi. Vidi nella
mia mente l'immagine del bambino poco dopo la mia partenza, seduto nel suo angolo con la bibita e la
torta di ricotta, tutto trepidante al pensiero della gita imminente. Lo vidi scrutare allegramente gli altri
avventori seduti nel cortile pieno di sole, lanciare di tanto in tanto un'occhiata al traffico in strada,
dicendosi che presto anche lui sarebbe stato l fuori diretto alla meta. Avrebbe ripensato al vecchio
alloggio, all'armadio nell'angolo del soggiorno dove, ne era sempre pi sicuro, aveva lasciato la scatola
con Numero Nove.
Poi, con il passare dei minuti, i dubbi che erano sempre rimasti in agguato dentro di lui, quei
dubbi che fino a quel momento aveva seppellito con cura, sarebbero tornati strisciando in superficie.
Ma lui, ancora per un po', sarebbe riuscito a non perdersi d'animo. Avevo avuto un semplice
contrattempo. O forse ero andato a comprare qualcosa per il picnic. D'altronde, il giorno era ancora
lungo. Poi la cameriera, la scandinava grassottella, gli avrebbe chiesto se voleva ancora qualcosa, con
un filo di inquietudine che a Boris non sarebbe sfuggito. Il bambino avrebbe finto di nuovo di non
essere preoccupato, forse avrebbe spavaldamente chiesto un altro bicchiere di frullato. Ma i minuti
continuavano a scorrere. Boris avrebbe notato, fuori nel cortile, che certi avventori arrivati molto dopo
di lui ripiegavano il giornale, si alzavano, se ne andavano. Avrebbe visto il cielo annuvolarsi, la mattina
diventare pomeriggio.
Avrebbe ripensato al vecchio appartamento tanto amato, all'armadio del soggiorno, a Numero
Nove, e piano piano, mentre mangiucchiava le ultime briciole di torta, avrebbe cominciato a
rassegnarsi all'idea di essere stato abbandonato ancora una volta, di dovere, alla fin fine, rinunciare alla
gita.
Parecchie voci stavano urlando intorno a me. Un giovanotto con un vestito verde si era alzato in
piedi e cercava di far sentire le sue ragioni a Christoff, mentre almeno altre tre persone agitavano il dito
per sottolineare qualcosa.
- Ma  irrilevante, - stava urlando Christoff pi forte di tutti. - E poi, non  che l'opinione
personale del signor Ryder...
Questa frase provoc una reazione furibonda. Quasi tutti cercarono di rispondergli
contemporaneamente, ma alla fine Christoff riusc di nuovo a farsi sentire sopra le grida.
- S! S! So benissimo chi  il signor Ryder! Ma le condizioni locali, le condizioni locali, sono
tutt'altra cosa! Lui non conosce ancora la nostra particolare situazione! Mentre io... ho qui...
Il resto della frase si perse nella baraonda, ma Christoff sollev in alto la cartellina blu e la
sventol sopra la testa.
- Che faccia tosta! Che faccia tosta! - gridava il dottor Lubanski dal fondo della sala, ridendo.
- Con tutto il rispetto, signor Ryder, - disse Christoff, questa volta rivolgendosi a me, - con tutto
il rispetto, mi stupisce che le interessi cos poco conoscere la situazione locale. Anzi, sono
meravigliato, s, meravigliato che, a dispetto di tutta la sua competenza, lei balzi subito alle
conclusioni...
Si lev un nuovo coro di proteste, pi furibondo che mai.
- Per esempio... - strill Christoff per farsi sentire. - Per esempio, mi ha molto stupito che lei
abbia acconsentito a farsi fotografare dalla stampa davanti al monumento di Sattler!
Con mia grande costernazione, queste parole provocarono un improvviso silenzio.
- S! - Christoff era palesemente soddisfatto dell'effetto ottenuto. - S! L'ho visto con i miei
occhi! Quando sono andato a prenderlo questa mattina. Era proprio davanti al monumento di Sattler.
Sorrideva e lo mostrava a gesti!
Il silenzio esterrefatto si protrasse. Alcuni dei presenti cominciarono a dare segni d'imbarazzo,
mentre altri - tra i quali la giovane donna con le lenti spesse - mi fissavano con sguardo interrogativo.
Sorrisi, e stavo per dire qualcosa quando il dottor Lubanski, questa volta in tono serio e autoritario,
intervenne dal fondo: - Se il signor Ryder ha scelto di compiere un simile gesto, pu significare una
sola cosa. E cio che siamo stati indotti in un errore ancora pi grave di quanto sospettassimo.
Poi si alz e si avvicin di qualche passo al nostro gruppo, e tutti si girarono verso di lui. Il
dottor Lubanski si ferm e inclin la testa come se stesse ascoltando i lontani rumori del traffico. Poi
prosegu: - Che ciascuno di noi rifletta attentamente su questo messaggio e ne faccia tesoro. Il
monumento di Sattler! Ma certo, il signor Ryder ha ragione! Non c' nulla di esagerato in questo,
proprio nulla! Ma non vedete che cercate ancora di aggrapparvi alle stupide opinioni di Henri? La
verit  che persino quelli fra noi che le hanno smascherate, persino noi, continuiamo a cascarci. Il
monumento di Sattler! S, eccoci serviti. Questa citt  sull'orlo del baratro. Sull'orlo del baratro!
Fui contento che il dottor Lubanski avesse messo subito in evidenza l'assurdit delle parole di
Christoff, sottolineando allo stesso tempo il messaggio forte che avevo voluto inviare alla citt. Ma
ormai ero troppo indignato con Christoff, e mi dissi ch'era giunto il momento di stracciarlo. Purtroppo,
tutti stavano di nuovo urlando. L'uomo chiamato Claude picchiava il pugno sul tavolo cercando di far
intendere ragione a un tizio brizzolato con le bretelle e gli stivali sporchi di fango. Almeno quattro
persone, da diversi punti della sala, inveivano contro Christoff. La situazione era prossima al caos;
pensai che tanto valeva togliere il disturbo. Ma nell'istante in cui mi alzai, la giovane donna con le lenti
spesse si materializz davanti a me.
- Signor Ryder, ce lo dica lei per piacere. Andiamo a fondo della cosa. Henri ha ragione quando
sostiene che non possiamo assolutamente abbandonare la dinamica circolare in Kazan?
Non aveva parlato forte, ma la sua voce era penetrante. Tutti udirono la domanda e tacquero
immediatamente. Qualcuno dei suoi compagni la fiss sorpreso, ma lei respinse le occhiate con aria di
sfida.
- No, io glielo chiedo, - disse. - Questa  un'occasione unica.
Non possiamo sprecarla. Io glielo chiedo. Ce lo dica lei, per piacere, signor Ryder.
- Ma io ho le prove, - bofonchi Christoff miseramente. - Qui, sono tutte qui.
Nessuno gli prest attenzione, perch gli sguardi dei presenti erano di nuovo puntati su di me.
Capii di dover scegliere con cura le mie prossime parole e feci una breve pausa. Poi dissi: - La mia
opinione  che Kazan non ci guadagna mai dalle limitazioni formali. N dalla dinamica circolare, n da
una struttura a doppia battuta. Vedete, ci sono troppi strati, troppe emozioni, soprattutto nelle opere
dell'ultimo periodo.
Mi parve di sentire, quasi fisicamente, l'ondata di rispetto che si frangeva contro di me. L'uomo
con la faccia tonda mi guardava con un'espressione molto simile allo sgomento. Una donna che
indossava una giacca a vento scarlatta continuava a mormorare: - Ecco, ecco, - come se avessi appena
pronunciato qualcosa che la sua mente si sforzava di formulare da anni.
L'uomo chiamato Claude si era alzato in piedi e aveva fatto qualche passo verso di me
annuendo energicamente. Anche il dottor Lubanski annuiva, ma piano piano, con gli occhi chiusi, come
per dire: S, s, ecco finalmente qualcuno che se ne intende. La giovane donna con le lenti spesse,
invece, era rimasta immobile e continuava a squadrarmi.
- Posso capire, - proseguii, - la tentazione di ricorrere a questi stratagemmi.  naturale che il
musicista abbia paura che la musica sommerga le sue capacit. Ma sicuramente bisogna accettare la
sfida, non ricorrere a limitazioni. Naturalmente, se la sfida  superiore alle nostre forze, il consiglio  di
lasciare Kazan in santa pace. E in ogni caso non si dovrebbe mai tentare di trasformare in virt i propri
limiti.
A quest'ultima osservazione, molti in sala non riuscirono pi a trattenersi. L'uomo brizzolato
con gli stivali infangati proruppe in un vigoroso applauso, guardando Christoff come se volesse
morderlo. Parecchi altri si misero di nuovo a inveire contro Christoff, e la donna con la giacca a vento
scarlatta ricominci a ripetere, questa volta a voce pi alta: - Ecco, ecco, ecco -.
Mi sentii stranamente inebriato e, alzando la voce per farmi sentire nel crescente tumulto,
continuai: - Questa mancanza di coraggio, nella mia esperienza,  molto spesso legata ad altre
sgradevoli caratteristiche. A un'ostilit verso il tono introspettivo, quasi sempre accompagnata da un
impiego smodato della cadenza frantumata. A una predilezione per l'inutile accoppiamento di passaggi
frammentati. E su un piano pi personale, a una megalomania che tenta di celarsi dietro maniere
modeste e garbate...
Fui costretto a interrompermi perch tutti, ormai, inveivano contro Christoff, il quale, a sua
volta, tenendo alta la cartellina blu e sfogliandone le pagine per aria, urlava: - Le prove sono qui! Qui!
- Naturalmente, - strillai per sovrastare il chiasso, - questo  un altro tipico errore. Credere che
basti mettere qualcosa in una cartellina per trasformarlo in prova!
Le mie parole furono accolte da una fragorosa risata, sotto la quale si intuiva che era pronta a
scatenarsi la rabbia. Poi la giovane donna con le lenti spesse si alz e si avvicin a Christoff. Lo fece
con estrema calma, violando il piccolo spazio vuoto che fino a quel momento era stato mantenuto
intorno al violoncellista.
- Vecchio idiota, - gli disse, e di nuovo la sua voce penetrante si ud chiaramente nel clamore. -
Ci hai trascinati tutti gi con te -. Poi, quasi con ponderatezza, lo colp sulla guancia con il rovescio
della mano.
Vi fu un attimo di stupore. Poi all'improvviso tutti si alzarono dalle sedie e cominciarono a
spingersi a vicenda per avvicinarsi a Christoff, evidentemente colti dal desiderio di seguire al pi presto
l'esempio della giovane donna. Mi accorsi che qualcuno mi stava scuotendo la spalla, ma in quel
momento ero troppo preso dallo spettacolo per farci caso.
- No, no, basta cos! - Il dottor Lubanski, non so come, era riuscito a raggiungere Christoff per
primo e aveva alzato le braccia. - No, lasciate stare Henri! Ma che cosa vi salta in mente? Basta cos!
Probabilmente fu solo grazie all'intervento del dottor Lubanski che Christoff si salv dall'assalto
generale. Vidi ancora di sfuggita la sua faccia sconvolta e spaventata, poi il cerchio di persone
inferocite si richiuse su di lui nascondendomelo alla vista La mano stava di nuovo scuotendomi la
spalla; mi girai e vidi l'uomo barbuto - quello con il grembiule, che si chiamava Gerhard - che teneva in
mano una scodella di purea fumante.
- Vuole mangiare, signor Ryder? - mi domand. - Mi scusi se  un po' tardi. Ma vede, abbiamo
dovuto farne un'altra pentolata.
- La ringrazio molto, - dissi, - ma devo proprio andare. C' il mio bambino che mi aspetta -. Poi,
dopo che ci fummo allontanati un po' dal chiasso, aggiunsi: - Mi potrebbe portare dall'altra? In quel
momento, infatti, mi ero ricordato che il bar in cui mi trovavo e quello in cui avevo lasciato Boris erano
entrambi nello stesso edificio; il locale era di quelli con due sale contrapposte, che danno su strade
parallele e soddisfano diversi tipi di clientela.
- L'uomo barbuto fu chiaramente deluso dal mio rifiuto di pranzare, ma si riprese in fretta e
disse: - Ma certamente, signor Ryder. Venga che l'accompagno.
Lo seguii dietro il banco. Qui Gerhard apr una porticina e mi fece cenno di precederlo. Mentre
entravo, mi girai un'ultima volta e vidi l'uomo con la faccia tonda che sventolava la cartellina blu di
Christoff in piedi su un tavolo. Adesso le grida di rabbia erano frammiste a grandi risate; sentii la voce
del dottor Lubanski che, un po' commossa, supplicava: - No, Henri ha gi avuto quel che si meritava!
Vi prego, vi prego! Basta cos!
Mi trovai in una vasta cucina interamente piastrellata di bianco. C'era un forte odore di aceto;
con la coda dell'occhio scorsi un donnone chino su un fornello sfrigolante, ma l'uomo barbuto aveva gi
attraversato la stanza e stava aprendo un'altra porta nell'angolo opposto.
- Da questa parte, signore, - mi disse, mostrandomi la strada.
La porta era stranamente piccola e stretta. Anzi, era cos stretta che per passare mi sarei dovuto
mettere di traverso.
Inoltre, quando vi sbirciai dentro, vidi solo buio; tutto lasciava pensare che stessi guardando in
un armadio delle scope.
Ma l'uomo barbuto mi fece nuovamente cenno di entrare e disse: - Mi raccomando, faccia
attenzione ai gradini, signor Ryder.
Solo allora notai che subito oltre la soglia c'erano tre gradini; sembravano fatti con casse di
legno inchiodate l'una sull'altra. Mi infilai nella porta e li salii a uno a uno con cautela. Quando giunsi
in cima, scorsi davanti a me un piccolo rettangolo di luce. Lo raggiunsi in due passi e mi trovai a
guardare attraverso un pannello di vetro in una sala illuminata dal sole. Vidi tavoli e sedie, e riconobbi
la sala dove avevo lasciato Boris quella mattina. Vidi anche la giovane cameriera paffuta - stavo
osservando la sala dalla parete dietro il banco e, in un angolo, Boris, con gli occhi persi nel vuoto e
l'aria imbronciata. Aveva finito la sua torta di ricotta e faceva scorrere distrattamente la forchetta avanti
e indietro sulla tovaglia. Se si esclude una giovane coppia seduta accanto alle finestre, il bar era vuoto.
Mi sentii spingere sul fianco e mi accorsi che l'uomo barbuto si era intrufolato alle mie spalle e,
dopo essersi accucciato nel buio, armeggiava con un mazzo di chiavi. Un attimo dopo l'intera parete
divisoria si apr davanti a me, e con un passo fui nel bar.
La cameriera si gir e mi sorrise. Poi chiam Boris: - Ehi, guarda un po' chi c'!
Boris si volt verso di me con la faccia lunga. - Dove sei stato? - domand. - Non tornavi pi.
- Scusami tantissimo, Boris, - dissi. Poi chiesi alla cameriera: - Si  comportato bene?
- Oh,  un amore. Mi ha raccontato tutto del posto dove vivevate. Nel complesso residenziale
vicino al lago artificiale.
- Ah, s, - dissi. - Il lago artificiale. S, stavamo giusto andandoci.
- Non tornavi pi! - disse Boris. - Adesso faremo tardi!
- Scusami tantissimo, Boris. Ma non preoccuparti, c' ancora tempo. E poi il vecchio
appartamento non scappa mica, no? Per hai ragione, dobbiamo muoverci. Vediamo un po' -. Mi girai
verso la cameriera, che aveva cominciato a parlare con l'uomo barbuto.
- Mi scusi, sa dirmi il modo pi facile per andare a questo lago artificiale?
- Il lago artificiale? - La cameriera indic fuori della finestra. - Vede l'autobus che sta
aspettando l fuori? Quello vi porta dritti laggi.
Seguii con gli occhi la direzione del suo dito e, oltre gli ombrelloni del cortile, vidi un autobus
posteggiato pi o meno davanti a noi nella strada piena di traffico.
-  l da un pezzo, ormai, - prosegu la cameriera. - Quindi vi conviene sbrigarvi. Credo che
debba partire da un momento all'altro.
La ringraziai e, facendo segno a Boris di seguirmi, uscii nella luce del sole.
15.
Quando salimmo, l'autista stava accendendo il motore. Mentre compravo i biglietti, vidi che
l'autobus era molto pieno e, un o' inquieto, osservai: - Spero di potermi sedere vicino al bambino.
- Oh, non si preoccupi, - disse l'autista. -  brava gente.
Lasci fare a me.
Poi si gir e url qualcosa. Fino a quel momento c'era stata un'atmosfera chiassosa e
insolitamente allegra, ma di colpo cal il silenzio. Poi, in tutto l'autobus, i passeggeri cominciarono ad
alzarsi dai sedili, a gesticolare, a indicare di qui e di l con il dito, a discutere quale fosse la
sistemazione migliore per noi. Una donna corpulenta si sporse nel corridoio centrale e ci chiam: -
Venite qui! Potete sedervi qui! - Ma una seconda voce da un altro punto dell'autobus grid: - Se ha un
bambino piccolo,  meglio qui, cos non patir. Io mi sposto vicino al signor Hartmann -. Poi le
consultazioni parvero ricominciare da capo.
- Vede,  brava gente, - disse tutto allegro l'autista. - Ai nuovi venuti viene sempre riservata
un'accoglienza speciale.
Bene, se vuole essere cos gentile da sedersi, possiamo andare.
Boris e io ci dirigemmo in tutta fretta verso due passeggeri in piedi che ci stavano indicando i
nostri posti. Lasciai Boris accanto al finestrino e mi sedetti nel preciso istante in cui l'autobus partiva.
Quasi subito mi sentii battere sulla spalla, e dal sedile dietro al nostro qualcuno si sporse per
offrire un pacchetto di caramelle.
- Crede che al bambino possano fare piacere? - domand una voce maschile.
- Grazie, - dissi. Poi pi forte, in modo che mi sentissero in tutto l'autobus, aggiunsi: - Grazie.
Grazie a tutti. Siete stati di una cortesia esemplare.
- Guarda! - Boris, eccitato, mi afferr il braccio. - Stiamo prendendo l'uscita nord della citt.
Prima che potessi rispondergli, vidi comparire al mio fianco una donna di mezza et. Tenendosi
al poggiatesta del mio sedile per non cadere, ci porse una fetta di torta su un tovagliolino di carta.
- C' un signore l dietro che l'ha avanzata, - disse. - Chiss se il bambino la vuole?
Accettai con riconoscenza, ringraziando di nuovo tutto l'autobus. Poi, mentre la donna si
dileguava, sentii una voce un paio di file pi indietro che diceva: -  bello vedere un padre e un figlio
che vanno cos d'accordo. Guardateli, si fanno una gitarella per conto loro.  uno spettacolo che oggi si
vede troppo di rado.
A queste parole provai un impeto di orgoglio e lanciai un'occhiata a Boris. Forse anche lui
aveva sentito, perch mi rivolse un sorriso in cui c'era qualcosa di pi di una semplice punta di
complicit.
- Boris, - dissi, porgendogli la torta, - non  fantastico questo autobus? Valeva la pena aspettare,
non ti sembra?
Boris sorrise di nuovo, ma stava esaminando la sua fetta e non disse nulla.
- Boris, - proseguii, -  un pezzo che volevo dirtelo. Perch ogni tanto potrebbero venirti dei
dubbi. Sai, non avrei mai potuto desiderare niente di meglio... - Scoppiai improvvisamente a ridere. - Ti
sembrer cretino. Ma quello che voglio dire  che sono felice di come sei. E felice di essere qui con te
-. Risi di nuovo. - Non ti piace questo viaggio in autobus?
Boris annu con la bocca piena di torta. - Buona, - disse.
- Io me lo sto proprio godendo. E che persone gentili.
In fondo all'autobus qualche passeggero si mise a cantare.
Provai un grande rilassamento e mi abbandonai sul sedile. Il cielo era di nuovo nuvoloso.
Stavamo ancora attraversando una zona piena di case, ma mentre guardavo fuori vidi sfilare due cartelli
stradali, l'uno dopo l'altro, che dicevano: Uscita nord.
- Mi scusi, - disse una voce maschile da qualche parte alle nostre spalle. - Ma ho sentito che
diceva all'autista che vuole andare al lago artificiale. Spero che laggi non faccia troppo freddo. Se
cerca solo un posto carino dove passare il pomeriggio, le consiglio di scendere un paio di fermate
prima, ai Giardini Maria Christina. C' uno stagno dove si pu andare in barca, e credo che al bambino
piacerebbe.
Chi parlava era seduto proprio dietro di noi, ma lo schienale dei sedili era molto alto; per quanto
mi girassi e allungassi il collo, non riuscivo a vederlo bene in faccia. In ogni caso lo ringraziai per il
suggerimento - offerto sicuramente con le migliori intenzioni - e cominciai a spiegare lo scopo un po'
speciale della nostra visita al lago artificiale. Non avevo alcuna intenzione di scendere nei particolari,
ma quand'ebbi cominciato a parlare mi sentii quasi costretto a continuare da quell'atmosfera conviviale.
Devo dire che in realt fui molto soddisfatto dal tono perfettamente equilibrato che ero riuscito a dare
al mio discorso, a met fra il serio e il faceto. Inoltre, dai mormorii che udivo alle mie spalle, capii che
il passeggero stava ascoltando con grande sensibilit e partecipazione. Fatto sta, che presto mi ritrovai a
spiegare chi era Numero Nove e perch fosse cos importante. Avevo appena cominciato a raccontare
come mai Boris l'avesse dimenticato nella scatola, quando il passeggero mi interruppe con un colpetto
di tosse.
- Mi scusi, - disse, - ma  quasi inevitabile che una gita di questo genere provochi una certa
agitazione.  pi che naturale.
Ma se mi permette, credo che abbiate tutte le ragioni di essere ottimisti -. Probabilmente il
signore si era chinato in avanti, perch adesso la voce, calma e carezzevole, veniva da un punto a met
tra la spalla di Boris e la mia. - Sono sicuro che troverete il vostro Numero Nove. Anche se ovviamente
in questo momento siete un po' preoccupati. Pu essere successo di tutto, starete pensando. Ed 
normale. Ma da ci che mi avete raccontato, sono sicuro che andr a finire bene. Naturalmente, quando
busserete alla porta, i nuovi inquilini potrebbero non riconoscervi ed essere un po' sospettosi. Ma
quando avrete spiegato chi siete, senza dubbio vi faranno entrare. Se viene ad aprirvi la moglie, dir:
Oh, finalmente! Ci chiedevamo proprio quando sareste venuti. S, sono sicuro che dir cos. Poi si
girer e grider al marito:  il bambino che abitava qui! Allora arriver anche il marito, un signore
dall'aria affabile, che magari in quel momento stava dando il bianco alle pareti. E vi dir: Be', era ora.
Entrate a prendere una tazza di t. Poi vi far passare in salotto, mentre sua moglie scapper in cucina
a preparare la merenda. Voi noterete subito che la casa  molto cambiata da quando ci vivevate voi; il
nuovo inquilino se ne accorger, e sulle prime si sentir un po' in colpa. Ma non appena gli avrete
chiarito che non gli serbate rancore per i cambiamenti, sono sicuro che vi far visitare l'alloggio da
cima a fondo, mostrandovi le varie modifiche, tutte cose che ha fatto con le sue mani e di cui 
fierissimo. Poi la moglie porter in salotto il t e qualche pasticcino casalingo; allora vi siederete e,
mangiando e bevendo piacevolmente, ascolterete la coppia cantarvi le lodi della casa e del complesso
residenziale. Nel frattempo, naturalmente, sarete tutti e due un po' in ansia per Numero Nove, e
aspetterete il momento adatto per spiegare lo scopo della vostra visita. Ma credo che saranno i vostri
ospiti a parlarne per primi. Dopo un po' che chiacchierate e bevete t, la moglie dir: Siete per caso
venuti a cercare qualcosa? Qualcosa che avevate dimenticato? E a questo punto potrete tirare fuori la
storia di Numero Nove e della scatola. E allora lei, senza dubbio, dir: Oh, s, abbiamo messo la
scatola in un posto sicuro. Avevamo capito che era importante. E prima ancora di avere finito la frase,
far un piccolo cenno al marito. Magari neppure un cenno, mogli e mariti diventano quasi telepatici
quando sono vissuti felicemente insieme per tanti anni come quei due. Questo non vuol dire,
naturalmente, che non litighino mai.
Oh, no. Magari litigano spesso, magari in tutti questi anni hanno anche attraversato dei
momentacci in cui non andavano per niente d'accordo. Ma vedrete voi stessi, quando li conoscerete;
vedrete che in queste coppie le cose alla fine si aggiustano, e moglie e marito, sostanzialmente, stanno
benissimo insieme. Ebbene, il marito andr a prendere la scatola nel posto dove tengono le cose di
valore e la porter in salotto. Magari sar avvolta nella carta velina. E naturalmente voi la aprirete
subito, e il vostro Numero Nove sar l, esattamente come l'avevate lasciato, con la base da incollare.
Allora potrete richiudere la scatola, e quella simpatica coppia vi offrir un'altra tazza di t. Dopo un po'
direte che dovete proprio andare, che avete gi approfittato abbastanza della loro cortesia. Ma la moglie
insister perch prendiate un'altra fetta di torta. E il marito vorr farvi fare ancora una volta il giro
dell'alloggio perch vediate come ha dato bene il bianco. Alla fine vi saluteranno dalla porta di casa
sventolando la mano, dicendovi di tornare a trovarli la prossima volta che passerete di l. Naturalmente,
non  detto che vada esattamente cos, ma da quello che mi avete raccontato sono sicuro, nel
complesso, di non sbagliarmi molto. Quindi non avete nessun bisogno di preoccuparvi, nessun
bisogno...
Quella voce nell'orecchio, unita al dolce rollio dell'autobus che viaggiava sulla strada statale,
ebbe un effetto straordinariamente distensivo. Avevo gi chiuso gli occhi poco dopo che l'uomo si era
messo a parlare, e pi o meno a questo punto mi abbandonai sul sedile e mi appisolai felicemente.
Boris mi stava scuotendo la spalla. - Dobbiamo scendere, diceva.
Improvvisamente sveglio, vidi che l'autobus si era fermato e che eravamo gli unici passeggeri
rimasti a bordo. L'autista si era alzato in piedi e aspettava pazientemente che scendessimo.
Mentre ci avviavamo lungo il corridoio, ci disse: - Riguardatevi. Fa un bel freddo fuori. Quel
lago, secondo me, dovrebbero interrarlo. D solo fastidio, e ogni anno ci annegano in parecchi. Certo,
in qualche caso si tratta di suicidi, ma forse, se non ci fosse il lago, sceglierebbero un metodo meno
sgradevole per ammazzarsi. Secondo me, dovrebbero interrarlo.
- S, - dissi. -  naturale che il lago susciti polemiche. Ma io non sono di queste parti e
preferisco non immischiarmi.
- Molto saggio. Be', buona giornata -. Poi, salutando Boris, aggiunse: - E divertiti, giovanotto.
Scendemmo e, mentre l'autobus si allontanava, ci guardammo intorno. Ci trovavamo sul
margine esterno di un grande bacino di cemento. Un po' pi in l, al centro del bacino, c'era il lago
artificiale; con quella sua forma a rene, sembrava una versione gigantesca delle volgari piscine che un
tempo erano prerogativa dei divi di Hollywood. Non potei fare a meno di ammirare con quanta fierezza
il lago - anzi, l'intero complesso - proclamasse la sua artificialit. Non c'era traccia d'erba. Persino gli
esili alberelli sparsi sui pendii di cemento erano ben racchiusi in vasi di ghisa e inseriti con precisione
nel rivestimento artificiale. Tutto intorno a noi, le innumerevoli e identiche finestre dei condomini
sembravano contemplare la scena dall'alto.
Notai che la facciata di ogni edificio era lievemente convessa, per ottenere un effetto di
circolarit ininterrotta che ricordava gli spalti di uno stadio. Ma sebbene fossimo letteralmente
circondati da appartamenti - almeno quattrocento, calcolai - non si vedeva quasi anima viva. Scorsi un
paio di persone che camminavano di buon passo sulla sponda opposta del lago - un uomo con un cane,
una donna con una carrozzina - ma evidentemente nell'aria c'era qualcosa che invitava a starsene chiusi
in casa.
Come ci aveva preannunciato l'autista, il clima non giovava.
Appena arrivati, fummo subito investiti da una gelida raffica proveniente dal lago.
- Su, Boris, - dissi, - meglio affrettarci.
Il bambino sembrava avere perso ogni entusiasmo e fissava il lago con aria assente. Non si
mosse. Mi diressi verso il condominio alle nostre spalle, sforzandomi di camminare con passo
scattante, ma subito mi venne in mente che in quel complesso sterminato non sarei mai riuscito a
trovare il nostro alloggio.
- Boris, perch non fai strada tu? Su, che cosa ti prende?
Il bambino tir un sospiro, poi s'incammin. Lo seguii su per un'interminabile gradinata di
cemento. A un certo punto, mentre svoltavamo per affrontare una nuova rampa, Boris lanci un grido e
si irrigid in una posa da arti marziali. Sussultai, ma mi accorsi subito che l'assalitore era solo nella sua
immaginazione.
Mi limitai a dire: - Bravo, Boris.
Da quel momento il bambino ripet l'urlo e la mossa ogni volta che le scale cambiavano
direzione. Poi, con mio grande sollievo, visto che cominciavo a sbuffare, Boris abbandon le scale e
imbocc una specie di lungo ballatoio orizzontale. Dall'alto, la forma a rene del lago era ancora pi
evidente. Il cielo era lattiginoso, e sebbene il ballatoio fosse coperto - dovevano essercene almeno altri
due o tre direttamente sopra di noi - il riparo era scarso e le folate di vento ci investivano con forza
selvaggia. Alla nostra sinistra c'erano gli appartamenti; una serie di brevi scale di cemento simili a
ponticelli gettati su un fossato collegava il ballatoio al corpo dell'edificio. Alcune delle scale salivano,
altre scendevano. Mentre procedevamo, cominciai a studiare con cura le porte, ma dopo qualche
minuto, visto che nessuno di quegli ingressi mi risvegliava il minimo ricordo, rinunciai e guardai il
panorama del lago.
Nel frattempo Boris mi precedeva baldanzosamente di qualche passo; sembrava di nuovo
eccitato per la nostra avventura. Aveva cominciato a bisbigliare tra s e s, e quanto pi camminavamo
tanto pi i suoi bisbigli aumentavano d'intensit. A un certo punto, senza mai fermarsi, si mise a saltare
e a menare colpi di karat nell'aria; ogni volta che ricadeva a terra il rumore dei suoi piedi rimbombava
sul ballatoio. Visto per che aveva smesso di gridare come sulle scale, e che non avevamo ancora
incontrato anima viva, pensai che non fosse il caso di redarguirlo.
Dopo un po' abbassai gli occhi sul lago e mi accorsi con stupore che l'angolazione era
notevolmente cambiata. Solo allora mi resi conto che quella specie di ballatoio faceva il giro di tutto il
complesso. Avremmo potuto camminare in tondo all'infinito. Guardai Boris, che mi precedeva di corsa
gesticolando come un matto, e mi chiesi se sapesse davvero la strada. Avevo fatto le cose proprio male,
pensai. Avrei dovuto cercare almeno di avvisare i nuovi inquilini. In fondo, a ben rifletterci, non c'era
motivo perch dovessero accoglierci con particolare entusiasmo. Cominciai a vedere l'intera spedizione
sotto una luce pessimistica.
- Boris, - gridai, - spero che tu stia facendo attenzione.
Cerca di non oltrepassare l'appartamento.
Il bambino si volt a guardarmi senza interrompere i suoi feroci mormorii, poi si allontan
correndo di qualche passo e ricominci a menare colpi di karat.
Avevo l'impressione di camminare da un'eternit e, quando guardai di nuovo il lago, vidi che
avevamo fatto almeno un giro completo. Davanti a me Boris continuava a parlottare dimentico di tutto.
- Ehi, aspetta un momento, - gli gridai. - Boris, aspetta.
Il bambino si ferm e mentre mi avvicinavo mi guard accigliato.
- Boris, - dissi gentilmente, - sei sicuro di ricordarti dov' il vecchio appartamento?
Il bambino fece spallucce e abbass gli occhi. Poi disse con un filo di voce: - Certo che me lo
ricordo.
- Per mi sembra che abbiamo gi fatto tutto il giro.
Boris fece di nuovo spallucce. Si stava guardando una scarpa, inclinandola ora da una parte ora
dall'altra. Alla fine disse: L'avranno tenuto bene Numero Nove?
- Penso di s, Boris. Era in una scatola, in una scatola dall'aspetto importante. Le cose come
quelle si mettono da parte.
Magari su uno scaffale, o in un altro posto.
Per un momento Boris continu a fissarsi la scarpa. Poi disse: - Ci siamo gi passati davanti. Ci
siamo passati davanti due volte.
- Come? Vuoi dire che mi hai fatto girare in tondo quass, con questo vento gelido, per niente?
Perch non me l'hai detto, Boris? Non ti capisco.
Il bambino rimase zitto, spostando il piede ora da una parte ora dall'altra.
- Allora: ci conviene tornare indietro, - domandai, - oppure dobbiamo fare un altro giro del
lago?
Boris sospir e per un momento parve riflettere. Poi alz gli occhi e disse: - E va bene.  poco
pi indietro. L'abbiamo appena passato.
Tornammo per un breve tratto sui nostri passi. A un certo punto Boris si ferm davanti a una
delle scale e lanci un'occhiata alla porta. Poi le gir la schiena e ricominci a studiarsi la scarpa.
- Ah, s, - dissi, guardando attentamente la porta. Anche se in realt quell'uscio dipinto di blu -
che non aveva praticamente nulla che lo distinguesse dagli altri - non mi risvegliava alcun ricordo.
Boris si volt a dare un'altra occhiata alla casa, poi abbass gli occhi e cominci a colpire il
battuto di cemento con la punta della scarpa. Per qualche istante rimasi ai piedi della scala, un po'
incerto sul da farsi. Alla fine dissi: - Boris, aspettami qui un momento. Salgo a vedere se c' qualcuno.
Il bambino continu a battere il piede. Io salii i gradini e bussai alla porta. Non ottenni risposta.
Dopo avere bussato una seconda volta inutilmente, accostai la faccia al piccolo riquadro di vetro, ma il
vetro era smerigliato e non vidi nulla.
- La finestra, - mi grid Boris dal basso. - Di un'occhiata dalla finestra.
Alla mia sinistra vidi una specie di balcone - in realt poco pi di un cornicione che correva
lungo tutta la facciata dell'edificio, cos stretto che non ci sarebbe stata nemmeno una sedia. Allungai
una mano per afferrarmi alla ringhiera di ferro e, sporgendomi oltre il parapetto della scala, riuscii a
sbirciare dentro la finestra pi vicina. Vidi un soggiorno a pianta aperta, con un tavolo da pranzo spinto
contro il muro e qualche mobile moderno un po' fuori moda.
- La vedi? - stava urlando Boris. - La vedi, la scatola?
- Un momento.
Mi sporsi ancora di pi, cercando di non pensare al vuoto che si spalancava sotto di me.
- La vedi?
- Ti ho detto un momento, Boris.
Intanto la stanza cominciava a sembrarmi sempre pi familiare.
L'orologio triangolare appeso alla parete, il divano di gommapiuma color panna, il mobiletto a
tre piani per l'impianto stereo; e mi parve che ogni oggetto, man mano che il mio sguardo lo sfiorava,
portasse con s un doloroso lampo di riconoscimento.
Tuttavia, mentre continuavo a sbirciare nella stanza, ebbi la netta impressione che l'intera parte
posteriore - unita al corpo principale per formare una L - un tempo non esistesse, e fosse stata aggiunta
solo di recente. Ci nonostante, quanto pi la guardavo, tanto pi quella parte di stanza mi sembrava
nota, finch mi accorsi che ci era dovuto, probabilmente, all'incredibile somiglianza con la parte
posteriore del soggiorno della casa di Manchester in cui ero vissuto per parecchi mesi con i miei
genitori. Quella casetta di citt era umida e aveva un gran bisogno di una mano di bianco, ma ci
eravamo rassegnati a quella sistemazione perch dovevamo restarci solo finch il lavoro di mio padre
ci avesse consentito di trasferirci in un posto migliore. Per me, ragazzino di nove anni, la casa aveva
rappresentato un cambiamento emozionante, ma soprattutto la speranza che per tutti noi stesse
cominciando un capitolo nuovo e pi felice della nostra vita.
- Non c' nessuno l dentro, - disse una voce alle mie spalle.
Raddrizzandomi, vidi che l'uomo che aveva parlato era uscito dall'alloggio vicino. Se ne stava
davanti alla sua porta, in cima a una scala parallela a quella su cui mi trovavo io. Aveva circa
cinquant'anni e lineamenti grossolani, da bull-dog. I suoi capelli erano scarmigliati, e la sua maglietta
aveva una chiazza di sudore sul petto.
- Ah, - dissi, - l'appartamento  vuoto?
L'uomo alz le spalle. - Chi pu dirlo? Magari torneranno. A me e a mia moglie non piace avere
un appartamento vuoto accanto al nostro, ma dopo tutto quel pandemonio, abbiamo tirato un sospiro di
sollievo, gliel'assicuro. Non siamo gente senza cuore. Ma dopo quello che  successo, be', lo
preferiamo vuoto quell'appartamento.
- Ah. Quindi  vuoto da un pezzo. Settimane? Mesi?
- Oh, pi o meno da un mese. Chi sa? Magari torneranno, ma se non tornano per noi  lo stesso.
Non mi fraintenda, c'erano volte in cui mi spiaceva per loro. Non siamo gente senza cuore. E anche noi
abbiamo attraversato i nostri momenti difficili. Ma quando non la smettono pi, be', ti viene proprio
voglia che se ne vadano. Meglio vuoto.
- Capisco. Fastidi a non finire.
- Oh, s. Anche se a dire il vero non credo che siano mai venuti alle mani. Per, quando li
sentivamo urlare nel cuore della notte, c'era da perdere il sonno.
- Mi scusi, ma faccia attenzione... - Mi avvicinai di un passo e gli accennai con gli occhi che
Boris poteva sentirci.
- No, mia moglie non era affatto contenta, - continu l'uomo, ignorandomi. - Quando
cominciava la cagnara, nascondeva la testa sotto il cuscino. Una volta l'ha fatto persino in cucina. Sono
entrato e l'ho trovata che cucinava con un cuscino intorno alla testa. Non era piacevole. Lui, a vederlo,
sembrava sempre sobrio; un tipo molto rispettabile. Ci faceva un cenno di saluto e andava per i fatti
suoi. Ma mia moglie  convinta che sotto ci fosse qualcosa. Sa, l'alcool...
- Senta, - sussurrai inferocito, sporgendomi dal parapetto di cemento che ci separava, - non vede
che c' un bambino? Le sembrano discorsi da fare in sua presenza?
L'uomo guard con aria stupita in direzione di Boris. Poi disse: - Le sembra tanto piccolo? Non
pu mica proteggerlo da tutto. Comunque, se non vuole parlare di queste cose, bene, parliamo pure
d'altro. Trovi lei un argomento migliore, se ci riesce. Io le stavo solo raccontando. Ma se lei non vuole
parlarne...
- No che non voglio! Non mi interessa affatto sentire...
- Be', non era niente di importante. Solo che  naturale che io parteggiassi per lui e non per lei.
Se avesse alzato le mani, be', sarebbe tutto un altro discorso, ma non mi risulta che l'abbia mai
picchiata. Quindi per me il torto era della donna.
D'accordo, lui stava via molto, ma da quel che abbiamo capito era costretto, faceva parte del suo
lavoro. Mica una buona ragione, dico io. Mica una buona ragione per fare la matta a quattro...
- La vuole piantare? Non ha un briciolo di buon senso? Il bambino! Pu sentirci...
- Va bene, e anche se ascolta? I bambini prima o poi le vengono a sapere queste cose. Io le
stavo solo spiegando perch parteggiavo per lui.  stato per questo che mia moglie ha tirato fuori la
storia dell'alcool. Stare via  un conto, diceva, ma bere  un altro...
- Senta, se continua cos, sar costretto a porre immediatamente fine a questa conversazione.
L'avverto che lo far.
- Non pu sperare di proteggere il bambino per sempre, non lo capisce? Quanti anni ha? Non mi
sembra cos piccolo. Non serve a niente essere iperprotettivi. Il bambino deve imparare ad affrontare il
mondo, con tutte le sue magagne...
- Non deve affatto! Non ancora! E poi, me n'infischio delle sue idee. Che cosa c'entra lei? 
figlio mio, sotto la mia responsabilit, e non ammetto simili discussioni...
- Non capisco perch se la prenda tanto. Stavo solo facendo conversazione. Le raccontavo le
nostre impressioni. Quei due non erano cattivi, e nemmeno antipatici, ma a volte il troppo stroppia.
Anche se le cose, sentite dall'altra parte di un muro, sembrano sempre peggio di quel che sono. Guardi
che  inutile cercare di nascondere la realt a un bambino di quell'et. La sua  una battaglia persa. E a
che cosa serve...
- Le sue opinioni non mi interessano! Ancora per qualche anno non voglio assolutamente che
ascolti certi discorsi...
- Lei  uno sciocco. Quello che le sto raccontando  vita di tutti i giorni. Anche mia moglie e io
abbiamo i nostri alti e bassi. Per questo lui mi faceva pena. Perch so come ci si sente la prima volta
che ti accorgi...
- L'avverto! Metter fine a questa conversazione! Guardi che l'avverto!
- Ma io non ho mai bevuto. E questo cambia le cose. Viaggiare molto  un conto, ma bere a
quel modo...
- Questo  l'ultimo avvertimento! Un'altra frase del genere e me ne vado!
- Quando era ubriaco, diventava crudele. Non la picchiava, d'accordo, ma noi sentivamo, e le
assicuro che era crudele. Non riuscivamo a capire tutto quello che le diceva, ma anche se era buio pesto
ci tiravamo su a sedere e ascoltavamo...
- Ecco! Ecco! Io l'avevo avvertita! Adesso me ne vado! Me ne vado!
Girandogli la schiena, corsi gi da Boris. Lo afferrai per un braccio e cominciai ad allontanarmi
in tutta fretta, ma in quel momento l'uomo cominci a urlarci dietro: - La sua  una battaglia persa! Il
bambino deve scoprire com' fatto il mondo! La vita  cos! Non c' niente di male se  fatta cos!
Boris si volt incuriosito, e fui costretto a tirarlo energicamente per il braccio. Camminammo
per un bel po' a passo spedito. Pi di una volta mi accorsi che Boris cercava di rallentare, ma io
continuai a trascinarlo, ansioso di evitare il rischio di un inseguimento. Quando infine ci fermammo,
ero senza fiato. Barcollando verso il parapetto - che era stranamente basso e mi arrivava poco sopra la
vita - vi appoggiai i gomiti e mi sporsi a guardare. Contemplai il lago, gli alti condomini sulla riva
opposta, il cielo pallido e sconfinato, e aspettai che il mio respiro si calmasse.
Dopo un momento mi accorsi che Boris era di fianco a me. Mi dava la schiena e giocherellava
con un frammento ballerino di mattone sulla sommit del parapetto. Cominciai a provare un certo
imbarazzo per ci che era successo, e mi resi conto che avrei dovuto dargli qualche spiegazione. Stavo
cercando le parole giuste, quando Boris, senza girarsi, mormor: - Quell'uomo era matto, vero?
- S, Boris, completamente matto. Uno squilibrato.
Boris continu a giocherellare con il parapetto. Poi disse: Non importa, sai. Posso stare senza
Numero Nove.
- Se non fosse per quell'uomo, Boris...
- Non ha importanza. Non ha pi importanza -. Poi il bambino si volt verso di me e sorrise. -
Finora  stata una bellissima giornata, - disse, animandosi.
- Ti stai divertendo?
-  stata magnifica. Il viaggio in autobus, tutto. Davvero magnifica.
Mi venne una gran voglia di abbracciarlo, ma pensai che il gesto lo avrebbe confuso e forse
allarmato. Mi limitai ad arruffargli leggermente i capelli e tornai a contemplare il panorama.
Il vento era calato e non dava pi fastidio; per un momento restammo l'uno accanto all'altro in
silenzio, a guardare il complesso residenziale. Poi gli dissi: - Boris, probabilmente ti chiederai perch
non possiamo sistemarci da qualche parte e vivere tranquilli, noi tre insieme.
Sono sicuro, non potrebbe essere altrimenti, che ti chiedi perch me ne vado in continuazione,
anche a costo di far soffrire tua madre. Be', devi capire che se viaggio tanto non  perch non vi voglio
bene o non voglio stare con voi. In un certo senso, il mio sogno sarebbe di rimanere a casa con te e la
mamma, vivere in un alloggio come questo, in un posto qualsiasi. Ma vedi, non  cos semplice. Sono
costretto a viaggiare perch nessuno pu dire quando si presenter la grande occasione. Mi riferisco al
viaggio con la V maiuscola, al viaggio che cambier la vita non solo a me ma a tutti, al mondo intero.
Come faccio a spiegarti, Boris? Sei cos giovane. Vedi, basta un niente per lasciarselo sfuggire. Un
giorno ti dici, no, questa volta non parto, sto a casa a riposare. E solo pi tardi scopri che hai perso la
grande occasione, il viaggio della tua vita. E una volta che te lo sei lasciato sfuggire, non puoi pi
tornare indietro. Troppo tardi.
Dopo potrei dannarmi l'anima a viaggiare, ma non servirebbe a nulla, sarebbe troppo tardi, e
tutti questi anni sarebbero buttati via. L'ho visto succedere ad altri, Boris. Viaggiano per anni, finch
cominciano a sentirsi stanchi, magari un po' pigri.
Spesso  proprio in quel momento che si presenta la grande occasione. E loro se la lasciano
sfuggire. E sai cosa capita? La rimpiangono per il resto dei loro giorni. Diventano tristi e scontrosi. E
quando muoiono sono ormai dei rottami. Ecco perch, Boris. Ecco perch adesso non posso fermarmi,
perch devo continuare a viaggiare e viaggiare. Lo so che i miei viaggi ci rendono la vita difficile. Ma
dobbiamo essere forti e pazienti, tutti e tre. Non ci vuole pi molto, ne sono sicuro. La grande
occasione arriver presto, poi basta, potr finalmente rilassarmi e riposare. Potr stare a casa quanto
voglio, e non avr pi importanza. Potremo rimanere insieme, noi tre soli. Fare tutto ci che non
abbiamo potuto fare finora. Il momento  vicino, ne sono sicuro, ma serve ancora un piccolo sforzo.
Boris, spero che tu riesca a capire quello che ti sto dicendo.
Boris rimase a lungo in silenzio. Poi all'improvviso raddrizz le spalle e disse seccamente: -
Levatevi dai piedi, tutti. E guai al primo che parla -. Poi si allontan di corsa e ricominci con le sue
mosse di karat.
Rimasi qualche minuto appoggiato al parapetto, contemplando il panorama e ascoltando i
furiosi borbottii di Boris. Poi, quando mi voltai di nuovo a guardarlo, capii che il bambino stava
recitando l'ultima versione di una fantasia con la quale si trastullava da qualche settimana. Senza
dubbio, il fatto di essere cos vicini al teatro di questa fantasia aveva reso irresistibile la prospettiva di
riviverla daccapo. Infatti, il canovaccio prevedeva che Boris e suo nonno lottassero contro una folta
banda di teppisti proprio in quel passaggio coperto, davanti al vecchio appartamento.
Continuai a osservarlo mentre gesticolava imperterrito, ormai a parecchi metri da me.
Immaginai che fosse giunto a quella parte in cui lui e il nonno, spalla contro spalla, si preparavano a
sostenere un altro attacco. Intorno a loro il terreno era gi coperto di corpi privi di sensi, ma alcuni dei
teppisti pi tenaci stavano rinserrando le file per un nuovo assalto. Boris e il nonno aspettavano
tranquilli a fianco a fianco, mentre i teppisti bisbigliavano strategie nell'oscurit. Anche in questa
fantasia, come sempre, Boris era vagamente pi vecchio. Non proprio adulto - cosa che avrebbe reso la
storia troppo remota e avrebbe creato complicazioni con l'et del nonno - ma quel tanto pi grande da
rendere credibile l'indispensabile prestanza fisica.
Boris e Gustav lasciavano ai teppisti tutto il tempo che volevano per prendere posizione. Poi,
quando arrivava l'ondata degli assalitori, nonno e nipote, che ormai formavano una squadra ben
affiatata, li liquidavano con efficienza, quasi con tristezza, avventandosi su di loro da ogni lato. Presto
l'attacco si esauriva... ma no, un ultimo teppista sbucava dall'oscurit brandendo un coltellaccio.
Gustav, che era il pi vicino, gli vibrava un rapido colpo al collo, e con questo la battaglia si poteva
considerare conclusa.
Per qualche istante Boris e il nonno osservavano silenziosi, quasi con solennit, i corpi sparsi
intorno a s. Poi Gustav, gettando un'ultima occhiata da veterano al campo di battaglia, faceva un
cenno, e i due se ne andavano con l'espressione di chi ha, compiuto il suo dovere, per quanto
sgradevole. Poi salivano i pochi gradini che portavano al vecchio alloggio, si giravano a guardare
ancora una volta la banda sconfitta - qualche teppista cominciava gi a gemere o a trascinarsi via - ed
entravano.
- Tutto a posto, - annunciava Gustav sulla soglia. - Se ne sono andati.
A queste parole, Sophie e io comparivamo timorosi nell'ingresso. Boris, che veniva dietro al
nonno, aggiungeva: Ma non  finita. Attaccheranno ancora una volta, forse prima dell'alba.
Questa valutazione, cos ovvia per nonno e nipote che fra di loro non avevano nemmeno avuto
bisogno di parlarne, ci strappava un grido angosciato.
- No, non ce la faccio pi! - gemeva Sophie, mettendosi a singhiozzare. Io la stringevo fra le
braccia cercando di confortarla, ma anche il mio volto si contraeva in una smorfia.
Di fronte a questa scena patetica, Boris e Gustav non mostravano il minimo segno di disprezzo.
Gustav mi posava una mano sulla spalla per rassicurarmi e diceva: - Non temere. Boris e io non vi
lasciamo. Vedrai che dopo quest'ultimo attacco se ne andranno per sempre.
- Esatto, - confermava Boris. - Un'altra battaglia sar pi che sufficiente -. Poi, rivolgendosi a
Gustav, aggiungeva: - Nonno, magari la prossima volta provo di nuovo a farli ragionare. Per dargli la
possibilit di ritirarsi.
- Non ti staranno a sentire, - diceva Gustav, scuotendo la testa con gravit. - Ma hai ragione.
Dobbiamo dargli un'ultima possibilit.
Sophie e io, sopraffatti dalla paura, abbracciati e piangenti, correvamo a nasconderci in casa.
Boris e Gustav si guardavano in faccia, sospiravano stancamente, poi aprivano la porta d'ingresso e
tornavano fuori.
Il passaggio coperto era buio, silenzioso e deserto.
- Tanto vale riposarci un po', - diceva Gustav. - Dormi tu per primo, Boris. Se li sento arrivare,
ti chiamo.
Boris annuiva, si sedeva sull'ultimo gradino, con la schiena contro la porta, e si addormentava
subito.
Dopo un po' si sentiva sfiorare il braccio, e in un baleno era in piedi, completamente sveglio. Il
nonno guardava gi con faccia torva i teppisti che stavano riunendosi nel passaggio coperto.
Erano pi numerosi che mai; per la battaglia finale avevano reclutato fino all'ultimo dei loro
dagli angoli pi bui della citt. Adesso erano tutti l, con logori calzoni di pelle, giacche militari, cinture
belluine; brandivano spranghe o catene di bicicletta... ma il senso dell'onore vietava loro di portare
pistole. Boris e Gustav scendevano lentamente le scale verso di loro e si fermavano sul secondo
gradino, o forse sul terzo. Poi Boris, al segnale del nonno, cominciava a parlare, alzando la voce perch
si sentisse oltre le colonne di cemento: - Vi abbiamo legnati un sacco di volte. Adesso vedo che siete
venuti ancora pi numerosi. Ma in cuor vostro sapete che non potete batterci. E questa volta non
possiamo garantirvi che qualcuno non si faccia male sul serio. Questa lotta non ha senso.
Probabilmente un tempo anche voi avevate una casa. Una mamma e un pap. Magari fratelli e
sorelle. Voglio che sappiate come stanno le cose. I vostri attacchi, i continui atti di vandalismo contro il
nostro alloggio, fanno piangere mia madre.  sempre tesa e irritabile, e per colpa vostra mi sgrida
spesso senza ragione. E come se non bastasse pap se ne va per lunghi periodi, a volte anche all'estero,
e la mamma non  affatto contenta. E tutto questo per colpa dei vostri attacchi terroristici al nostro
alloggio. Magari fate cos solo perch siete su di giri, o perch venite da una famiglia distrutta e non
sapete che cosa fare di voi stessi. Per questo cerco di spiegarvi come stanno le cose, quali sono le
conseguenze del vostro sconsiderato comportamento.
Prima o poi potrebbe succedere che pap si stufi e non torni pi a casa. Potremmo persino
essere costretti a traslocare. Per questo ho dovuto far venire il nonno, anche se ha un posto di
responsabilit in un grande albergo. Non possiamo permettervi di continuare cos. Non per altro vi
riempiamo di botte. E adesso che vi ho spiegato tutto per bene, siete ancora in tempo per ripensarci e
andarvene. In caso contrario non avremo scelta, saremo di nuovo costretti a picchiarvi. Faremo del
nostro meglio per mettervi fuori combattimento senza provocarvi danni duraturi, ma in una grande
mischia, anche con tutta la nostra perizia, non possiamo garantire che non ci scappi qualche brutto
livido, o persino qualche osso rotto. Quindi approfittate dell'occasione che vi diamo e andatevene.
Gustav approvava il discorso con un lieve sorriso, poi nonno e nipote passavano in rassegna le
facce bestiali riunite davanti a loro. Parecchi teppisti si guardavano l'un l'altro esitanti, indotti a
riflettere pi dalla paura che dalla ragione. Ma i capi - tipacci torvi e raccapriccianti - cominciavano a
ringhiare bellicosamente, presto imitati dai loro accoliti. Poi la teppa si lanciava all'attacco. Boris e il
nonno prendevano rapidamente posizione; schiena contro schiena, avanzavano ordinatamente,
servendosi di un'attenta miscela di karat e altre tecniche di combattimento. I teppisti piombavano su di
loro da ogni parte, ma finivano regolarmente a gambe all'aria: piroettavano, incespicavano, volavano
fra grugniti di terrore e meraviglia, finch per l'ennesima volta il terreno era coperto di corpi privi di
sensi. Per parecchi secondi Boris e Gustav rimanevano vicini, osservando il campo di battaglia, poi i
teppisti cominciavano a muoversi; alcuni gemevano, altri scuotevano la testa per capire dov'erano. A
questo punto, Gustav faceva un passo avanti e diceva: - E adesso andatevene, facciamola finita.
Lasciate in pace casa nostra. Questa era una famiglia molto felice prima che cominciaste a terrorizzarla.
Se tornerete, mio nipote e io saremo costretti a rompervi le ossa.
Il discorso non era quasi necessario. I teppisti sapevano di essere stati sbaragliati e di essersela
cavata ancora a buon mercato. Lentamente, si alzavano in piedi e si allontanavano zoppicando, a
gruppetti di due o tre, sorreggendosi a vicenda e gemendo dal dolore.
Quando anche l'ultimo claudicante teppista se ne era andato, Boris e Gustav si scambiavano
un'occhiata soddisfatta e tranquilla, si giravano e risalivano le scale. Quando entravano, Sophie e io -
che avevamo assistito a tutta la scena dalla finestra - li accoglievamo giubilanti. - Grazie a Dio  finita,
dicevo io tutto eccitato. - Grazie a Dio.
- Sto gi cucinando qualcosa per festeggiare, - annunciava Sophie, raggiante e felice,
improvvisamente con il volto disteso.
- Boris, non sappiamo come ringraziare te e il nonno. Perch questa sera non facciamo tutti
insieme un gioco di societ?
- Io devo andare, - diceva Gustav. - C' un sacco di lavoro che mi aspetta in albergo. Se avete
altri problemi, avvertitemi. Ma sono sicuro che non si faranno rivedere.
Gustav si avviava gi per le scale. Boris, Sophie e io lo salutavamo dalla soglia, poi
chiudevamo la porta e ci accingevamo a passare la serata insieme. Sophie entrava e usciva dalla cucina,
preparando la cena, canticchiando spensierata, mentre Boris e io ce ne stavamo distesi sul pavimento
del soggiorno, tutti presi dal gioco di societ. Poi, dopo circa un'ora che giocavamo, in un momento in
cui Sophie non era nella stanza, io alzavo gli occhi e serio serio dicevo a Boris: - Grazie per quello che
hai fatto, Boris. Adesso le cose possono tornare come prima.
- Guarda! - url Boris; era di nuovo accanto a me e mi indicava qualcosa oltre il parapetto. -
Guarda! C' zia Kim!
Sotto di noi, in effetti, c'era una donna che gesticolava freneticamente per attirare la nostra
attenzione. Indossava un golf verde, che si teneva ben stretto al corpo, e aveva i capelli scarmigliati.
Vedendo che l'avevamo finalmente notata, ci grid qualcosa, ma la sua voce si perse nel vento.
- Zia Kim! - chiam Boris.
Ancora una volta la donna gesticol e ci grid qualcosa.
- Andiamo gi, - disse Boris, e part di corsa, sprizzando di nuovo eccitazione da tutti i pori.
Gli tenni dietro gi per le numerose rampe di scale di cemento.
Quando arrivammo sotto, fummo investiti da una violenta raffica di vento, ma Boris riusc lo
stesso a esibirsi a beneficio di zia Kim in un saltello come se stesse atterrando con il paracadute.
Zia Kim era una signora corpulenta di circa quarant'anni, con una faccia un po' severa che
non mi era affatto nuova.
- Dovete essere tutti e due sordi, - ci disse quando la raggiungemmo. - Vi abbiamo visti
scendere dall'autobus e ci siamo sgolate, ma voi niente. Poi sono venuta a cercarvi, ed eravate spariti.
- Mi spiace, - dissi. - Non abbiamo sentito, vero, Boris?
Dev'essere colpa di questo vento -. Mi guardai intorno. - Ci stavate guardando da casa?
La grassona fece un gesto in direzione di una delle innumerevoli finestre sopra la nostra testa. -
Ci siamo sgolate -. Poi, rivolgendosi a Boris, aggiunse: - Su da me c' tua madre, ragazzo mio. Muore
dalla voglia di vederti.
- La mamma?
- Faresti meglio a correre su, muore davvero dalla voglia di vederti. E la sai una cosa? Ha
cucinato tutto il pomeriggio, preparandoti un banchetto fantastico per quando tornerete a casa questa
sera. Non crederai ai tuoi occhi; ha detto che ha preparato tutte le cose che ti piacciono di pi, tutto
quello che ti pu venire in mente. Stava giusto raccontandomi, quando abbiamo guardato fuori della
finestra e vi abbiamo visti scendere dall'autobus. Scusate, ma  da mezz'ora che vi cerco e sono gelata.
Dobbiamo proprio restare qui?
Parlando, aveva teso la mano. Boris gliela prese, e tutti insieme ci dirigemmo verso il settore
dell'edificio che aveva indicato poc'anzi. Quando fummo pi vicini, Boris corse avanti, spinse una porta
antincendio e scomparve all'interno. Quando arrivammo noi, la porta si stava richiudendo. La grassona
me la tenne aperta, e intanto mi disse: - Ryder, lei non dovrebbe essere da tutt'altra parte? Sophie mi
stava raccontando che questo pomeriggio il suo telefono non ha smesso di suonare un istante. Pare che
tutti la cerchino.
- Davvero? Be', io, come vede, sono qui -. Mi scapp una risata. - Sono venuto a portare Boris.
La donna alz le spalle. - Sapr lei che cosa deve fare.
Eravamo in un vano malamente illuminato ai piedi della tromba delle scale. Di fianco a me,
sulla parete, vidi una fila di cassette della posta e qualche attrezzo antincendio. Quando cominciammo
a salire la prima rampa di gradini - sopra di noi ce n'erano almeno altre cinque - sentii da qualche parte
su in alto lo scalpiccio dei piedi di Boris, poi la sua voce che gridava: Mamma! - Vi fu qualche
esclamazione di gioia, altro rumore di piedi, poi Sophie disse: - Oh, tesoro, il mio tesoro! - Dal suono
soffocato della sua voce dedussi che si stavano abbracciando.
Quando la grassona e io arrivammo sul pianerottolo, madre e figlio erano gi spariti dentro
l'appartamento.
- Scusi il disordine, - mi disse la donna, facendomi entrare.
Attraversai l'ingressino e mi trovai in un soggiorno a pianta aperta, arredato con mobili semplici
e moderni. La stanza era dominata da una grande finestra panoramica, davanti alla quale vidi Sophie e
Boris che si stagliavano quasi in controluce sullo sfondo del cielo grigio. Sophie mi rivolse un rapido
sorriso, poi riprese a parlare con Boris. Sembravano eccitati, e Sophie continuava ad abbracciare il
bambino. Dal modo in cui indicava fuori della finestra, pensai che stesse raccontando come lei e la
grassona ci avessero visti poco prima. Ma quando mi avvicinai sentii che stava dicendo: - S, te
l'assicuro.  praticamente tutto pronto. C' solo da riscaldare qualche manicaretto, per esempio il
pasticcio di carne.
Boris disse qualcosa che non riuscii a sentire, e Sophie ribatt: - Ma certo che possiamo.
Giocheremo a quello che vuoi. Lo deciderai tu quando avremo finito di mangiare.
Boris rivolse a sua madre uno sguardo dubbioso; notai nel suo atteggiamento una certa
circospezione, che gli impediva di manifestare entusiasmo come forse Sophie avrebbe desiderato. Poi il
bambino si mise a esplorare la stanza; Sophie mi venne vicino e scosse il capo sconsolata.
- Mi spiace, - disse sottovoce. - Ma  stato un fiasco. La casa era peggio di quella del mese
scorso. Ha una vista magnifica, perch l'hanno costruita proprio sul ciglio di un burrone, ma non 
abbastanza solida. Alla fine anche il signor Mayer ne ha convenuto. Ha detto che se c' una tempesta di
vento il tetto potrebbe crollare anche di qui a poco. Sono andata via subito, alle undici ero gi a casa.
Mi spiace. Vedo che sei deluso -. Poi lanci un'occhiata a Boris, che stava esaminando un registratore
portatile abbandonato su uno scaffale.
- Non scoraggiarti, - dissi, sospirando. - Sono sicuro che troveremo presto qualcosa.
- Per ci ho pensato su, - disse Sophie. - Sul pullman, tornando, ho pensato che non c' nessun
motivo per rimandare.
Possiamo cominciare subito a fare delle cose insieme, casa o non casa. Cos, appena entrata, mi
sono messa a cucinare. Ho pensato che questa sera potevamo farci una bella scorpacciata, solo noi tre.
Mi  tornata in mente mia madre, quand'ero piccola, prima che si ammalasse. Cucinava un'infinit di
piattini diversi, poi metteva tutto in tavola, e ciascuno spilluzzicava quello che preferiva. Erano delle
serate bellissime, e mi sono detta, be', non c' nessun motivo perch questa sera non facciamo lo stesso
anche noi tre. Finora non mi era mai passato per la testa, sai, con la cucina in quello stato, ma mi sono
data uno sguardo intorno e ho capito ch'ero una sciocca. Certo, non si pu dire che sia una cucina
ideale, ma per funzionare funziona. Cos ho cominciato a cucinare, e ho cucinato buona parte del
pomeriggio.
Sono riuscita a fare quasi tutto. Tutti i piatti preferiti di Boris. Sono l che ci aspettano, basta
scaldarli. Questa sera ci faremo una bella scorpacciata.
- Mi sembra una bella idea. Non vedo l'ora.
- In fondo chi ce lo vieta, anche se l'appartamento  quello che ? E poi, ti sei dimostrato cos
comprensivo... Ci ho pensato su, sai. Sul pullman, mentre tornavo a casa. Dobbiamo dimenticare il
passato. Ricominciare da capo a fare delle cose insieme. Cose belle.
- S. Hai ragione.
Sophie guard fuori della finestra per qualche secondo. Poi disse: - Oh, quasi me ne
dimenticavo. C'era una donna che telefonava in continuazione, mentre cucinavo. Una certa signorina
Stratmann. Chiedendo se sapevo dov'eri.  riuscita a trovarti?
- La signorina Stratmann? No. Che cosa voleva?
- Aveva l'aria di pensare che ci fosse stato qualche malinteso sui tuoi appuntamenti di oggi. Era
molto gentile, continuava a scusarsi per il disturbo. Ha detto che era sicura che tu avessi tutto ben
chiaro, che telefonava solo per precauzione, nient'altro, e che non era minimamente preoccupata. Ma
dopo un quarto d'ora squillava il telefono ed era di nuovo lei.
- Bah, non c' bisogno che ti preoccupi. Ehm... la signorina Stratmann ti ha detto che dovevo
essere da un'altra parte?
- Non so bene che cosa volesse. Era molto gentile, ma continuava a telefonare. Ho anche
bruciato un tortino di pollo per colpa sua. Poi, l'ultima volta che ha telefonato mi ha chiesto se ero
contenta di andare al ricevimento di questa sera alla Galleria Karwinsky. Tu non me ne avevi nemmeno
parlato, ma da come l'ha detto sembrava che fossi invitata anch'io. Cos le ho risposto di s, che ero
molto contenta. Poi mi ha chiesto se anche Boris era contento, e io ho detto di s, che anche lui era
contento, e naturalmente anche tu. Mi  sembrato che questo la rassicurasse un po'. Ha ripetuto che non
era preoccupata, che voleva solo ricordarcelo, nient'altro. Quando ho riattaccato, ero un po' delusa. Ho
pensato che il ricevimento avrebbe rovinato la nostra festa. Poi per ho calcolato che ce l'avrei fatta a
preparare tutto prima, che potevamo andare e tornare, e che se non ci fossimo fermati troppo a lungo
avremmo potuto passare lo stesso la serata insieme. E mi sono detta, be', in fondo  una bella cosa. Per
me e per Boris, andare a un ricevimento cos  una bella cosa -. Improvvisamente, Sophie tese le
braccia verso Boris, che si era riavvicinato a noi, e lo strinse a s con malagrazia. - Il mio Boris
spopoler. Non devi spaventarti se c' tanta gente. Basta che tu faccia finta di niente e vedrai che ti
diverti. Sarai il beniamino di tutti. Prima che te ne renda conto sar gi ora di tornare a casa, cos
passeremo una bella serata insieme, solo noi tre. Ho gi tutto pronto, tutti i tuoi piatti preferiti.
Boris, infastidito, si liber dell'abbraccio della madre e si allontan di nuovo. Sophie lo segu
con gli occhi sorridendo, poi si gir verso di me: - Non  meglio partire subito? Credo che ci voglia un
po' per andare alla Galleria Karwinsky.
- S, - dissi, guardando l'orologio. - S, hai ragione -. Poi mi rivolsi alla grassona, che era tornata
nella stanza: - Forse pu consigliarci lei. Non sono del tutto sicuro di che autobus si debba prendere per
andare alla galleria. Sa se ne passa uno fra poco?
- Per andare alla Galleria Karwinsky? - La grassona mi lanci un'occhiata sprezzante, e mi
parve che solo la presenza di Boris le impedisse di aggiungere un commento sarcastico. Poi disse: Di
qui non c' nessun autobus che va alla Galleria Karwinsky.
Dovete tornare in centro. Poi aspettare il tram davanti alla biblioteca. Ma non arriverete mai in
tempo.
- Oh, che peccato. Contavo sul fatto che ci fosse un autobus.
La grassona mi lanci un'altra occhiata sdegnosa, poi disse: Prendete la mia auto. Questa sera
non ne ho bisogno.
- Non so come ringraziarla, - dissi. -  sicura che non...
- Oh, la pianti con le stronzate, Ryder. Avete bisogno dell'auto. Non c' altro modo per arrivare
in tempo alla Galleria Karwinsky. E anche con l'auto dovete partire subito.
- S, - dissi, - pensavo anch'io la stessa cosa. Ma vede, non vorremmo crearle disturbo.
- Prendete solo qualche scatola di libri. Se domani devo andare in citt in autobus, non potr
portare niente.
- Ma certamente. Tutto ci che vuole.
- Basta che le consegniate al negozio di Hermann Roth domattina prima delle dieci.
- Non preoccuparti, Kim, - disse Sophie, prima che potessi aprire bocca. - Ci penso io. Grazie
ancora.
- Va bene, e adesso vi conviene muovervi. Ehi, giovanotto, - la grassona fece un cenno a Boris,
- perch non mi aiuti a caricare i libri?
Per qualche minuto rimasi solo davanti alla finestra, a rimirare il panorama. Gli altri erano
spariti in una camera da letto, e li sentivo ridere e chiacchierare. Forse avrei dovuto dare anch'io una
mano, ma pensai che fosse pi importante approfittare di quell'occasione per riordinare le idee in vista
della serata, cos continuai a contemplare il lago artificiale.
C'erano dei bambini che stavano giocando a palla contro la recinzione sul lato opposto dello
specchio d'acqua, ma il resto del perimetro era deserto.
Dopo un po' udii la grassona che mi chiamava, e mi accorsi che gli altri mi stavano aspettando
per uscire. Quando fui nell'ingressino, vidi che Sophie e Boris, ciascuno con una scatola di cartone in
mano, erano gi sul pianerottolo. Mentre si avviavano gi per le scale, si misero a discutere di non so
che cosa.
La grassona mi stava tenendo aperta la porta d'ingresso. Sophie vuole che questa sera le cose
vadano bene a tutti i costi, - mi disse, abbassando la voce. - Veda di non farle di nuovo qualche brutto
tiro, Ryder.
- Non si preoccupi, - dissi. - Le garantisco che andr tutto per il verso giusto.
Zia Kim mi guard con durezza, poi si gir e cominci a scendere le scale facendo tintinnare le
chiavi.
La seguii. Mentre scendevamo la seconda rampa, vidi venirci incontro con passo affaticato una
donna, che strisci fra la grassona e il muro mormorando una scusa. Mi aveva gi oltrepassato quando
riconobbi Fiona Roberts, ancora in uniforme da controllore. Anche lei parve accorgersi di me solo
all'ultimo momento - c'era cos poca luce sulle scale. Si gir stancamente, con una mano sulla ringhiera
di metallo, e disse: - Oh, eccoti. Bravo, sei puntuale! Scusami se ci ho messo un po' pi del previsto.
Hanno dirottato un tram sulla linea orientale, e il mio turno  andato per le lunghe. Spero che tu non
abbia dovuto aspettare molto.
- No, no -. Risalii di un paio di gradini. - Per niente. Solo che adesso ho pochissimo tempo...
- Non preoccuparti, non ti tratterr pi del necessario. Anzi, meglio che te lo dica subito. Ho
fatto un giro di telefonate alle ragazze, come eravamo rimasti d'accordo. Le ho chiamate dalla mensa
del deposito, durante l'intervallo. Le ho avvisate che sarei andata da loro con un amico, ma non ho detto
che l'amico eri tu. Inizialmente volevo farlo, ma ho cominciato da Trude, e quando ho sentito la sua
voce, il modo in cui mi ha detto: Ah, s, sei tu, cara, non ci ho pi visto. Era cos piena di bile e
condiscendenza! Si capiva che era rimasta tutto il giorno attaccata al telefono per parlare di me con
Inge e le altre, discutendo di ieri sera, fingendo di commiserarmi, dicendo che bisognava trattarmi con
compassione, che in fondo ero una persona malata, ed era loro dovere essere gentili. Ma naturalmente
avrebbero dovuto mandarmi via, come si poteva tenere nella Fondazione qualcuno come me? Oh,
chiss come se la sono spassata, oggi! L'ho capito subito, solo dal modo in cui Trude ha risposto al
telefono. Ah, s, sei tu, cara. Allora ho pensato: te la sei voluta, io non ti avverto. Vediamo dove ti
porta la tua incredulit. Ecco che cosa ho pensato. Voglio proprio vedere che faccia fai quando apri la
porta e vedi chi c' con me. Mi auguro che tu sia vestita malissimo, magari in tuta da ginnastica, e
senza trucco, in modo che quella bozza accanto al naso sia ben visibile, e con i capelli tirati indietro e
fermati con una forcina, come fai qualche volta, che sembri almeno quindici anni pi vecchia. Spero
che il tuo appartamento sia in disordine, con quelle stupide riviste che leggi tu, i giornali scandalistici e
i romanzetti rosa, sparsi da per tutto. Sarai cos sbalordita che resterai senza parole, cos imbarazzata
che non saprai pi da che parte girarti, e peggiorerai le cose infilando una scemenza dopo l'altra. Ci
chiederai se vogliamo qualcosa da bere e scoprirai di non avere niente in casa, e finalmente capirai
quanto sei stata sciocca a non credermi. Questa s che  un'idea, mi sono detta. E non ho avvertito n lei
n le altre. Mi sono limitata a dire che sarei passata con un amico -. Fiona si interruppe un momento e
si calm un po'. Poi aggiunse: - Scusami. Non volevo sembrarti vendicativa. Ma  tutto il giorno che
aspetto questo momento. Mi ha dato la forza per tirare avanti, per continuare a bucare biglietti.
Probabilmente i passeggeri si sono chiesti che cosa avessi, perch mi luccicassero gli occhi. Be', se hai
poco tempo,  meglio che ci muoviamo. Cominciamo da Trude. Credo che Inge sia da lei, di solito a
quest'ora si vedono, cos prendiamo due piccioni con una fava. Delle altre mi importa meno. Ah, voglio
proprio vedere la faccia di quelle due. Su, andiamo.
Fiona riprese a salire le scale come se tutta la sua stanchezza fosse sparita. I gradini non
finivano mai, rampa dopo rampa, tanto che dopo un po' cominciai ad ansimare. Fiona, invece, non
sembrava fare nessuna fatica. Mentre salivamo, continu a parlare, abbassando la voce come se
qualcuno potesse sentirci.
- Non c' bisogno che tu parli molto, - la sentii dire a un certo punto. - Mi basta che striscino ai
tuoi piedi per qualche minuto. Sempre, naturalmente, che tu non voglia parlare con loro dei tuoi
genitori.
Quando finalmente abbandonammo le scale, ero cos a corto di fiato - il mio petto sibilava
addirittura - che non badai molto a dove mi trovavo. Mi accorsi solo che stavamo percorrendo un lungo
corridoio mal illuminato, con file e file di porte, e che Fiona mi precedeva, incurante delle mie
difficolt. Poi, all'improvviso, la vidi fermarsi e bussare a una porta. Non appena la raggiunsi, fui
costretto ad appoggiarmi con una mano al montante e a chinare la testa per riprendere fiato. Quando la
porta si apr, dovevo offrire un ben misero spettacolo accanto alla mia trionfante accompagnatrice.
- Trude, - disse Fiona. - Ho portato con me un amico.
Con uno sforzo, mi raddrizzai e sorrisi cordialmente.
16.
La donna che ci aveva aperto la porta era sulla cinquantina, grassoccia, con corti capelli bianchi.
Indossava un largo maglione rosa e pantaloni a righe tutti sformati. Mi diede una rapida occhiata, poi,
non notando nulla di strano, si rivolse a Fiona e disse: - Ah, s. Be', immagino che vogliate entrare.
Il tono era condiscendente, ma questo parve solo aumentare le attese di Fiona, che mi lanci un
sorriso da cospiratrice mentre seguivamo Trude in casa.
- C' anche Inge? - domand, quando fummo nel minuscolo vestibolo.
- S, siamo appena tornate, - disse Trude. - E guarda un po', abbiamo un sacco di novit. E visto
che sei passata di qui, sarai la prima a saperle. Sei davvero fortunata.
Apparentemente, quest'ultima osservazione fu fatta senza la minima ironia. Trude spar dietro
una porta, lasciandoci in piedi nell'ingressino. Dall'interno sentimmo la sua voce che diceva: Inge, c'
Fiona. Accompagnata da un amico. Forse dovremmo raccontarle che cosa ci  successo questo
pomeriggio, non credi?
- Fiona? - La voce di Inge era leggermente indignata. Poi, come sforzandosi, la donna aggiunse:
- Be', falla entrare.
Ascoltando questo dialogo, Fiona mi sorrise di nuovo tutta eccitata. Poi Trude mise la testa
fuori della porta e ci accolse nel suo salotto.
Quanto a forma e dimensioni, la stanza era simile a quella della grassona, ma l'arredamento,
dominato da motivi floreali, era pi meticoloso. Forse l'alloggio aveva un'esposizione diversa, forse il
cielo era meno coperto. Fatto sta che dalla grande finestra entrava un bel sole. Dunque, quando feci il
mio ingresso e fui investito dalla luce, ero assolutamente sicuro che le due donne mi avrebbero
riconosciuto con un sussulto.
Probabilmente, anche Fiona pens la stessa cosa, perch notai che si faceva da parte per evitare
che la sua presenza diminuisse l'effetto. Ma n Trude n Inge parvero accorgersi di nulla. Si limitarono
a darmi un'occhiata distratta, poi Trude ci invit un po' freddamente a prendere posto. Ci sedemmo tutti
e due su uno stretto divano. Fiona, che sulle prime era rimasta molto male, parve concludere che questa
inattesa piega degli eventi avrebbe solo reso pi intenso il momento dell'agnizione, e mi rivolse un altro
sorrisetto giulivo.
- Glielo dico io, o vuoi dirglielo tu? - esord Inge.
Trude, che chiaramente pendeva dalle labbra dell'amica pi giovane, disse: - No, fallo tu, Inge.
Lo meriti. Ma tu, Fiona, aggiunse rivolgendosi a noi, - guai se vai in giro a raccontarlo.
Vogliamo che sia una sorpresa per la riunione di questa sera, com' giusto che sia. Oh, non ti
avevamo detto della riunione di questa sera? Be', adesso lo sai. Mi raccomando, cerca di fare un salto,
se hai tempo. Comunque, visto che hai questo amico per casa, - e accenn con il capo verso di me, - se
non riesci a venire sarai giustificata. Su, Inge, diglielo tu, lo meriti, veramente.
- Be', Fiona, sono sicura che la cosa ti interesser. Abbiamo avuto una giornata emozionante.
Come sai, il signor von Braun ci aveva invitate oggi nel suo ufficio per discutere di persona il
programma dei genitori del signor Ryder. Ah, non lo sapevi?
Pensavo che lo sapeste tutte. Be', questa sera vi racconteremo l'incontro nei minimi particolari,
per ora ti basti sapere che  andato molto bene, anche se  stato pi breve del previsto. Oh, il signor von
Braun era proprio contrito, non si pu usare altra parola, vero Trude? Non la finiva pi di scusarsi, ma
quando abbiamo saputo perch doveva scappare via, be', abbiamo capito perfettamente. Vedi, era stata
organizzata una visita importantissima allo zoo. Ah, tu ridi, Fiona cara, ma non si trattava di una visita
come le altre. Un comitato ufficiale, di cui naturalmente faceva parte anche il signor von Braun, doveva
accompagnare il signor Brodsky allo zoo. Lo sapevi che il signor Brodsky non ci era mai stato? Ma non
basta: erano riusciti a convincere la signorina Collins a farsi trovare l. S, allo zoo!
Te lo immagini? Dopo tutti questi anni! Ci siamo affrettate a dire che il signor Brodsky non
meritava certo di meno. S, la signorina Collins sarebbe stata l al loro arrivo, li avrebbe aspettati nel
luogo convenuto, sarebbe andata incontro al gruppo e avrebbe scambiato qualche parola con il signor
Brodsky. Tutto combinato. Te lo immagini? Vedersi e parlarsi dopo tutto questo tempo! Abbiamo
assicurato al signor von Braun che capivamo perfettamente le ragioni che lo obbligavano a
interrompere la nostra riunione, ma lui  stato gentilissimo, evidentemente si sentiva un po' in colpa, e
ci ha detto: Perch non venite anche voi allo zoo? Non posso invitarvi a fare parte della nostra
comitiva, ma nulla vi impedisce di osservare la scena da qualche passo di distanza. Gli abbiamo subito
risposto che la sola idea ci elettrizzava. Ed  stato allora che lui ha aggiunto: Naturalmente, se fate
come vi dico, non solo assisterete al primo incontro tra il signor Brodsky e sua moglie dopo tutti questi
anni, ma... E qui ha fatto una pausa, vero Trude? Ha fatto una pausa, poi, come se nulla fosse, ha
continuato: Ma potrete vedere da vicino il signor Ryder, che molto gentilmente ha accettato di unirsi a
noi. E se dovesse capitare l'occasione, anche se questo non posso garantirvelo, vi far segno e vi
presenter tutte e due a lui. Siamo rimaste a bocca aperta! Ma quando ci abbiamo ripensato pi tardi,
tornando a casa... poco fa stavamo appunto parlando di questo... ci siamo dette che, a ben vedere,
l'invito non era poi cos sorprendente. In fondo ne abbiamo fatta di strada in questi ultimi anni, basti
pensare alle bandierine per quelli di Pechino, e a tutta la fatica che ci sono costati i panini per il pranzo
con Henri Ledoux...
- La vera svolta  stata il Balletto di Pechino, - s'intromise Trude.
- S, quella  stata la svolta. Ma si vede che non ci eravamo mai fermate a riflettere; abbiamo
semplicemente continuato a darci da fare, a impegnarci, senza renderci conto che nel frattempo
stavamo crescendo nella stima di tutti. La verit  che ormai abbiamo una posizione di spicco nella vita
di questa citt.
 giunto il momento di rendersene conto. Inutile negarlo; se non fosse cos, perch il signor von
Braun ci inviterebbe personalmente nel suo ufficio? Perch si lancerebbe in proposte come quella che
ci ha fatto oggi? E se dovesse capitare l'occasione giusta, vi presenter a lui. Ha detto cos, vero,
Trude? Sono sicuro che il signor Ryder sarebbe felice di conoscervi, visto e considerato che vi
occuperete dei suoi genitori, che gli stanno infinitamente a cuore. In fondo ci siamo sempre dette,
vero?, che grazie a questo incarico avremmo avuto buone probabilit di conoscere il signor Ryder. Ma
che potesse succedere cos presto proprio non ce l'aspettavamo, quindi puoi immaginare la nostra
eccitazione. Fiona, c' qualcosa che non va, cara?
Fiona si agitava impaziente al mio fianco, cercando di interrompere il flusso di parole di Inge.
Approfittando della pausa, mi diede una gomitata e mi lanci un'occhiata come per dire: Adesso!
Questo  il momento! Purtroppo ero ancora un po' a corto di fiato per colpa di tutti quei piani di scale,
e forse per questo esitai. Vi fu un momento d'imbarazzo in cui le tre donne mi fissarono. Poi, vedendo
che non dicevo nulla, Inge prosegu: - Be', se non ti spiace, Fiona, finisco quello che stavo dicendo.
Sono sicura che hai tante cose interessanti da raccontarci, cara, e le ascolteremo molto volentieri. Senza
dubbio hai passato un'altra interessantissima giornata sui tuoi tram, mentre noi, in citt, facevamo
quello che ti sto raccontando, ma se sei cos gentile da pazientare un minutino, sentirai qualcosa che, di
sfuggita, potrebbe interessare anche a te. In fondo, - e qui mi parve che il suo tono sarcastico
oltrepassasse i limiti della buona educazione, - c' di mezzo il tuo vecchio amico, s proprio il signor
Ryder...
- Inge, insomma! - intervenne Trude, ma sulle sue labbra indugiava un sorrisetto. Le due amiche
si scambiarono un'occhiata compiaciuta.
Fiona mi diede un'altra gomitata. Voltandomi verso di lei, mi accorsi che aveva esaurito la
pazienza e voleva che le sue tormentatrici ricevessero immediatamente il giusto castigo.
Chinandomi in avanti, mi schiarii la gola, ma prima che potessi aprire bocca, Inge aveva
ricominciato a parlare.
- Be', come stavo dicendoti, a ben pensarci ce lo siamo meritate. Questa evidentemente 
l'opinione del signor von Braun, se non altro.  stato di una gentilezza e di una cortesia squisite, non ti
sembra? Si  profuso in scuse quando ha dovuto scappare dal municipio per raggiungere il comitato
ufficiale.
Saremo allo zoo fra circa mezz'ora, - continuava a ripetere. Spero proprio che ci sarete anche
voi, mie care signore. Ha detto che potevamo avvicinarci senza problemi fino a cinque o sei metri dal
gruppo. In fondo, non eravamo persone qualsiasi in visita allo zoo! Oh, scusami, Fiona, guarda che non
ce ne siamo dimenticate. Avevamo intenzione di accennare al signor von Braun che una del nostro
gruppo, cio tu, cara, era molto amica del signor Ryder, anzi, un'amica di lunga data. Avevamo proprio
intenzione di accennarglielo, ma sai com', non si  mai presentata l'opportunit, vero, Trude?
Di nuovo, le due donne si scambiarono un'occhiatina compiaciuta. Fiona le fiss con gelido
furore. Capii che la situazione stava degenerando e decisi di intervenire. Tuttavia, mi si presentarono
due possibili strade da seguire. La prima era di attirare l'attenzione sulla mia identit inserendomi
elegantemente nel filo del discorso di Inge. Per esempio, intromettendomi con voce pacata per dire:
Be', non abbiamo avuto il piacere di conoscerci allo zoo, ma poco male, visto che possiamo farlo
comodamente qui, a casa vostra, o qualcosa del genere. L'alternativa era quella di alzarmi di scatto,
magari allargando le braccia, e di dire seccamente: Ryder sono io! Naturalmente, fra le due, volevo
scegliere la strada che avrebbe provocato il massimo scalpore, ma l'attimo di esitazione fu fatale,
perch Inge aveva gi ripreso a parlare.
- Siamo andate allo zoo e abbiamo aspettato, mah, sar stato una ventina di minuti, vero, Trude?
Abbiamo aspettato vicino al piccolo bar dove puoi prenderti una tazza di caff in piedi, e dopo una
ventina di minuti abbiamo visto le macchine entrare dai cancelli. Ne sono scesi dieci o undici signori,
tutti molto eleganti. C'erano il signor von Winterstein, il signor Fischer e il signor Hoffman. E il signor
von Braun, naturalmente. E in mezzo al gruppo il signor Brodsky, con un'aria proprio distinta, vero,
Trude? Se pensi com'era una volta,  proprio cambiato.
Trude e io abbiamo subito cercato il signor Ryder, ma non l'abbiamo visto. Abbiamo guardato
tutti in faccia, ma c'erano solo i soliti consiglieri comunali. Per un attimo, mentre il signor Reitmayer
scendeva dall'automobile, l'abbiamo scambiato per il signor Ryder. Ma alla fine abbiamo capito che lui
non c'era; allora ci siamo dette: probabilmente verr un po' pi tardi, con tutto quello che ha da fare. Poi
il gruppetto si  incamminato per il sentiero; erano tutti in cappotto scuro, tranne il signor Brodsky, che
indossava un cappotto grigio, molto distinto, con un cappello dello stesso colore. Senza fretta, hanno
oltrepassato gli aceri e si sono diretti verso la prima gabbia. Il signor von Winterstein faceva gli onori
di casa, mostrando le cose al signor Brodsky, indicandogli gli animali dentro le varie gabbie. Ma si
vedeva che tutti pensavano solo all'incontro del signor Brodsky con la signorina Collins, e che nessuno
faceva molta attenzione agli animali. Noi non abbiamo saputo resistere alla curiosit, vero, Trude? Ci
siamo spinte avanti, abbiamo girato l'angolo, e l, nello slargo principale, chi ti abbiamo visto? La
signorina Collins, tutta sola, che guardava le giraffe. In giro c'erano anche altre persone, ma
naturalmente nessuna di loro poteva sapere, e solo quando hanno visto il comitato ufficiale hanno
capito che qualcosa bolliva in pentola e si sono allontanate rispettosamente. La signorina Collins,
invece,  rimasta davanti alle giraffe, e ci  parsa ancora pi sola. Di tanto in tanto lanciava un'occhiata
al comitato ufficiale, che si stava avvicinando. Sembrava calmissima, e se era emozionata non lo dava a
vedere nel modo pi assoluto. Poi abbiamo visto la faccia del signor Brodsky, tutto compito, che la
cercava con gli occhi sebbene fossero ancora piuttosto lontani, con le gabbie delle scimmie e dei
procioni di mezzo. Sembrava che il signor von Winterstein volesse presentare tutti gli animali al signor
Brodsky, come se fossero stati gli invitati di un banchetto ufficiale, vero, Trude? Non capivamo proprio
perch quei signori non potessero andare dritti dalle giraffe e dalla signorina Collins, ma evidentemente
avevano deciso di fare cos. E ti assicuro che la scena era cos emozionante, cos commovente, che per
un momento ci siamo persino dimenticate della possibilit che arrivasse il signor Ryder. Nell'aria
fredda si vedeva il fiato del signor Brodsky e degli altri signori, come una nebbiolina, poi, quando sono
stati a poche gabbie di distanza, il signor Brodsky ha perso ogni interesse per gli animali e si  tolto il
cappello. Ah, Fiona, avessi visto che gesto all'antica, pieno di riguardo. E noi abbiamo avuto il
privilegio di assistervi.
- Un gesto cos rivelatore, - s'intromise Trude. - Il modo in cui si  tolto il cappello e lo ha
portato al petto.  stata una dichiarazione d'amore e allo stesso tempo una richiesta di perdono.
Davvero commovente.
- Grazie, Trude, ma stavo raccontando io. La signorina Collins  proprio elegante, da lontano
non la diresti tanto vecchia. Ha ancora una figura giovanile. Si  girata verso di lui con gran
disinvoltura, quando ormai li separava una sola gabbia. Gli altri visitatori si erano ritirati in buon
ordine, ma Trude e io ci siamo ricordate delle parole del signor von Braun, sai, a proposito dei cinque
metri, cos ci siamo avvicinate di soppiatto, ma non troppo, perch il momento ci  sembrato cos
intimo che non abbiamo osato. Dapprima la signorina Collins e il signor Brodsky si sono salutati molto
banalmente con un cenno di capo, poi, di punto in bianco, il signor Brodsky ha fatto qualche passo
avanti tendendo le mani, con un gesto cos repentino che secondo Trude non poteva non essere
premeditato...
- Oh s, si sarebbe detto che l'avesse provato di nascosto per giorni e giorni...
- S, sono d'accordo con te. L'impressione era quella. Il signor Brodsky ha sollevato la mano
della signorina Collins, l'ha sfiorata educatamente con le labbra e l'ha lasciata andare. Lei si  limitata a
fargli un lieve inchino, poi si  girata subito verso gli altri, salutando e sorridendo, ma eravamo troppo
lontane per sentire che cosa si sono detti. Poi per un istante  sembrato che nessuno sapesse pi che
cosa fare. Finch il signor von Winterstein ha preso l'iniziativa e ha cominciato a spiegare qualcosa
sulle giraffe al signor Brodsky e alla signorina Collins, come se si stesse rivolgendo a una coppia, vero,
Trude?
S, a una bella coppia di vecchietti rimasti insieme dal primo giorno. Ti immagini la scena? Il
signor Brodsky e la signorina Collins a fianco a fianco... senza toccarsi, solo a fianco a fianco... tutti e
due che guardano le giraffe e ascoltano il signor von Winterstein. La cosa  andata avanti per un po', e
intanto vedevamo che gli altri consiglieri bisbigliavano fra di loro per decidere che cosa fare dopo. Poi,
gradualmente, senza dare nell'occhio, tutti sono indietreggiati di qualche passo, cercando di dileguarsi.
Ti dico che l'hanno fatto benissimo, con grande stile. A poco a poco, fingendo di chiacchierare fra di
loro, si sono allontanati, e alla fine davanti alle giraffe sono rimasti solo il signor Brodsky e la signorina
Collins. Noi, naturalmente, abbiamo seguito tutta la scena con grande attenzione, e credo che gli altri
abbiano fatto lo stesso, anche se ovviamente fingevano di guardare dall'altra. Cos abbiamo visto il
signor Brodsky girarsi con eleganza verso la signorina Collins, indicare con la mano la gabbia delle
giraffe e pronunciare qualche parola. Deve avere detto qualcosa di molto sentito, perch la signorina
Collins ha chinato leggermente il capo; nemmeno lei riusciva a trattenere la commozione. Il signor
Brodsky ha continuato a parlare. Di tanto in tanto lo vedevamo sollevare di nuovo la mano, a questo
modo, con garbo, verso le giraffe. Non possiamo dire se parlasse di giraffe o di altro, ma continuava a
indicare la gabbia. La signorina Collins sembrava sopraffatta dall'emozione, ma  una donna cos
elegante! Si  data un contegno, ha sorriso, poi  tornata con il signor Brodsky verso il gruppetto dei
consiglieri. L'abbiamo vista scambiare qualche parola con loro, molto cordiale e garbata; in particolare
ha avuto un lungo scambio con il signor Fischer, poi ha cominciato a salutare tutti, a uno a uno. Al
signor Brodsky ha rivolto un piccolo inchino, e si vedeva che lui non stava pi nella pelle dalla gioia. 
rimasto l imbambolato, come in una specie di sogno, con il cappello premuto contro il petto. Poi la
signorina Collins si  incamminata per il viottolo, ha superato il baracchino delle bibite e la fontana ed
 sparita dietro il recinto degli orsi polari. E in quel preciso istante, i consiglieri hanno smesso di
recitare e si sono stretti intorno al signor Brodsky; si vedeva che erano felici ed eccitati, e sembrava che
si congratulassero con lui. Oh, che cosa non daremmo per sapere che cosa si sono detti il signor
Brodsky e la signorina Collins! Forse, se fossimo state pi audaci e ci fossimo avvicinate di pi,
avremmo sentito qualche parola. Ma capisci anche tu che adesso, con la posizione che abbiamo,
dobbiamo essere prudenti. Comunque,  stato fantastico. E poi, in questa stagione gli alberi dello zoo
sono bellissimi. Chiss che cosa si sono detti? Trude  convinta che torneranno presto insieme. Lo
sapevi che non hanno mai divorziato? Interessante, no?  passato un sacco di tempo, ma sebbene lei
insista a farsi chiamare signorina Collins, non hanno mai divorziato. Il signor Brodsky merita di
riconquistarla. Oh, ma scusami, mi sono lasciata trasportare dall'entusiasmo e non ti ho ancora
raccontato la cosa pi importante! A proposito del signor Ryder!
Vedi, visto che il signor Ryder non faceva parte della comitiva, non eravamo affatto sicure di
poterci avvicinare, anche se la signorina Collins se ne era andata. Se ben ricordi, il signor von Braun ci
aveva detto di farci avanti solo per conoscere il signor Ryder. Comunque, anche se siamo rimaste nei
paraggi e non l'abbiamo perso di vista un istante, il signor von Braun non ha mai guardato verso di noi.
Probabilmente era troppo occupato con il signor Brodsky. Cos ci siamo tenute in disparte. Poi, mentre
i consiglieri uscivano dallo zoo, li abbiamo visti fermarsi proprio sul cancello, e l si  unita a loro una
persona, un uomo. Ormai eravamo lontane, e non si vedeva bene, ma Trude  sicura che fosse il signor
Ryder; lei  meno miope di me, e io non avevo neppure le lenti. Sei sicura, vero, Trude? Secondo lei, il
signor Ryder, dimostrando molto tatto, era rimasto in disparte per non rendere le cose pi difficili di
quello che gi erano al signor Brodsky e alla signorina Collins, e si stava aggregando al gruppo
all'uscita dallo zoo. Sulle prime, quell'uomo mi  sembrato solo il signor Braunthal, ma come ti dico
non avevo le lenti, e Trude giura che era il signor Ryder. Ripensandoci, anch'io mi sono convinta che
potesse essere lui. E cos abbiamo perso l'occasione di farci presentare! Vedi, ormai erano molto
lontani, praticamente al cancello, e gli autisti avevano gi aperto le portiere delle auto. Anche se ci
fossimo messe a correre non saremmo arrivate in tempo. In senso stretto, quindi, non possiamo dire di
avere incontrato il signor Ryder. Ma poco fa ne stavamo discutendo, e ci sembra che in tutti gli altri
sensi, cio in quelli che contano, sia lecito dire che oggi lo abbiamo incontrato. In fondo, se avesse fatto
parte della comitiva, sono sicura che davanti alla gabbia delle giraffe, subito dopo la partenza della
signorina Collins, il signor von Braun ci avrebbe presentate. Non  colpa nostra se non abbiamo
pensato che il signor Ryder sarebbe stato cos delicato da aspettare vicino al cancello. E poi, e qui sta il
punto,  indiscutibile che la nostra presentazione sarebbe stata opportuna. Ed  questo ci che conta. Il
primo a esserne convinto, date la posizione che occupiamo adesso, era il signor von Braun. E sai una
cosa, Trude, - aggiunse Inge girandosi verso l'amica, - pi ci penso e pi sono d'accordo con te. Alla
riunione di questa sera possiamo benissimo annunciare che abbiamo incontrato il signor Ryder. Ci
scosteremmo dalla verit meno che se dicessimo il contrario. E poi, questa sera ci sono tante cose da
discutere, e non abbiamo assolutamente tempo di spiegare tutto daccapo. In fondo, se non ci hanno
presentate formalmente,  stato solo per un capriccio del destino. A tutti gli effetti, lo abbiamo
conosciuto.
Sicuramente il signor Ryder verr a sapere ogni cosa di noi, se gi non la sa; come potrebbe
trascurare di informarsi su chi si occuper dei suoi genitori? Quindi  come se l'avessimo gi
conosciuto, e come dici tu, sarebbe ingiusto lasciar credere il contrario. Oh, ma ti prego di scusarmi, -
continu Inge, voltandosi improvvisamente verso Fiona, - dimenticavo che sto parlando a una vecchia
amica del signor Ryder. Alla quale sembrer che stiamo facendo tanto chiasso per nulla...
- Inge, - disse Trude, - la povera Fiona  tutta confusa. Non prenderla in giro -. Poi, sorridendo a
Fiona, aggiunse: - Va tutto bene, cara, non preoccuparti.
Mentre Trude diceva queste parole, mi torn in mente la calda amicizia che mi aveva legato a
Fiona da bambino. Ricordai la casetta bianca, poco lontano dalla nostra lungo quel viottolo fangoso del
Worcestershire; le ore passate a giocare insieme sotto il tavolo da pranzo dei suoi. Ricordai le volte che
ero andato a trovarla spaventato e confuso, e come era brava a consolarmi, facendomi dimenticare in
fretta le scenate che mi ero appena lasciato alle spalle. Quando mi accorsi che Inge stava sbeffeggiando
sotto i miei occhi quella preziosa amicizia, non ci vidi pi dalla rabbia; anche se aveva gi ricominciato
a parlare, mi dissi che non potevo permettere che quella situazione si protraesse un solo secondo di pi.
Risoluto a non ripetere l'errore di prima, quando avevo tergiversato, mi chinai in avanti con l'intenzione
di interrompere Inge e di annunciare spavaldamente chi ero, per poi abbandonarmi di nuovo sul divano
e godermi l'effetto delle mie parole. Purtroppo, anche se ci misi tutto il mio impegno, dalle mie labbra
usc solo un grugnito leggermente strozzato, che bast tuttavia a bloccare Inge e ad attirarmi gli sguardi
delle tre donne. Vi fu un momento di silenzio, poi Fiona, senza dubbio per togliermi dall'imbarazzo,
forse per un momentaneo ridestarsi del suo istinto di protezione nei miei confronti, url: - Voi due non
avete idea della figura da stupide che state facendo! E lo sapete perch? No, non lo immaginate
nemmeno, voi due, non potete immaginare quanto siete stupide e incredibilmente ridicole in questo
momento. Come potreste? Il vostro atteggiamento  tipico, tipico di entrambe! Ho sempre sognato di
dirvelo, da quando ci siamo conosciute, ebbene, adesso lo vedrete da sole, giudicherete voi stesse se
siete delle stupide o cosa.
Guardate!
Fiona si volt di scatto verso di me. Inge e Trude mi fissarono sbalordite. E io feci un secondo,
deliberato tentativo di presentarmi, ma con mia grande costernazione emisi un altro grugnito, pi
energico del precedente ma non per questo meno incomprensibile. Mentre il panico cominciava a
impossessarsi di me, respirai a fondo e riprovai, ma anche questa volta dalle mie labbra usc solo un
lungo suono inarticolato.
- Che cosa diavolo vuole questa troietta, Trude? - disse Inge.
- Perch ci parla cos? Come osa? Che cosa le  preso?
- Tutta colpa mia, - disse Trude. - Ho sbagliato. Sono io che ho proposto di invitarla a fare parte
del nostro gruppo. Meno male che si sta rivelando per quello che  prima dell'arrivo dei genitori del
signor Ryder.  gelosa, tutto l.  gelosa perch oggi abbiamo incontrato il signor Ryder. Mentre lei
deve accontentarsi delle sue patetiche storielle...
- Come sarebbe a dire che lo avete incontrato? - esplose Fiona.
- Se avete appena detto il contrario...
- Sai benissimo che  come se l'avessimo incontrato! Vero, Trude? Siamo perfettamente
autorizzate a dire che lo abbiamo conosciuto. Mi spiace per te, Fiona, ma devi prenderla con filosofia...
- Ah, s? - Fiona ormai stava quasi strillando. - Vediamo allora come prendete voi questo! - E
cos dicendo, tese le braccia verso di me come per annunciare una teatrale e drammatica entrata in
scena. Di nuovo feci del mio meglio per non deluderla.
Questa volta il suono inarticolato che mi usc dalle labbra, sostenuto da una rabbia e da una
frustrazione ancora pi intense, fu pi violento che mai, tanto che sentii il divano tremare.
- Che cos'ha il tuo amico? - domand Inge, come accorgendosi solo allora della mia presenza.
Ma Trude non mi bad nemmeno.
- Non avrei mai dovuto darti retta, - stava dicendo in tono acido a Fiona. - Avrei dovuto capire
subito con che razza di bugiarda avevo che fare. E come se non bastasse abbiamo lasciato che i nostri
figli giocassero con i tuoi mocciosi! Probabilmente sono dei piccoli bugiardi anche loro, e adesso
avranno insegnato a dire bugie anche ai nostri figli. Che ridicolaggine il tuo ricevimento di ieri sera. E
come avevi agghindato il tuo appartamento! Davvero comico! Abbiamo riso tutta la mattina...
- Perch non mi aiuti! - disse Fiona all'improvviso, rivolgendosi direttamente a me per la prima
volta. - Che cosa ti prende, perch non fai qualcosa?
In realt, per tutto questo tempo mi ero sforzato di parlare.
Ma quando Fiona si gir verso di me, mi vidi di sfuggita nello specchio appeso alla parete di
fronte. La mia faccia era diventata paonazza e deforme, con un che di maialesco, mentre i pugni, stretti
all'altezza del petto, mi tremavano insieme con tutto il busto. Il vedermi ridotto in quello stato mi tolse
ogni energia; avvilito, mi lasciai andare sul divano ansimando affannosamente.
- Cara Fiona, - disse Inge, - penso che sia ora che tu e questo... questo tuo amico leviate il
disturbo. Non credo che sia necessario che tu venga questa sera.
- Ci mancherebbe altro, - url Trude. - Abbiamo delle responsabilit, adesso. Non possiamo
permetterci di stare dietro agli uccellini con le ali rotte. Non siamo pi un semplice gruppo di
volontarie. Abbiamo un compito molto importante da svolgere, e chi non ne  degno deve essere
abbandonato per strada.
Vidi che gli occhi della mia amica d'infanzia si stavano riempiendo di lacrime. Fiona mi guard
di nuovo, questa volta con amarezza; avrei voluto fare ancora un tentativo per dire chi ero, ma il
ricordo del volto che avevo scorto nello specchio mi fece cambiare idea. Invece, mi alzai in piedi
barcollando e mi diressi verso l'uscita. Ero ancora senza fiato per lo sforzo di parlare, e quando
raggiunsi la porta dovetti appoggiarmi un momento allo stipite. Alle mie spalle sentii le due donne che
continuavano ad accalorarsi. A un certo punto Inge disse: - E che persona disgustosa ci hai portato in
casa! - Con un ultimo sforzo, attraversai quasi di corsa l'entrata, armeggiai per qualche frenetico istante
con la serratura della porta d'ingresso e uscii nel corridoio. Subito mi sentii meglio e potei avviarmi
verso le scale in maniera pi composta.
17.
Mentre scendevo la lunga serie di rampe di scale, diedi un'occhiata all'orologio e vidi che non
potevamo assolutamente rimandare oltre la partenza per la Galleria Karwinsky.
Naturalmente mi spiaceva molto dovermi lasciare alle spalle una situazione del genere, ma era
ovvio che il mio primo compito, adesso, era cercare di arrivare puntuale all'impegno pi importante
della serata. Decisi per che mi sarei occupato dei problemi di Fiona in un futuro non troppo lontano.
Quando finalmente arrivai al pianterreno, fui accolto da un cartello sul muro che diceva
Posteggio e da una freccia che mi indicava la strada. Oltrepassata una fila di armadietti, uscii
all'aperto.
Sbucai sul retro dell'edificio, sul lato opposto al lago artificiale. Il sole era ormai basso
sull'orizzonte. Davanti a me una vasta distesa verde digradava dolcemente perdendosi in lontananza. Il
posteggio, quasi attaccato alla casa, era un semplice rettangolo d'erba cintato, e mi ricord i recinti per
il bestiame dei ranch americani. Lo spiazzo non era stato ricoperto di cemento, ma l'andirivieni dei
veicoli aveva quasi messo a nudo la terra. C'era posto per una cinquantina di automobili, anche se in
quel momento non ce n'erano pi di sette o otto, tutte piuttosto lontane le une dalle altre. I colori del
tramonto si riflettevano sulle carrozzerie. In fondo al posteggio la grassona e Boris stavano caricando il
bagagliaio di una giardinetta.
Avvicinandomi, vidi che Sophie si era seduta al posto del passeggero e fissava con sguardo
assente il tramonto attraverso il parabrezza.
Quando arrivai, la grassona stava chiudendo il bagagliaio.
- Mi spiace, - le dissi. - Non mi ero reso conto che aveste cos tanta roba da caricare. Vi avrei
dato volentieri una mano, ma...
- Non si preoccupi. Con l'aiuto di questo giovanotto me la sono cavata -. La grassona arruff i
capelli di Boris, poi gli disse: - Su con la vita, d'accordo? Passerete una magnifica serata insieme.
Vedrai. Tua madre ti ha cucinato tutti i tuoi piatti preferiti.
La donna si chin e se lo strinse al petto in maniera rassicurante, ma il bambino continu a
fissare il vuoto con aria sognante. Poi la grassona mi porse le chiavi della macchina.
- Benzina dovrebbe essercene abbastanza. Guidi con prudenza.
La ringraziai e la seguii con gli occhi mentre si allontanava verso i condomini. Quando mi girai,
vidi che Boris fissava imbambolato il tramonto. Gli toccai una spalla e lo accompagnai dall'altra parte
della macchina. Senza parlare, il bambino si sistem sul sedile posteriore.
Evidentemente il tramonto doveva avere un effetto ipnotico, perch quando mi misi al volante
notai che anche Sophie aveva gli occhi persi nel vuoto. Pensai che non si fosse nemmeno accorta del
mio arrivo, ma mentre mi stavo familiarizzando con i comandi la sentii dire sottovoce: - Non possiamo
lasciare che questa storia della casa ci trascini a fondo. Guai. Non sappiamo nemmeno quando tornerai
qui la prossima volta. Con la casa o senza la casa, dobbiamo cominciare a fare qualcosa insieme,
qualcosa di bello. Me ne sono resa conto questa mattina, mentre tornavo indietro in autobus. Anche in
quell'appartamento, anche con la cucina in quello stato.
- S, s, - dissi, inserendo la chiave nell'accensione. Senti, la sai la strada per andare alla
galleria?
La mia domanda la strapp da quella specie di trance. - Oh, disse Sophie, portandosi le mani
alla bocca come se si fosse appena ricordata di qualcosa. Poi aggiunse: - Probabilmente dal centro della
citt ci saprei arrivare. Ma di qui non sono sicura.
Sbuffai un po' seccato. Intuivo che la situazione rischiava di sfuggirmi nuovamente di mano e,
come gi quella mattina, provai un profondo fastidio nei confronti di Sophie, per il caos che aveva
portato nella mia vita. Ma un attimo dopo sentii accanto a me la sua voce che diceva allegramente: -
Perch non chiediamo al custode? Forse lui lo sa.
Stava indicandomi l'entrata del posteggio, dove, per l'appunto, c'era un gabbiotto di legno con
un uomo in uniforme, visibile dalla cintola in su.
- Buona idea, - dissi. - Vado a chiederglielo.
Scesi e mi incamminai da quella parte. Una macchina che stava uscendo dal recinto si era
fermata accanto al gabbiotto; avvicinandomi, vidi il custode - un tizio calvo e grasso sporgersi dallo
sportello, fare un gran sorriso e gesticolare al guidatore. La conversazione and per le lunghe; stavo per
intromettermi tra i due, quando la macchina finalmente ripart.
Il custode la segu con gli occhi lungo l'ampia curva che girava intorno al complesso
residenziale. Anche lui sembrava ipnotizzato dal tramonto; sebbene tossicchiassi proprio sotto il suo
sportello, continuava a fissare la macchina con aria sognante.
Alla fine latrai un buonasera.
Il pingue individuo sobbalz, poi, girandosi verso di me, mi restitu il saluto: - Oh, buona sera,
signore.
- Mi scusi se la disturbo, - dissi. - Siamo un po' di fretta.
Dobbiamo andare alla Galleria Karwinsky, ma non essendo di queste parti, non so qual  la
strada pi corta.
- La Galleria Karwinsky -. L'uomo riflett un momento, poi disse: - Veramente,  piuttosto
complicato. Credo che vi convenga seguire il signore che  uscito poco fa. Quello con la macchina
rossa -. E il custode alz la mano indicando un punto lontano. Quel signore, per combinazione, abita
vicinissimo alla Galleria Karwinsky. Volendo, potrei provare a darvi qualche indicazione, ma ci sono
cos tanti bivi, soprattutto verso la fine, che prima dovrei pensarci su un momento. Il problema 
quando si lascia la statale e bisogna districarsi in quel labirinto di stradine tra le fattorie. S,  molto
meglio che seguiate il signore della macchina rossa. Se non sbaglio, abita due o tre curve dopo il bivio
della Galleria Karwinsky.  una zona amena, e lui e sua moglie sono contenti di vivere l. Sono quasi in
aperta campagna.
Il signore mi ha raccontato che hanno un bel villino, con le galline e un melo nel cortile dietro
casa. Una zona simpatica per una galleria d'arte, anche se un po' fuori mano. Vale la pena di andarci. Il
signore della macchina rossa dice che non ha nessuna intenzione di trasferirsi, anche se ogni giorno
deve fare un bel po' di strada per venire qui da noi. Eh, s, lavora qui, nell'amministrazione -. L'uomo si
sporse improvvisamente dal suo sportello e mi indic alcune finestre alle sue spalle. - Laggi, vede.
Sembrano appartamenti, ma non lo sono. Per amministrare un complesso di queste dimensioni, oh, non
sa quante scartoffie ci vogliono. Il signore della macchina rossa ci lavora dal giorno in cui la societ
dell'acqua ha cominciato a costruirlo. E adesso  incaricato di tutta la manutenzione. Un lavoro
importante, sa, e ogni giorno deve fare un bel po' di strada, ma lui dice che non ci pensa nemmeno a
trasferirsi pi vicino. E non posso dargli torto, dove sta adesso  magnifico. Ma io sono qui che
chiacchiero, mentre lei chiss che fretta che ha. Mi scusi. Come le dico, segua la macchina rossa,  la
cosa pi semplice. Sono sicuro che la Galleria Karwinsky le piacer. La campagna intorno  proprio
piacevole, e anche nella galleria mi hanno detto che ci sono degli oggetti molto belli.
Lo ringraziai concisamente e tornai alla macchina. Quando salii, vidi che Sophie e Boris
stavano di nuovo fissando il tramonto. Accesi il motore senza dire nulla. Solo dopo essere transitati
sobbalzando davanti al gabbiotto di legno - di passaggio salutai il custode con un cenno della mano -
Sophie mi domand: - Allora, hai scoperto dove dobbiamo andare?
- S, s. Basta seguire la macchina rossa che  partita poco fa.
Mentre dicevo queste parole, mi accorsi che ero ancora furibondo con lei. Ma non aggiunsi altro
e mi immisi sulla strada che girava intorno al complesso.
Passammo davanti alla sfilata di condomini, le cui innumerevoli finestre riflettevano il
tramonto. Poi il complesso residenziale svan alle nostre spalle e la strada divenne pi larga, delimitata
a destra e a sinistra da una foresta di abeti. Poich era quasi vuota, la visibilit era ottima, e presto
scorsi davanti a noi la macchina rossa, un puntino lontano che viaggiava senza fretta. Dato che non
c'era quasi nessuno, non vidi la necessit di starle addosso, cos rallentai, sebbene ci separasse ancora
una notevole distanza. Nel frattempo Sophie e Boris erano rimasti assorti nel loro silenzio sognante, e
anch'io, osservando il sole che tramontava sulla strada deserta, mi sentii avviluppare da una gran calma.
Dopo un po' mi accorsi che stavo rivivendo nella mia testa il secondo gol che l'Olanda aveva
segnato all'Italia in una semifinale dei Mondiali di calcio di qualche anno prima. Quello stupendo tiro
da fuori area era uno dei miei ricordi sportivi preferiti, ma in quel momento mi accorsi, un po'
scocciato, di non rammentare il nome del marcatore. Continuava a venirmi in mente Rensenbrink, che
certamente aveva giocato in quella partita, ma ero quasi sicuro che non fosse stato lui a segnare.
Rividi la palla sfrecciare nel sole, scavalcare i difensori italiani stranamente imbambolati,
avvicinarsi alla rete, superare le mani protese del portiere. Mi faceva rabbia avere dimenticato un
particolare cos importante e stavo ripassando sistematicamente tutti i nomi dei giocatori olandesi di
quel periodo, quando alle mie spalle Boris disse all'improvviso: - Siamo in mezzo alla strada.
Bocceremo.
- Macch, - dissi. - Va benissimo cos.
- Non  vero! - Sentii che Boris prendeva a pugni il mio schienale. - Siamo in mezzo. Se viene
qualcuno dall'altra, bocciamo!
Non dissi nulla, ma mi spostai un po' di pi verso il ciglio della strada. Apparentemente
rassicurato, Boris tacque di nuovo.
Poi fu la volta di Sophie, che disse: - Sai, lo ammetto, non ero affatto contenta quando ho
saputo del ricevimento. Temevo che ci rovinasse la serata. Poi per, ripensandoci, e soprattutto quando
ho capito che non ci avrebbe impedito di cenare insieme, mi sono detta, be', non tutto il male viene per
nuocere. In un certo senso,  proprio quello di cui abbiamo bisogno. Sono sicura che sapr
comportarmi bene, e anche Boris. Ci comporteremo bene tutti e due, cos avremo qualcosa da
festeggiare quando torniamo a casa. Una serata cos potrebbe davvero segnare una svolta nei nostri
rapporti.
Prima che potessi rispondere, Boris grid di nuovo: - Viaggi in mezzo alla strada!
- Non mi sposter di un centimetro, - dissi. - Va benissimo cos.
- Forse  spaventato, - mi disse Sophie, pacatamente.
- E perch dovrebbe essere spaventato?
- Ho paura! Ci ammazzeremo tutti!
- Boris, smettila, per piacere. Sto guidando in maniera prudentissima.
Avevo parlato piuttosto seccamente, e Boris non ribatt.
Tuttavia, mentre continuavo a guidare, mi accorsi che Sophie mi guardava un po' preoccupata.
Di tanto in tanto si voltava a dare un'occhiata a Boris, poi i suoi occhi tornavano a posarsi su di me.
Alla fine disse in tono calmo: - Perch non ci fermiamo un momento?
- Fermarci? E perch mai?
- Arriveremo lo stesso puntuali alla galleria. Non sar qualche minuto a fare differenza.
- Non sarebbe meglio trovare un posto, prima?
Sophie rimase zitta per un po'. Poi si gir di nuovo verso di me e disse: - Perch non ci
fermiamo? Cos beviamo qualcosa e facciamo merenda. Servir a calmarti.
- Perch dovrei calmarmi?
- Voglio fermarmi! - strill Boris da dietro.
- Perch dovrei calmarmi?
- Non voglio assolutamente che questa sera voi due litighiate di nuovo, - disse Sophie. - State
ricominciando da capo. Ma questa sera, no. Non lo permetter. Dobbiamo distendere i nervi.
Diventare dell'umore giusto.
- Come sarebbe a dire, dell'umore giusto? Qui non c' nessuno di cattivo umore.
- Voglio fermarmi! Ho paura! Ho la nausea!
- Guarda, - disse Sophie, mentre passavamo davanti a un cartello, - fra poco c' una stazione di
servizio. Per piacere, fermiamoci l.
- Ma che bisogno c'...
- Lo vedi che ti stai arrabbiando? Ma questa sera  troppo importante. Ti prego, non questa sera.
- Voglio fermarmi! Devo andare al gabinetto!
- Ecco la stazione. Per piacere, fermati. Cerchiamo di aggiustare le cose prima che degenerino.
- Secondo te che cosa c' da aggiustare?
Sophie non rispose e continu a guardare ansiosamente oltre il parabrezza. Stavamo
attraversando una zona montuosa. I boschi di abeti erano spariti, lasciando il posto a pendii scoscesi
che s'innalzavano ai due lati della strada. All'orizzonte si vedeva la stazione di servizio, una struttura
che ricordava un'astronave costruita sulla sommit di una parete di roccia. Provai di nuovo una gran
rabbia nei confronti di Sophie, ci nonostante - quasi mio malgrado - rallentai e mi spostai sulla corsia
esterna.
- Vedi, stiamo fermandoci, - disse Sophie a Boris. - Non devi preoccuparti.
- Non era affatto preoccupato, - dissi gelidamente, ma Sophie fece finta di non sentire e
continu a parlare al figlio.
- Faremo uno spuntino, e dopo ci sentiremo tutti molto meglio.
Seguendo le indicazioni, lasciai la statale e mi inerpicai su per una ripida stradina. Dopo
numerosi zig-zag, l'inclinazione diminu e ci trovammo in un posteggio all'aperto. C'erano parecchi
autocarri allineati l'uno accanto all'altro, e almeno una dozzina di automobili.
Scesi e mi stirai le braccia. Poi mi girai e vidi che Sophie stava aiutando Boris a uscire dalla
macchina. Il bambino mosse qualche passo sull'asfalto con aria intontita. Poi, come risvegliandosi,
sollev la faccia al cielo e lanci un urlo da Tarzan, battendosi il petto con i pugni.
- Piantala, Boris! - gridai.
- Ma non d noia a nessuno, - disse Sophie. - Chi vuoi che lo senta?
Effettivamente, eravamo in cima a una montagna e ancora piuttosto lontani dalla struttura di
vetro della stazione di servizio. Il tramonto, di un rosso profondo, si rifletteva sulle superfici
dell'edificio. Senza parlare, passai accanto a madre e figlio e mi diressi verso l'entrata.
- Non do noia a nessuno! - mi grid dietro Boris. Poi ci fu un secondo urlo di Tarzan, che fin,
questa volta, in uno yodel.
Proseguii senza voltarmi. Solo quando giunsi all'ingresso mi fermai ad aspettare, tenendo aperta
la pesante porta di vetro.
Attraversammo un atrio con una fila di telefoni pubblici, poi una seconda porta a vetri, ed
entrammo nel bar ristorante. Fummo accolti da un profumo di carne alla griglia. La sala era enorme,
con lunghe file di tavoli ovali Su ogni lato c'erano grandi vetrate, attraverso le quali si vedevano ampie
distese di cielo.
In lontananza si udivano i rumori della strada, che passava molto pi in basso.
Boris corse al banco del self-service e prese un vassoio. Dissi a Sophie di comprarmi una
bottiglia d'acqua minerale e partii in cerca di un tavolo. Non c'era molta gente - solo quattro o cinque
tavoli erano occupati - ma io andai in fondo a una delle file e mi sedetti con la schiena alle nuvole.
Dopo qualche minuto Boris e Sophie mi raggiunsero con i loro vassoi. Si sedettero di fronte a
me e cominciarono a sparpagliare le loro cose sul tavolo con uno strano mutismo. Solo allora notai che
Sophie lanciava continue occhiate a Boris; immaginai che mentre erano al banco avesse insistito con il
bambino perch mi dicesse qualcosa - qualcosa per rimediare ai danni del nostro recente alterco. Fino a
quel momento non mi era nemmeno passato per la testa che fosse necessaria una qualche
riconciliazione tra me e Boris, e mi infastid che Sophie s'intromettesse in maniera cos maldestra. Per
alleviare la tensione, feci qualche battuta sull'arredamento futuristico del locale, ma Sophie mi rispose
distrattamente e di nuovo lanci un'occhiata a Boris. Lo fece con tale mancanza di discrezione che
avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto con una gomitata. Comprensibilmente, Boris era piuttosto
restio ad assecondarla; aveva messo il broncio e continuava a rigirare tra le dita un pacchetto di
noccioline appena comprato. Alla fine, senza alzare gli occhi, bofonchi: - Ho letto un libro in francese.
Feci spallucce e mi girai a guardare il tramonto. Mi accorsi che Sophie incitava Boris a dire
qualcos'altro. Dopo un po' il bambino ripet in tono scontroso: - Ho letto un intero libro in francese.
Mi voltai verso Sophie e dissi: - Io con il francese non mi sono mai trovato. Continuo ad avere
pi problemi con il francese che con il giapponese. Sul serio. A Tokyo me la cavo meglio che a Parigi.
Sophie, evidentemente scontenta della mia risposta, mi fulmin con un'occhiataccia. Irritato dal
suo tentativo di coercizione, mi girai di nuovo a guardare il tramonto. Dopo un po' la udii dire: - Boris 
migliorato moltissimo nelle lingue.
Poi, visto che n io n Boris le davamo retta, si chin verso il figlio aggiungendo: - Boris, fai
ancora un piccolo sforzo. Fra poco arriveremo alla galleria. Ci sar tanta gente. Certe persone ti
sembreranno molto importanti, ma tu non avere paura, d'accordo? La mamma non si lascer intimorire,
e nemmeno tu. Mostreremo a tutti che sappiamo comportarci bene. Faremo un figurone, vero?
Per un po' Boris continu a rigirare tra le dita il suo pacchetto. Poi alz gli occhi e sospir.
- Non preoccuparti, - disse. - So come si deve fare -. Poi raddrizz la schiena e continu: - Metti
la mano in tasca. Cos.
E con l'altra tieni il bicchiere. Cos.
Il bambino rimase in quella posizione per qualche secondo, assumendo un espressione
altezzosa. Sophie scoppi a ridere, e nemmeno io riuscii a trattenere un sorriso.
- E quando la gente ti viene vicino, - prosegui Boris, - ti limiti a ripetere: Davvero
straordinario! Davvero straordinario! O se preferisci: Impagabile! Impagabile! E quando un
cameriere ti porge un vassoio, gli fai cos -. E Boris mostr una faccia schifata e scosse il dito da una
parte all'altra.
Sophie continuava a ridere. - Boris, questa sera spopolerai.
Boris sorrise beato, chiaramente soddisfatto della propria esibizione. Poi di colpo si alz e disse:
- Adesso devo andare al gabinetto. Me n'ero dimenticato. Vado e torno.
Ripet un'ultima volta a nostro beneficio lo sdegnoso rifiuto con il dito e scapp via.
- Sa essere molto divertente, - dissi.
Sophie si era girata a guardare Boris che si allontanava fra i tavoli. - Cresce in fretta, - disse. Poi
sospir e assunse un'espressione pensierosa. - Presto sar grande. Non abbiamo molto tempo.
Non dissi nulla, aspettando che proseguisse. Per qualche secondo Sophie continu a guardare
dietro di s, poi si gir e aggiunse in tono sommesso: - La sua infanzia scivola via. Presto sar grande e
non avr conosciuto altro che questo.
- Parli come se facesse una vita d'inferno. Invece conduce un'esistenza normalissima.
- S, lo so, la sua vita non  cos brutta. Ma questa  la sua infanzia, e io ho un'idea molto chiara
di come dovrebbe essere.
Perch ricordo la mia, capisci, quando ero piccolina, prima che la mamma si ammalasse. Era
bello, allora -. Parlava rivolta verso di me, ma i suoi occhi sembravano guardare le nuvole alle mie
spalle. - Vorrei che fosse cos anche per lui.
- Be', non preoccuparti. Risolveremo presto i nostri problemi.
Nel frattempo Boris se la sta cavando benissimo. Non c' nessun bisogno di preoccuparsi.
- Sei come tutti gli altri -. Adesso c'era una punta di rabbia nella sua voce. - Ti comporti come
se avessimo tutto il tempo di questo mondo. Non capisci proprio, vero? Pap ha ancora un bel po' di
anni davanti a s, ma non sta certo ringiovanendo. Un giorno non ci sar pi, e allora resteremo solo
noi. Tu, io e Boris. Ecco perch dobbiamo sbrigarci a costruire qualcosa -.
Sophie respir a fondo e scosse la testa, poi abbass gli occhi sulla sua tazza di caff. - Tu non
hai idea. Non hai idea di come pu diventare triste la vita quando tutto va storto.
Mi parve inutile ribattere. - Be', allora  deciso, - dissi.
Troveremo presto una soluzione.
- Tu non ti rendi conto che il tempo stringe. Guardaci. Non abbiamo nemmeno cominciato.
Il tono d'accusa era sempre pi aspro. Sembrava che Sophie avesse completamente dimenticato
che il suo comportamento aveva avuto una parte non indifferente nell'impedirci di raddrizzare ci che
andava storto. Ebbi improvvisamente la tentazione di rinfacciarle tutto, ma alla fine preferii tacere.
Restammo qualche istante in silenzio, poi mi alzai e dissi: - Scusa. Penso che manger qualcosa
anch'io.
Sophie stava di nuovo fissando il cielo; ebbi l'impressione che non si fosse nemmeno accorta
che l'avevo lasciata sola. Mi diressi verso il banco del self-service e presi un vassoio. Stavo esaminando
le paste, quando mi ricordai di colpo che non sapevo la strada per la Galleria Karwinsky e che
dipendevamo completamente dalla macchina rossa. Pensai all'automobile, che anche in quel momento
stava viaggiando sulla statale, allontanandosi sempre di pi da noi, e mi dissi che non potevamo
assolutamente perdere altro tempo a bighellonare in quella stazione di servizio. Anzi, decisi che
dovevamo ripartire subito.
Tuttavia, mentre stavo per restituire il vassoio e per tornare di corsa al nostro tavolo, mi accorsi
che l accanto c'era qualcuno che parlava di me.
Guardandomi intorno, vidi due eleganti signore di mezza et sedute a un tavolo. Avevano
avvicinato le teste e confabulavano sottovoce; a quanto capii, non sospettavano minimamente che in
quel preciso istante mi trovassi a due passi da loro. Sulle prime, visto che non facevano quasi mai il
mio nome, non fui del tutto sicuro di essere l'argomento della loro conversazione. Ma presto divenne
impossibile supporre che stessero parlando di qualcun altro.
- Oh, s, - diceva una delle signore. - Non so quante volte si sono messi in contatto con la
signorina Stratmann. Lei continua a giurare che l'ispezione ci sar, ma per il momento lui non si  fatto
vedere. Dieter dice che per loro  lo stesso, intanto il lavoro non manca, ma sono tutti tesi come corde
di violino all'idea che possa arrivare da un minuto all'altro. E naturalmente il signor Schmidt piomba l
in continuazione, sbraitando di fare ordine, perch che cosa succederebbe se lui arrivasse in quel
momento e trovasse la sala dei concerti in quello stato? Dieter dice che tutti hanno i nervi a fior di
pelle, persino quell'Edmundo. E poi, questi genii, non sai mai che cosa vanno a scovare pur di criticare.
Nessuno ha dimenticato quando Igor Kobyliansky  venuto a ispezionare la sala e ha esaminato ogni
cosa con incredibile pignoleria. Si  messo a quattro zampe sul palcoscenico, mentre gli altri facevano
cerchio intorno a lui, e sotto gli occhi di tutti ha cominciato a strisciare di qui e di l, picchiando su
ogni tavola del pavimento e posandovi sopra l'orecchio. Sono due giorni che Dieter non  pi lui;  cos
irascibile quando deve andare a lavorare. Per loro  terribile. Ogni volta che lui non si fa vedere all'ora
fissata, aspettano un'ora, poi telefonano di nuovo a questa Stratmann. E lei si profonde in scuse, trova
mille giustificazioni, e combina un altro appuntamento.
Mentre ascoltavo questa tirata, mi torn in mente una cosa cui avevo pensato pi volte nelle
ultime ore: e cio che sarei stato saggio a contattare la signorina Stratmann pi spesso di quanto avessi
fatto finora. Anzi, mi dissi che avrei potuto telefonarle da una delle cabine pubbliche che avevo visto
nell'ingresso. Ma prima che potessi soffermarmi a valutare quest'idea, la donna riprese a parlare.
- E questo dopo che la signorina Stratmann ha sostenuto per settimane che lui vuole
assolutamente esaminare la sala. A sentire lei,  preoccupato non tanto per l'acustica e le solite cose,
quanto per i suoi genitori, e vuole vedere dove li sistemeranno durante la serata. Pare che siano tutti e
due piuttosto malconci, e abbiano bisogno di sedili e attrezzature particolari, oltre che di personale
specializzato nel caso che a uno dei due venga un colpo o che so io. Un'organizzazione tutt'altro che
semplice, e lui, secondo la Stratmann,  ansioso di riesaminare ogni singolo particolare con i
responsabili. Be',  commovente che dimostri tanta premura per i vecchi genitori. Ma poi, chiss
perch, non si fa vedere! Ovviamente, la colpa potrebbe essere della Stratmann pi che sua. Dieter,
almeno, la pensa cos. Pare che lui abbia un'ottima reputazione; non sembra il tipo che si diverte a
creare fastidi al prossimo.
Stavo cominciando a irritarmi con le due signore, e naturalmente tirai un sospiro di sollievo
quando udii quest'ultimo commento. Ma ci che avevano detto a proposito dei miei genitori - a
proposito della necessit di provvedere alle loro particolari esigenze - mi convinse a telefonare subito
alla signorina Stratmann. Non potevo rimandare neanche di un secondo.
Abbandonando il vassoio sul banco, mi affrettai verso l'ingresso.
Entrai in una cabina e mi frugai in tasca cercando il biglietto da visita della signorina
Stratmann. Dopo un momento lo trovai e feci il numero. La donna rispose immediatamente.
- Signor Ryder, grazie per avere chiamato. Sono contenta che tutto proceda per il meglio.
- Ah. Lei  di questo parere?
- Ma certo! Ha riscosso da per tutto un grande successo. La gente non sta pi nella pelle
dall'eccitazione. Per non parlare del suo discorso dopo la cena di ieri sera. Tutti dicono che  stato
spiritosissimo. Sa,  davvero piacevole lavorare con una persona come lei.
- Be', la ringrazio, signorina. Le sue parole sono davvero gentili.  anche piacevole sentirsi cos
bene accuditi. Le telefono perch... ehm... volevo verificare alcuni punti del mio programma. Purtroppo
oggi ho avuto un paio di contrattempi, con qualche spiacevole quanto inevitabile conseguenza.
Feci una pausa, aspettandomi che la signorina Stratmann dicesse qualcosa, ma dall'altro capo
del filo tutto tacque. Ridacchiai e proseguii: - Adesso, ovviamente, stiamo andando alla Galleria
Karwinsky. Anzi, siamo gi per strada.  chiaro che vogliamo arrivare l per tempo. Ci tengo a dirle
che siamo molto contenti.
Da quanto ho capito, la campagna intorno alla Galleria Karwinsky  bellissima. S, siamo molto
contenti di andarci.
- Mi fa piacere, signor Ryder -. C'era una strana incertezza nella voce della signorina Stratmann.
- Spero che al ricevimento si diverta -. Poi, all'improvviso, la donna aggiunse: - Signor Ryder, spero
che non si sia offeso.
- Offeso io?
- Quando le abbiamo proposto di andare dalla Contessa questa mattina non intendevamo
insinuare nulla. Non dubitavamo affatto che lei conoscesse alla perfezione i lavori del signor Brodsky,
nessuno si sarebbe mai sognato di pensare il contrario. Solo che alcune di quelle registrazioni sono
molto rare, e sia la Contessa sia il signor von Winterstein credevano che... Oh, cielo, spero che non si
sia offeso, signor Ryder! Le assicuro che non intendevamo insinuare nulla.
- Non sono minimamente offeso, signorina Stratmann. Anzi, avevo paura del contrario, cio che
la Contessa e il signor von Winterstein, non vedendomi arrivare...
- Oh, di questo non deve preoccuparsi, signor Ryder.
- Avevo molta voglia di conoscerli e di parlare con loro, ma quando mi sono accorto che le
circostanze mi impedivano di fare tutto ci che avevamo sperato inizialmente, ho pensato che
avrebbero capito, visto soprattutto, come dice anche lei, che non era assolutamente indispensabile che
ascoltassi i dischi del signor Brodsky...
- Signor Ryder, sono sicura che la Contessa e il signor von Winterstein capiscono perfettamente
la situazione. D'altronde, me ne rendo conto adesso, era davvero presuntuoso voler organizzare una
cosa simile con tempi cos stretti. Spero veramente che non si sia offeso.
- Le assicuro che non sono assolutamente offeso. Ma se permette, le ho telefonato per discutere
alcuni aspetti, o meglio, alcuni altri aspetti del mio programma.
- E cio, signor Ryder?
- Per esempio, la mia visita al palazzo dei concerti.
- Ah, s.
Aspettai a vedere se avrebbe aggiunto qualcosa, ma dato che taceva, proseguii: - Volevo solo
accertarmi che tutto fosse in ordine per il mio arrivo.
Finalmente la signorina Stratmann parve accorgersi dell'inquietudine della mia voce. - Ah,
capisco che cosa intende, - disse. - Non ho previsto molto tempo per l'ispezione. Ma come pu vedere...
- La donna fece una pausa, durante la quale sentii il fruscio di un foglio di carta. - Come pu vedere,
prima e dopo la visita al palazzo dei concerti, ci sono due appuntamenti molto importanti. Cos ho
pensato che se si fosse trovato a corto di tempo, avremmo dovuto comprimere la visita al palazzo dei
concerti. D'altronde, se lo riterr necessario, potr tornarci in un altro momento. Invece, capisce anche
lei che non si possono accorciare i tempi degli altri due impegni. Per esempio, l'incontro con il Gruppo
di Mutuo Soccorso dei Cittadini. So che reputa essenziale conoscere la gente comune che ha patito...
- Certo, certo, ha perfettamente ragione. Sono d'accordo con lei. Posso sempre infilare una
seconda visita al palazzo dei concerti pi tardi. S, s. Ero solo un po' preoccupato per i preparativi. Sa,
per i miei genitori.
Dall'altro capo del filo ci fu di nuovo silenzio. Mi schiarii la gola e continuai: - Come lei sa, mia
madre e mio padre sono avanti negli anni, ed  necessario che la sala sia attrezzata per accoglierli.
- S, s, naturalmente -. La signorina Stratmann sembrava un po' perplessa. - E che ci sia
assistenza medica per qualsiasi eventualit. S, abbiamo provveduto a tutto; lo vedr con i suoi occhi
durante l'ispezione.
Riflettei qualche istante sulle sue parole. Poi dissi: - Stiamo parlando dei miei genitori. Mi
auguro che non ci sia nessuna confusione in proposito.
- No, assolutamente, signor Ryder. La prego di non preoccuparsi.
La ringraziai e uscii dalla cabina. Tornato nel bar, mi fermai un momento davanti alla porta a
vetri. Il tramonto gettava lunghe ombre sul pavimento. Le due signore di mezza et discutevano
animatamente, ma non riuscii a capire se parlassero ancora di me.
In fondo alla sala, Boris stava spiegando qualcosa a Sophie; all'improvviso, tutti e due
scoppiarono a ridere allegramente.
Rimasi dov'ero ancora qualche istante, ripensando alla conversazione con la signorina
Stratmann. Effettivamente, c'era qualcosa di presuntuoso nell'idea che potesse servirmi ascoltare i
vecchi dischi di Brodsky. Senza dubbio la Contessa e von Winterstein avevano sperato di potermi
accompagnare per mano attraverso la musica. Questo pensiero mi irrit, e ringraziai il cielo di essere
stato costretto a saltare l'appuntamento.
Poi guardai l'orologio e mi accorsi che, nonostante tutte le assicurazioni che avevo dato alla
signorina Stratmann, rischiavamo di arrivare in ritardo alla Galleria Karwinsky. Mi avvicinai al nostro
tavolo e, senza sedermi, dissi: - Dobbiamo muoverci. Siamo qui gi da un bel po'.
Avevo parlato con una certa premura, ma Sophie si limit a guardarmi, dicendo: - Boris
sostiene che non ha mai mangiato delle ciambelle buone come in questo posto. Hai detto cos, vero,
Boris?
Lanciai un'occhiata al bambino e vidi che mi stava ignorando.
Ricordai allora il nostro recente litigio - che mi era completamente passato di mente - e ritenni
opportuno dire qualcosa di conciliante.
- Sono davvero cos buone? - gli domandai. - Me ne fai assaggiare un pezzetto?
Boris continu a guardare dall'altra. Aspettai qualche secondo, poi feci spallucce.
- Come vuoi, - dissi. - Se non ti va di parlare, per me fa lo stesso.
Sophie tocc Boris sulla spalla. Vedendo che stava per supplicarlo, guardai dall'altra e dissi: -
Su, dobbiamo andare.
Sophie scroll di nuovo Boris. Poi, con un filo di disperazione nella voce, mi implor: -
Restiamo ancora un pochino. Non ti sei quasi seduto con noi. E a Boris piace cos tanto questo posto.
Vero, Boris?
Di nuovo Boris fece finta di non avere sentito.
- Adesso dobbiamo proprio andare, - dissi. - Altrimenti faremo tardi.
Sophie, sempre pi furente, ci fulmin tutti e due con lo sguardo. Poi cominci ad alzarsi.
Allora mi girai e mi diressi verso l'uscita senza guardarmi indietro.
18.
Quando mi immisi sulla statale dopo avere disceso la ripida stradina a zigzag, il sole era ormai
molto basso. Il traffico, come al solito, era scarso, e per un bel po' potei procedere a velocit sostenuta,
scrutando l'orizzonte in cerca dell'automobile rossa. Dopo parecchi minuti lasciammo le montagne e ci
trovammo in una vasta pianura coltivata. Ai nostri lati, i campi si stendevano a perdita d'occhio. Mentre
la strada faceva una lunga curva appena accennata in un tratto pianeggiante, vidi di nuovo la macchina
rossa. Era ancora piuttosto lontana, ma mi accorsi che il guidatore continuava a viaggiare senza fretta.
Rallentai anch'io, e presto cominciai a godermi il paesaggio che si dispiegava davanti ai miei
occhi: i prati al tramonto, il sole bassissimo che baluginava dietro una macchia d'alberi lontana, i rari
cascinali... e anche la macchina rossa, che spariva e riappariva davanti a noi secondo i capricci della
strada. Poi, accanto a me, sentii la voce di Sophie che diceva: - Quanta gente pensi che ci sar?
- Al ricevimento? - Alzai le spalle. - Come faccio a saperlo?
Ho l'impressione che tu ti stia agitando in maniera esagerata.  solo un ricevimento.
Sophie continu a tenere gli occhi fissi sul paesaggio. Poi disse: - Molte delle persone di questa
sera saranno le stesse che c'erano al banchetto in onore di Rusconi.  per questo che sono nervosa.
Pensavo l'avessi capito.
Cercai di ricordare quel banchetto, ma il nome non mi diceva niente.
- Cominciavo a cavarmela molto meglio nelle occasioni mondane, - continu Sophie. - Ma
quella gente  stata perfida. Non mi sono ancora ripresa. E sicuramente questa sera gran parte degli
invitati saranno gli stessi.
Stavo ancora sforzandomi inutilmente di ricordare quell'episodio. - Sono stati maleducati con
te? - domandai.
- Maleducati? Be', immagino che si possa dire cos. Una cosa  certa: mi hanno fatta sentire
misera e patetica. Spero proprio che questa sera non siano di nuovo tutti l.
- Se qualcuno si azzarda a trattarti male, vieni subito a dirmelo. Per quanto mi riguarda,
rispondigli pure per le rime.
Sophie si gir a guardare Boris. Dopo un momento mi accorsi che il bambino si era
addormentato. La madre rimase a osservarlo per un po', poi si volt di nuovo verso di me.
- Perch ricominci daccapo? - mi domand in tono molto diverso.
- Sai bene quanto ne soffra Boris. Stai ricominciando tutto daccapo. Per quanto tempo pensi di
continuare, questa volta?
- Continuare che cosa? - domandai stancamente. - Si pu sapere di che cosa stai parlando?
Sophie mi fiss ancora per un istante, poi distolse gli occhi.
- Proprio non lo capisci, - disse quasi a se stessa. - Non c' pi tempo per queste cose. Non lo
capisci, vero?
Sentii che stavo per esaurire la pazienza. Ripensai al caos di quella giornata e non potei
trattenermi dal dire ad alta voce: - Insomma, chi ti d il diritto di criticarmi in continuazione a questo
modo? Porse non te ne sei accorta, ma in questo momento ho fior di preoccupazioni per la testa. E
invece di aiutarmi, tu non fai che criticare, criticare, criticare. E adesso ti prepari a rovinarmi il
ricevimento. S, da come ti comporti di proprio questa impressione...
- Ah, s? Allora Boris e io non veniamo! Ti aspetteremo in macchina. Vattene da solo al tuo
ricevimento!
- Non occorre. Sto solo dicendo che...
- Parlo sul serio! Va' da solo. Cos non ti rovineremo un bel niente.
Dopo questo alterco viaggiammo per parecchi minuti senza pi parlarci. Alla fine dissi: - Senti,
mi spiace. Vedrai che molto probabilmente a questo ricevimento ti troverai bene. Anzi, ne sono sicuro.
Sophie non rispose. Continuammo a viaggiare in silenzio; ogni volta che mi giravo verso di lei
la vedevo fissare con aria assente il puntino rosso della macchina. Mi sentii invadere da una strana
sensazione di panico, tanto che a un certo punto dissi.
- Senti, anche se questa sera dovesse andare tutto storto, non farebbe nessuna differenza. Le
cose che contano sono ben altre.
Che bisogno abbiamo di comportarci come due sciocchi?
Sophie continu a fissare la macchina rossa. Poi disse: - Ti sembro ingrassata? Dimmi la verit.
- Nient'affatto. Stai benissimo.
- Per  cos. Ho messo su qualche chilo.
- Non importa. Qualunque cosa succeda questa sera, non cambier nulla. Non devi preoccuparti.
Presto sistemeremo tutto. La casa, e anche il resto. Vedi anche tu che non devi preoccuparti.
Mentre pronunciavo queste parole, cominciai a ricordare qualcosa del banchetto cui Sophie
aveva accennato poco prima. In particolare, rividi un'immagine di Sophie in abito da sera rosso scuro,
sola e imbarazzata in mezzo a una stanza piena di gente che rideva e conversava in gruppetti. Pensai a
come doveva essere stato umiliante per lei, e le accarezzai un braccio. Con mio sollievo, Sophie reag
posandomi la testa sulla spalla.
- Vedrai, - disse, quasi in un sussurro. - Sarai fiero di me. E anche di Boris. Non importa chi ci
sar questa sera, sarai fiero di noi.
- S, s. Ne sono sicuro. Vi troverete tutti e due bene.
Passarono parecchi minuti, poi notai che la macchina rossa aveva messo la freccia per lasciare
la statale e ridussi la distanza che ci separava. Un attimo dopo stavamo seguendo la nostra guida su per
una tranquilla stradina circondata di prati.
Mentre salivamo, il rumore della statale svan alle nostre spalle. Presto ci trovammo su piste di
terra battuta poco idonee ai mezzi di trasporto moderni. A un certo punto sfregammo con tutta la
fiancata contro una folta siepe, poi attraversammo sobbalzando un'aia fangosa piena di macchine
agricole scassate.
Infine sbucammo su una bella strada di campagna che serpeggiava tra i campi. Il fondo era
buono e potemmo accelerare di nuovo.
Dopo un po' sentii Sophie gridare: - Oh, eccoci! - e su un albero vidi un cartello di legno con la
scritta Galleria Karwinsky.
Davanti all'ingresso rallentai fin quasi a fermarmi. C'erano ancora due pali arrugginiti, ma il
cancello era scomparso. Mentre la macchina rossa continuava per la sua strada scomparendo
definitivamente dalla nostra vista, passai in mezzo ai pali e mi inoltrai in un vasto prato di erba alta.
Il campo era attraversato da un viottolo di terra battuta, e per un po' salimmo lentamente su per
la collina. Giunti sul colmo, davanti ai nostri occhi si apr un magnifico paesaggio. I prati digradavano
verso una valletta, in fondo alla quale sorgeva una costruzione imponente, simile a un chteau francese.
Il sole stava tramontando dietro i boschi alle sue spalle. Sebbene fossimo ancora lontani, ebbi
l'impressione che l'edificio emanasse un fascino alquanto sbiadito, che evocava il lento declino di una
famiglia di proprietari terrieri un po' visionari.
Misi una marcia bassa e scesi con prudenza il pendio. Nello specchietto vedevo Boris, di nuovo
perfettamente sveglio, che si guardava a destra e a sinistra. Ma l'erba era cos alta che ostruiva
completamente la vista dai finestrini laterali.
Quando fummo pi vicini, mi accorsi che una vasta zona del prato davanti alla casa era invasa
dalle automobili. Giunto in fondo alla discesa, mi diressi da quella parte; calcolai che ci fossero quasi
cento macchine, alcune lustrate come specchi per l'occasione. Girai per un po' cercando un posto adatto
per parcheggiare, poi mi fermai non lontano dal muro semidiroccato del cortile.
Uscii dall'auto e mi sgranchii le braccia e le gambe. Quando mi voltai, vidi che anche Sophie e
Boris erano scesi. Sophie stava rassettando il figlio.
- Ricordatelo bene, - sentii che gli diceva. - Nessuno l dentro  pi importante di te. Ripetitelo
in continuazione. In ogni caso, non ci fermeremo molto.
Stavo per avviarmi verso la casa, quando notai con la coda dell'occhio qualcosa che attir la mia
attenzione. Girandomi, vidi una vecchia macchina sgangherata abbandonata nell'erba a pochi metri da
me. Tutti gli invitati avevano posteggiato a rispettosa distanza, come se la ruggine e lo sfacelo di quella
carcassa potessero contagiare le loro automobili.
Mi avvicinai di qualche passo al rottame, che era affondato nel terreno e circondato dall'erba
alta. Se non fosse stato per il riflesso del tramonto sul cofano, non l'avrei sicuramente notato.
Le ruote erano sparite, la porta del guidatore era stata scardinata. La carrozzeria mostrava i
segni di parecchie riverniciature, l'ultima delle quali, in cui sembrava fosse stata usata pittura da
imbianchino, era stata lasciata a met. Entrambi i parafanghi posteriori erano stati sostituiti con pezzi
scompagnati di altre macchine. Ci nonostante, e prima ancora di esaminarli pi attentamente, capii
subito di avere sotto gli occhi i resti della vecchia automobile di famiglia che mio padre aveva guidato
per tanti anni.
Naturalmente, era passato molto tempo dall'ultima volta che l'avevo avuta sotto gli occhi. Il
ritrovarla in quel triste stato mi fece ripensare ai suoi ultimi giorni in casa nostra, quando ormai era cos
vecchia che mi vergognavo a morte perch i miei genitori continuavano a usarla. Ricordai che verso la
fine avevo cominciato a inventarmi scuse complicatissime per evitare di salirci, tanta era la paura di
essere visto da un compagno di scuola o da un insegnante. Ma questo solo alla fine. Per molti anni ero
rimasto aggrappato alla convinzione che la nostra macchina - in realt piuttosto modesta - fosse in
qualche modo superiore a tutte le altre in circolazione, e che mio padre avesse deciso di non cambiarla
per questo motivo. La rividi posteggiata nel vialetto della nostra casetta nel Worcestershire, con la
vernice e le cromature luccicanti. Ero capace di ammirarla per minuti e minuti di fila, sentendomi
immensamente orgoglioso.
E spesso il pomeriggio, soprattutto di domenica, passavo ore e ore a giocarci dentro o intorno.
Di tanto in tanto portavo fuori qualche gioco - magari persino la mia collezione di soldatini di plastica -
che disponevo sul sedile posteriore. Ma il pi delle volte mi limitavo a creare paesaggi immaginari
intorno alla macchina, sparando con la pistola dai finestrini, oppure mettendomi al volante per
inseguimenti a tavoletta. Ogni tanto mia madre metteva fuori la testa per dirmi di piantarla di sbattere le
portiere, che quel rumore la faceva impazzire, e che se l'avessi fatto ancora una volta mi avrebbe
spellato vivo. La vidi come se fosse adesso, in piedi davanti all'ingresso posteriore della casetta,
mentre urlava in direzione della macchina. La casa era piccola, ma trovandosi in aperta campagna
aveva mezzo acro di prato. Davanti al nostro cancello passava un viottolo che conduceva a una cascina.
Due volte al giorno vi transitava una fila di vacche, accompagnate da ragazzini armati di bastoni
infangati. Mio padre lasciava sempre l'automobile nel vialetto di casa con la coda rivolta verso il
viottolo, e spesso io interrompevo quello che stavo facendo per osservare la processione delle vacche
dal lunotto posteriore.
Il vialetto, in realt, non era che uno spiazzo erboso di fianco alla casa. Nessuno aveva mai
pensato di rivestirlo di cemento, e quando pioveva molto la macchina finiva a bagno in una profonda
pozzanghera. Questo sicuramente non aveva giovato ai suoi problemi di ruggine, e forse ne aveva
affrettato il declino.
Ma per me, da bambino, i giorni di pioggia erano una festa. Oltre a rendere particolarmente
accogliente l'interno della macchina, la pioggia creava canali di fango che io ero costretto a saltare ogni
volta che entravo o uscivo. All'inizio i miei mi sgridavano, dicendo che macchiavo le fodere dei sedili,
ma quando la macchina era diventata vecchia avevano smesso di preoccuparsi di queste cose. Le
portiere sbattute, invece, avevano continuato a infastidire mia madre. Questo era un vero peccato,
perch il gesto di sbattere la porta era un elemento fondamentale delle mie fantasie e ne sottolineava
invariabilmente i momenti pi drammatici. Le cose erano complicate dal fatto che mia madre, a volte,
passava settimane, persino mesi, senza lamentarsi, finch io mi dimenticavo che le portiere potevano
essere fonte di conflitto. Poi sul pi bello, mentre ero completamente assorto in qualche drammatica
vicenda, mi compariva davanti con la faccia stravolta, urlando che, se l'avessi fatto ancora una volta, mi
avrebbe spellato vivo. Talvolta la minaccia veniva pronunciata mentre una delle portiere era aperta,
lasciandomi in un grave dubbio. Non sapevo infatti se lasciarla aperta anche dopo avere finito di
giocare - con il rischio che restasse cos per tutta la notte - oppure se azzardarmi a chiuderla il pi
silenziosamente possibile. Il dilemma mi tormentava per il resto del gioco, avvelenandomi tutto il
divertimento.
- Ma che cosa fai? - disse la voce di Sophie alle mie spalle. Dobbiamo entrare.
Capii che stava parlando a me, ma ero cos commosso dalla scoperta della nostra vecchia
automobile che le risposi mormorando qualcosa a vanvera. Un attimo dopo la sentii dire: - Che cosa ti
prende? Ti sei innamorato di quel rottame?
Solo allora mi accorsi che stavo praticamente abbracciando la macchina; avevo posato la
guancia sul tetto e ne accarezzavo la superficie scrostata con lenti movimenti circolari delle mani. Mi
raddrizzai scoppiando in una breve risata, poi mi voltai e vidi che Sophie e Boris mi stavano fissando.
- Innamorato? Vorrai scherzare -. Risi di nuovo. - Chi lascia in giro simili rottami sarebbe da
denunciare.
Poi, visto che madre e figlio continuavano a guardarmi, urlai: - Carcassa disgustosa! - e tirai un
paio di calci alla macchina.
Questo parve soddisfare Sophie e Boris, che finalmente si girarono dall'altra. Poi notai che
Sophie, sebbene mi avesse appena fatto fretta, stava ancora curando l'aspetto di Boris e aveva
ricominciato a ravviargli i capelli.
Tornai allora a occuparmi dell'automobile, improvvisamente angosciato dall'idea di averla
ammaccata. Un attento esame dimostr che i miei calci avevano solo staccato qualche scaglia
rugginosa, ma ormai sentivo un profondo rimorso per avere dimostrato tanta insensibilit. Camminando
nell'erba alta, girai intorno al veicolo e vi sbirciai dentro da dietro. Un sasso aveva colpito il lunotto, ma
il vetro si era solo incrinato. Attraverso una ragnatela di crepe potei osservare il sedile su cui avevo
passato tante ore felici. In gran parte era coperto di funghi. La pioggia aveva formato una piccola pozza
in un angolo, dove il cuscino del sedile si saldava al bracciolo. Diedi uno strattone alla porta, che si apr
docilmente per poi bloccarsi a met nell'erba alta. C'era giusto lo spazio per infilarmi dentro, e
divincolandomi un po' riuscii a sedermi.
Quando fui nella macchina, mi sentii innaturalmente basso, e mi accorsi che dalla mia parte il
sedile aveva sfondato il pavimento. Dal finestrino accanto alla mia testa vedevo steli d'erba e un tratto
di cielo rosato dal tramonto. Cambiai posizione, poi tirai la porta verso di me fino ad accostarla anche
se qualcosa le imped di chiudersi del tutto - e dopo qualche istante mi parve di essere discretamente
comodo.
Presto mi sentii avvolgere da una grande pace e socchiusi le palpebre. In quell'istante mi torn
alla mente una delle gite familiari pi felici che avessimo fatto con quella macchina.
Avevamo girato tutta la campagna in cerca di una bicicletta di seconda mano per me. Era una
domenica pomeriggio piena di sole, e noi eravamo andati di paese in paese, esaminando biciclette. I
miei parlottavano animatamente, mentre io, seduto dietro di loro su quel medesimo sedile, osservavo il
paesaggio del Worcestershire scorrere dinanzi a noi. A quei tempi i telefoni non erano ancora molto
diffusi in Inghilterra, e mia madre teneva in grembo una copia del giornale locale, dove chi metteva un
annuncio economico per vendere qualcosa stampava l'indirizzo per esteso. Gli appuntamenti erano
inutili; una famiglia come la nostra poteva semplicemente presentarsi alla porta e dire: Veniamo per la
bicicletta, e i padroni ci accompagnavano nella rimessa dietro casa per farcela vedere. I pi cordiali ci
offrivano una tazza di t, che ogni volta mio padre rifiutava con la stessa identica spiritosaggine. Ma
un'anziana signora - che in realt non stava affatto vendendo una bicicletta da bambini ma quella del
marito morto da poco - aveva insistito perch entrassimo. - Fa sempre cos piacere, - ci aveva detto,
ricevere persone come voi -. Poi, mentre eravamo seduti nel suo salottino per bere il t, ci aveva di
nuovo definiti persone come voi, e di punto in bianco, ascoltando mio padre che concionava sul tipo
di bicicletta pi adatto per i bambini della mia et, avevo capito che per l'anziana signora i miei genitori
e io rappresentavamo un ideale di felicit familiare. Questa rivelazione mi aveva messo addosso
un'ansia terribile, che era andata crescendo per tutta la mezz'ora che eravamo rimasti l.
Non avevo certo paura che i miei smettessero di colpo di fingere: non si sarebbero mai sognati
di cominciare neppure il pi blando dei loro litigi. Ma mi ero convinto che da un istante all'altro un
segno, magari persino un odore, avrebbe fatto scoprire alla signora l'enormit del suo sbaglio, e
aspettavo con terrore il momento in cui, all'improvviso, ci avrebbe guardati agghiacciata.
Seduto sul sedile posteriore della vecchia macchina, cercai di ricordare come fosse finito quel
pomeriggio, ma la mia mente divag e mi ritrovai a pensare a un pomeriggio completamente diverso, in
cui pioveva a dirotto e io mi ero rintanato in macchina per sfuggire ai litigi che infuriavano in casa.
Quel pomeriggio mi ero sdraiato a pancia in su sul sedile posteriore, con la testa schiacciata sotto il
bracciolo. Di l, tutto quello che vedevo erano le gocce di pioggia che scorrevano sul vetro dei
finestrini. In quel momento avevo desiderato solo di poter restare l indisturbato per ore e ore. Ma
sapevo per esperienza che a un certo punto mio padre sarebbe emerso dalla casa, sarebbe passato
accanto alla macchina e si sarebbe diretto verso il cancello per uscire in strada. Cos ero rimasto a
lungo con le orecchie tese, aspettando il rumore del chiavistello della porta.
Quando finalmente l'avevo sentito, ero scattato su e mi ero messo a giocare. Avevo mimato
un'emozionante zuffa per impossessarmi di una pistola caduta per terra, in modo da far credere di
essere troppo impegnato per accorgermi di qualcosa. Solo quando i passi bagnati erano giunti in fondo
al vialetto avevo osato fermarmi.
Inginocchiandomi in fretta sul sedile, avevo sbirciato cautamente dal lunotto posteriore, appena
in tempo per vedere mio padre con l'impermeabile addosso, fermo accanto al cancello, leggermente
ingobbito mentre apriva il paracqua. Un attimo dopo mio padre era uscito risolutamente in strada,
sparendo dalla mia vista.
Probabilmente mi ero assopito, perch mi svegliai di soprassalto e mi accorsi di essere ancora
seduto sul sedile posteriore del rottame, nella pi completa oscurit. Un po' spaventato, spinsi la
portiera pi vicina. Sulle prime non si mosse, poi cominci a cedere un po' per volta, finch potei
sgusciare fuori.
Stirandomi le pieghe del vestito, mi guardai intorno. La casa era tutta illuminata - si vedevano i
lampadari scintillare dietro le alte finestre - e accanto alla nostra macchina Sophie stava ancora
trafficando con i capelli di Boris. Io ero fuori dell'alone di luce della casa, ma Sophie e Boris
sembravano sotto un riflettore. Mentre li osservavo, vidi Sophie chinarsi verso lo specchietti laterale
per ritoccarsi il trucco.
Quando emersi dalle tenebre, Boris si gir verso di me. - Non arrivavi pi, - disse.
- Hai ragione, mi spiace.  meglio che entriamo, adesso.
- Solo un secondo, - mormor Sophie ansiosamente, ancora china sullo specchietto.
- Comincio ad avere fame, - mi disse Boris. - Quando torniamo a casa?
- Non preoccuparti. Non ci fermeremo molto. C' un sacco di gente che ci sta aspettando, quindi
dobbiamo almeno entrare a salutarla. Ma ce ne andremo quasi subito. Poi torniamo a casa e passiamo
una bella serata insieme. Solo noi tre.
- Possiamo giocare a Warlord?
- Ma certo, - dissi, contento che il bambino, almeno in apparenza, avesse dimenticato il nostro
precedente litigio. - Al gioco che preferisci. E anche se dopo averne cominciato uno vuoi cambiare
perch ti sei stufato o stai perdendo, nessun problema.
Questa sera si gioca a quello che vuoi tu. E se a un certo punto vuoi piantare l tutto per
chiacchierare un po', magari di pallone, non hai che da dirlo. Sar una serata magnifica, solo noi tre.
Ma prima leviamoci questo fastidio. Vedrai, sar meno peggio di quel che pensi.
- Sono pronta, - annunci Sophie, anche se subito dopo si chin un'ultima volta a guardarsi
nello specchietto.
Passammo sotto un arco di pietra ed entrammo nel cortile.
Mentre ci dirigevamo verso la porta d'ingresso, Sophie disse: Non mi spiace pi, sai? Ci vengo
volentieri.
- Magnifico, - le dissi. - Adesso rilassati e comportati normalmente. Andr tutto bene.
19.
La porta ci fu aperta da una pingue cameriera. Mentre, un po' spaesati, entravamo nell'ampio
vestibolo, la donna bofonchi: - Mi fa piacere rivederla, signore.
Solo quando udii queste parole mi accorsi di essere gi stato in quella casa: era la stessa in cui
mi aveva portato Hoffman la sera prima.
- Ah, s, - dissi, guardando le pareti rivestite di pannelli di quercia, - sono contento di essere di
nuovo qui. Come vede, questa volta ho portato la famiglia.
La cameriera non rispose. Poteva essere deferenza, ma quando la vidi imbronciata accanto alla
porta, non potei fare a meno di percepire una certa ostilit. Solo allora, sul tavolino rotondo di legno
accanto al portaombrelli, notai la mia faccia che mi sbirciava da un coacervo di riviste e giornali. Andai
verso il tavolino e tirai fuori l'edizione del pomeriggio della gazzetta locale: l'intera prima pagina era
occupata da una mia fotografia.
Sembrava scattata in un campo spazzato dal vento. Poi scorsi l'edificio bianco sullo sfondo e
ricordai la spedizione fotografica di quella mattina in cima alla collina. Mi avvicinai con il giornale a
una lampada e tenni l'immagine sotto la luce gialla.
La forza del vento mi gettava indietro i capelli. La cravatta era sospesa a mezz'aria dietro un
orecchio. Anche la giacca svolazzava alle mie spalle, dando l'impressione che indossassi una cappa. Ma
la cosa pi stupefacente era l'espressione di furia scatenata del mio volto. Agitavo un pugno al vento, e
sembrava che stessi lanciando un grido di guerra. Non riuscivo nel modo pi assoluto a capire come
potessi avere assunto una posa simile.
Il titolo - non c'erano altri testi in tutta la prima pagina proclamava: L'appello di Ryder.
Con un certo nervosismo aprii il giornale e mi trovai davanti sei o sette fotografie pi piccole,
semplici variazioni sul tema della prima pagina. Il mio atteggiamento bellicoso era palese in tutte
tranne due. In queste ultime, presentavo con fierezza l'edificio bianco alle mie spalle, sfoggiando uno
strano sorriso che rivelava ampiamente i miei denti inferiori ma nessuno dei superiori. Scorrendo le
colonne sotto le immagini, vidi che vi ricorreva spesso il nome di un certo Max Sattler.
- Avrei continuato volentieri a esaminare il giornale, ma mi venne il sospetto che l'ostilit della
cameriera fosse in qualche modo legata a quelle fotografie e cominciai a sentirmi a disagio.
Posai il giornale sul tavolino e mi allontanai, ripromettendomi di studiare con cura il servizio
pi tardi.
- Su,  ora di andare, - dissi a Sophie e a Boris, che stavano indugiando in mezzo al vestibolo.
Avevo parlato forte, e mi aspettavo che la cameriera sentisse e ci accompagnasse al ricevimento.
Invece la donna non si mosse. Dopo qualche istante di imbarazzo, le sorrisi e aggiunsi: - Ma certo,
ricordo la strada da ieri sera -. Detto questo, mi avviai verso la parte interna della casa facendo strada
agli altri.
In realt, l'edificio era un po' diverso da come me lo ricordavo, e presto ci trovammo in un
lungo corridoio rivestito di legno che mi era del tutto nuovo. Ma la cosa si rivel di scarsa importanza,
perch dopo pochi passi cominciammo a sentire un notevole brusio, e un attimo dopo ci affacciammo
sulla soglia di una stretta sala stipata di persone in abito da sera con un bicchiere da cocktail in mano.
L'ambiente mi parve subito molto pi piccolo del vasto salone da ballo in cui gli ospiti si erano
riuniti la sera prima.
Esaminandola meglio, vidi che in origine non doveva nemmeno essere una stanza, ma un
semplice corridoio, o al massimo un lungo vestibolo arcuato. La curvatura delle pareti lasciava pensare
che descrivessero addirittura un semicerchio, anche se dalla porta era impossibile dirlo con certezza.
Sul lato esterno le alte finestre, adesso protette dalle tende, sparivano dietro la curva; sulla parete
interna, invece, c'era una fila di porte.
Il pavimento era di marmo, dal soffitto pendevano lampadari, e qui e l per la sala erano sparse
le opere d'arte, su piedistalli o dentro eleganti mobiletti di vetro.
Ci fermammo sulla soglia a contemplare la scena, e io mi guardai intorno in cerca di qualcuno
che ci accompagnasse dentro, magari annunciasse addirittura il nostro arrivo. Restammo l ad aspettare
per un bel po', ma nessuno si fece avanti. Di tanto in tanto qualcuno si dirigeva frettolosamente verso di
noi, ma all'ultimo momento scoprivamo che stava puntando verso un altro invitato.
Diedi un'occhiata a Sophie. Teneva un braccio sulle spalle di Boris, e tutti e due fissavano la
folla con aria tesa.
- Su, entriamo, - dissi disinvoltamente. Muovemmo qualche passo dentro la sala, ma quasi
subito ci fermammo di nuovo.
Mi guardai intorno cercando Hoffman, o la signorina Stratmann, o qualcuno di conosciuto, ma
non vidi nessuno. Poi, mentre continuavo a passare con gli occhi da una faccia all'altra, mi venne in
mente che molte di quelle persone, forse, avevano partecipato al banchetto in cui Sophie era stata cos
spaventosamente maltrattata. All'improvviso vidi con grande chiarezza ci che Sophie aveva dovuto
sopportare, e mi sentii pericolosamente gonfio di rabbia. Anzi, mentre continuavo a guardarmi intorno,
scorsi almeno un gruppetto di invitati - dove la sala curvava sparendo dalla nostra vista - che
sicuramente erano da considerarsi tra i principali colpevoli. Li studiai attraverso la folla: gli uomini con
i loro sorrisetti compiaciuti, con quel modo di infilare e togliere la mano dalla tasca dei pantaloni con
aria tronfia, come per far vedere al mondo intero quanto si sentissero a loro agio in queste occasioni
mondane; le donne con i loro comici vestiti, con quel modo di ridere scuotendo la testa come se non
potessero farci niente. Era incredibile - assolutamente ridicolo - che persone simili avessero il coraggio
di schernire o di guardare dall'alto in basso il loro prossimo, per non parlare di Sophie. Anzi, non
vedevo per quale motivo non avrei dovuto andare immediatamente da loro per strigliarli a dovere sotto
gli occhi dei loro pari. Dopo avere mormorato qualcosa all'orecchio di Sophie per tranquillizzarla,
partii risoluto.
Mentre mi aprivo un varco nella folla, vidi che la sala girava veramente fino a formare un
ampio semicerchio. Adesso vedevo anche i camerieri allineati come sentinelle lungo la parete interna,
con i loro vassoi di bicchieri e salatini. Di tanto in tanto qualche invitato mi spingeva e si scusava con
garbo, oppure mi ritrovavo a scambiare un sorriso con qualcuno che cercava di avanzare nella direzione
opposta, ma stranamente nessuno sembrava riconoscermi. A un certo punto passai accanto a tre signori
di mezza et che per qualche ragione scuotevano il capo avviliti e notai che uno di loro teneva sotto il
braccio una copia dell'edizione pomeridiana del giornale. Vidi la mia faccia battuta dal vento fare
capolino dietro il suo gomito, e per un attimo mi domandai se la pubblicazione delle fotografie fosse in
qualche modo da collegare allo strano modo in cui, fino a quel momento, eravamo stati ignorati. Ma
ormai ero vicino alle persone che avevo preso di mira e non ci pensai pi.
Vedendomi arrivare, due del gruppo si fecero da parte come per accogliermi nel cerchio. Non
appena mi trovai in mezzo, capii che era in corso una discussione sulle opere d'arte esposte intorno a
noi; tutti stavano annuendo alle parole dell'ultimo che aveva parlato. Poi una delle donne disse: - S, 
evidente che si potrebbe tracciare una linea a met della sala, subito dopo questo Van Thillo -. E indic
una statuetta bianca su un piedistallo non lontano da noi. - Il giovane Oskar non ha mai avuto occhio. A
suo merito va detto che lo sapeva, ma purtroppo sentiva un obbligo, un obbligo morale nei confronti
della famiglia.
- Mi spiace, ma devo dare ragione ad Andreas, - disse uno degli uomini. - Oskar era troppo
orgoglioso. Avrebbe dovuto delegare.
Rivolgersi a persone con maggiore esperienza.
Poi uno degli altri, sorridendomi affabilmente, mi domand: - E lei che cosa ne pensa del
contributo di Oskar alla collezione?
Per un attimo la domanda mi colse alla sprovvista, ma non avevo nessuna intenzione di
lasciarmi sviare.
- Non ho nulla in contrario che ve ne stiate qui a discutere dell'inettitudine di Oskar, -
cominciai. - Ma mi sembra pi importante e pertinente...
- Mi pare esagerato,- mi interruppe una donna, - definire inetto il giovane Oskar.  vero che i
suoi gusti erano molto diversi da quelli di suo fratello, ed  anche vero che ha fatto qualche errore, ma
tutto sommato credo che abbia dato un'impronta piacevole alla collezione. Ha spezzato l'austerit.
Senza il suo contributo, la collezione sarebbe rimasta come una buona cena senza il dolce. Quel vaso
laggi, a forma di bruco, - e cos dicendo indic un punto in mezzo alla folla, -  veramente delizioso.
- Tutto questo mi sta bene... - riattaccai, accalorandomi, ma prima che potessi proseguire un
uomo disse in tono risoluto: - Il vaso a forma di bruco  l'unica, dico l'unica delle sue scelte che meriti
un posto qui dentro. Il guaio di Oskar era che non aveva il senso della globalit della collezione, del
suo equilibrio intrinseco.
Mi accorsi che stavo per esaurire la pazienza.
- Piantatela! - urlai. - Interrompete per un secondo queste ciance! Chiudete la bocca e lasciate
parlare anche gli altri, ascoltate qualcuno che viene da fuori, che non appartiene al mondo meschino e
ristretto in cui sguazzate tanto felicemente!
Feci una pausa e li guardai con occhio torvo. La mia veemenza aveva dato i suoi frutti, perch
tutti - quattro uomini e tre donne - mi guardavano sbalorditi. Ottenuta finalmente la loro attenzione,
riuscii di nuovo a dominare la mia rabbia, una sensazione molto gradevole, come se disponessi di
un'arma che potevo usare a mio piacimento. Abbassai la voce, che avevo alzato un po' pi di quanto
fosse nelle mie intenzioni, e continuai: - C' forse da stupirsi? C' forse da stupirsi se in questa
cittaduccia avete tanti problemi? Se, come a qualcuno di voi piace dire, siete in crisi? Se cos tanti di
voi sono infelici e delusi? C' forse qualcuno, qualcuno da fuori, che possa meravigliarsene? Che ne sia
sorpreso? Ci grattiamo forse la testa sbalorditi, noi osservatori che veniamo da un mondo pi grande e
pi vasto? Ci chiediamo forse come sia possibile che una citt come questa... - Sentii che qualcuno mi
toccava un braccio, ma ormai ero deciso a dire la mia. - Che una citt, una comunit come questa sia
preda di una crisi del genere? Siamo meravigliati? Costernati? No! Neanche per sogno! Uno arriva qui,
e che cosa vede immediatamente? Esemplificato, miei cari signori, dalla gente come voi? S, proprio da
voi! Perch voi impersonate... e vi chiedo scusa se sono ingiusto, se sotto le pietre e l'asfalto di questa
citt ci sono esempi ancora pi grossolani e mostruosi di voi... ma ai miei occhi lei, signore, e anche lei,
signora, s, per quanto mi spiaccia darvi questa notizia, s, voi esemplificate tutto ci che in questa citt
non funziona! - Mi accorsi che la mano che mi tirava la manica apparteneva a una delle donne del
gruppo, che per qualche ragione aveva allungato un braccio dietro la schiena dell'uomo che mi stava
accanto. Le diedi un'occhiata di sfuggita, poi continuai: Tanto per cominciare, vi mancano le buone
maniere. Guardate come vi comportate fra voi. Guardate come trattate la mia famiglia. E persino me,
un personaggio illustre, un vostro ospite. Ma guardatevi, tutti presi dai gusti artistici di Oskar. In altre
parole, cos ossessionati dai minuscoli mali interni di questa vostra presunta comunit da non
dimostrare nemmeno un minimo di buona educazione nei nostri confronti.
La donna che mi tirava per il braccio si era spostata ed era venuta a mettersi alle mie spalle.
Sentii che mi diceva qualcosa per cercare di strapparmi via di l. La ignorai e continuai: - E come 
crudele la sorte! Con tutti i posti che ci sono al mondo, proprio qui dovevano venire i miei genitori.
Proprio qui, a ricevere la vostra bella ospitalit. Ironia di un destino crudele! Dopo tutti questi anni, con
tutti i posti che ci sono, proprio qui, da gente come voi, dovevano venire! E dire che i miei poveri
genitori affrontano questo viaggio per sentirmi suonare per la prima volta in vita loro! Pensate che mi
rallegri l'idea di essere obbligato a lasciarli nelle mani di persone come lei, e lei, e lei?
- Signor Ryder, signor Ryder... - La donna accanto a me mi stava tirando il braccio ormai da un
pezzo; solo allora mi accorsi che altri non era se non la signorina Collins. Questa scoperta smorz il
mio impeto, e prima che me ne accorgessi la donna era gi riuscita a trascinarmi via dal gruppo.
- Ah, signorina Collins, - le dissi un po' confuso. - Buona sera.
- Sa, signor Ryder, - cominci l'anziana signorina, continuando a tirarmi. - Sono sinceramente
meravigliata, bisogna che glielo dica. Parlo del modo in cui la gente si lascia incantare.
Un'amica mi ha appena detto che tutta la citt ne parla. Oh, mi ha assicurato che si tratta di
pettegolezzi estremamente affettuosi! Ma proprio non capisco la ragione di tanto scalpore.
Solo perch oggi sono andata allo zoo! Proprio non lo capisco. Io ho acconsentito perch mi
hanno convinta che era nell'interesse di tutti che Leo, domani sera, non facesse fiasco. Per questo ho
acconsentito a farmi trovare l, solo per questo. E poi, ammetto che non mi spiaceva l'idea di dire due
parole di incoraggiamento a Leo, adesso che  un po' che non beve pi. Mi sembrava giusto dargliene
atto. Le assicuro, signor Ryder, che se Leo, in un momento qualsiasi di questi ultimi vent'anni, avesse
smesso di bere per un periodo cos lungo, avrei fatto esattamente lo stesso. Ma finora, purtroppo, non
era mai capitato. Davvero, nella mia visita di oggi allo zoo non c'era niente di speciale.
Aveva smesso di tirarmi, ma continuava a tenere il suo braccio infilato nel mio. Cominciammo
a passeggiare lentamente nella calca.
- Ne sono sicuro anch'io, signorina Collins, - dissi. - E mi creda, poco fa, quando mi sono
avvicinato, non avevo alcuna intenzione di sollevare l'argomento dei rapporti fra lei e il signor
Brodsky. A differenza della stragrande maggioranza di questa citt, io preferisco non ficcare il naso
nelle sue faccende private.
- Lei  una persona molto ammodo, signor Ryder. Ma come le dico, l'incontro di questo
pomeriggio non ha avuto alcun significato particolare. La gente sarebbe cos delusa se lo sapesse. Tutto
quel che  successo  che Leo  venuto verso di me e mi ha detto: Sei incantevole, oggi. Che altro ci
si poteva aspettare da Leo dopo vent'anni in stato di ubriachezza? E in pratica la storia finisce qui
Naturalmente, l'ho ringraziato, e gli ho detto che era un pezzo che non lo vedevo cos bene. Allora lui si
 guardato la punta delle scarpe, una cosa che non ricordo di avergli mai visto fare quando era pi
giovane. A quei tempi non avrebbe tenuto un atteggiamento cos timido. S, il suo fuoco si  spento, me
ne sono accorta. Ma  stato sostituito da qualcosa di pi ponderato. Be', eccolo l che si fissa la punta
delle scarpe, mentre il signor von Winterstein e gli altri consiglieri temporeggiavano a qualche passo di
distanza, guardando dall'altra, fingendo di essersi dimenticati di noi.
Allora ho fatto un commento sul tempo, e Leo ha alzato gli occhi e ha detto che s, gli alberi
erano magnifici. Poi ha cominciato a parlarmi degli animali che gli erano piaciuti di pi. Era chiaro che
non aveva prestato assolutamente attenzione, perch ha detto: Mi piacciono proprio questi animali.
Gli elefanti, i coccodrilli, gli scimpanz. Be', la gabbia delle scimmie era vicina, e senza dubbio vi era
passato davanti, ma ero sicura che non avesse ancora visto n gli elefanti n i coccodrilli, e gliel'ho
fatto notare. Ma Leo ha sollevato la mano come per dirmi che la cosa non aveva nessuna importanza.
Poi di colpo gli ho visto un'ombra di panico negli occhi. Forse perch in quel momento il signor von
Winterstein aveva mosso qualche passo verso di noi. Vede, eravamo rimasti intesi che avrei scambiato
due parole con Leo, ma proprio due di numero. Il signor von Winterstein mi aveva assicurato che dopo
circa un minuto si sarebbe intromesso. Avevo posto io questa condizione, ma non appena abbiamo
cominciato a chiacchierare quel minuto mi  parso disperatamente corto. Anch'io ho cominciato a
paventare la vicinanza del signor von Winterstein. Leo, comunque, deve avere intuito che il tempo
stringeva, perch  andato subito al sodo.
Ha detto: Perch non proviamo a vivere di nuovo insieme? Siamo ancora in tempo. Deve
ammettere, signor Ryder, che dopo tutti questi anni era una proposta un po' brusca, anche tenuto conto
del limitato tempo a nostra disposizione. Ho semplicemente risposto: Ma che cosa faremmo insieme?
Non abbiamo quasi nulla in comune, ormai. E per un paio di secondi l'ho visto perplesso, come se
avessi fatto un'obiezione cui non aveva mai pensato. Poi ha indicato la gabbia davanti a noi e ha detto:
Potremmo tenere un animale. Potremmo volergli bene e occuparci di lui insieme.
Forse  proprio questo che ci  mancato l'altra volta. Io non sapevo bene che cosa rispondere,
cos siamo rimasti in silenzio.
Ho visto che il signor von Winterstein veniva verso di noi, poi, per, deve avere notato qualcosa
nel nostro atteggiamento, perch ha cambiato idea e si  allontanato di nuovo, mettendosi a
chiacchierare con il signor von Braun. A questo punto Leo ha alzato un dito, un gesto che ha sempre
fatto, ha alzato un dito e ha detto: Io avevo un cane, come sai, ma  morto ieri. I cani non vanno bene.
Sceglieremo un animale che viva di pi. Venti, venticinque anni. In questo modo, se lo tratteremo bene,
moriremo prima noi, e non dovremo piangerlo. Visto che non abbiamo mai avuto dei figli, prendiamo
un animale. A questo ho risposto: Nel tuo ragionamento c' una pecca. Anche se il nostro adorato
animale dovesse vivere pi a lungo di noi,  assai improbabile che tu e io moriamo lo stesso giorno.
Magari non dovrai piangere l'animale, ma se io, per esempio, morissi prima di te, ti toccherebbe
piangere me. E lui ha ribattuto in fretta: Be', sempre meglio che non avere nessuno che ti pianga
dopo che te ne sei andata. Oh, non ho di questi problemi, gli ho detto, e gli ho fatto notare che in
questi anni ho aiutato parecchia gente qui in citt, e che quando morir non mancheranno certo le
persone disposte a piangermi. E lui: Non si sa mai. Di qui in avanti le cose potrebbero mettersi bene
per me. Anch'io potrei avere molta gente disposta a piangermi quando morir. Magari centinaia di
persone. Poi ha aggiunto: Ma in realt non saprei che cosa farmene, se poi nessuna di loro mi volesse
veramente bene. Sarei pronto a scambiarle tutte per una donna che mi abbia amato e che io abbia
amata. Devo ammettere, signor Ryder, che questa conversazione mi stava rattristando un po', e non mi
 venuto in mente nient'altro da dire. Poi Leo ha aggiunto: Se avessimo avuto dei figli, che et
avrebbero adesso? Ormai sarebbero bellissimi. Come se ci volessero anni per diventare belli! Poi ha
ripetuto: Ma visto che non abbiamo avuto figli, prendiamo un animale. E quando ha ripetuto queste
parole, be', probabilmente mi sono sentita un po' confusa e ho lanciato un'occhiata al signor von
Winterstein, che si trovava alle spalle di Leo, e lui  subito venuto verso di noi dicendo qualcosa di
scherzoso. E questo  tutto. Fine della nostra conversazione.
Stavamo ancora vagando lentamente per la sala a braccetto. Mi occorse qualche istante per
assimilare il racconto, poi dissi: - Se la memoria non mi tradisce, signorina Collins, l'ultima volta che ci
siamo visti ha avuto la cortesia di invitarmi a casa sua per discutere dei miei problemi. Per una strana
ironia della sorte, per, mi sembra che ci sia molto pi da discutere sulle decisioni che attendono lei.
Mi chiedo proprio che cosa decider di fare. Se mi permette, lei si trova a una specie di bivio.
La signorina Collins rise. - Oh, cielo, signor Ryder, sono troppo vecchia per trovarmi a un
bivio. Ed  davvero troppo tardi perch Leo venga a dirmi certe cose. Se tutto ci fosse successo sette o
otto anni fa... - La donna sospir, e per lo spazio di un secondo il suo volto fu attraversato da una
profonda tristezza.
Ma subito ricomparve il suo sorriso garbato. - Non  il momento di abbandonarsi a una nuova
serie di speranze, di paure e di sogni. S, s, lei si affretter a dire che non sono ancora cos vecchia, che
la mia vita  tutt'altro che finita. La ringrazio.
Ma di fatto  troppo tardi, e poi... be', diciamo che verrebbe fuori un pasticcio se andassimo a
complicarci le cose adesso.
Ah, il Mazursky! Non cessa di affascinarmi! - Mi indic un gatto di argilla rossa montato su un
sostegno. - No, Leo ha gi provocato abbastanza scompiglio nella mia esistenza. Da molto tempo ormai
mi sono costruita una vita diversa. Lo chieda pure in giro; molti, cos almeno spero, le diranno che ho
assolto piuttosto bene i miei doveri. Che mi sono prodigata per aiutare il prossimo in un periodo di
crescenti difficolt. Naturalmente, nulla che vedere con ci che ha fatto lei, signor Ryder. Ma ci non
significa che non provi una certa soddisfazione quando mi guardo alle spalle e vedo ci che sono
riuscita a fare. S, nel complesso sono pi che soddisfatta della vita che ho condotto dopo avere lasciato
Leo, e preferisco che le cose rimangano come stanno.
- Ma signorina Collins. Non pensa di dover valutare attentamente la situazione? Non capisco
perch, dopo tante opere buone, non le sembri una bella ricompensa poter trascorrere la sera della vita
con l'uomo che... mi scusi... con l'uomo che, in qualche modo, lei deve amare ancora. Altrimenti non si
spiegherebbe perch abbia continuato a vivere qui per tutti questi anni. E perch non abbia mai preso in
considerazione la possibilit di risposarsi.
- Oh, l'ho presa in considerazione, signor Ryder. Ho conosciuto almeno tre uomini con i quali
mi sarei potuta sistemare. Ma non erano... non erano gli uomini che facevano per me. Forse in quello
che dice c' una punta di vero. La presenza di Leo nei paraggi mi impediva di provare sufficiente
affetto per altri. Be', in ogni caso sto parlando di molto tempo fa. Lei mi chiede, e posso anche capirlo,
perch non dovrei finire i miei giorni con Leo. Be', ragioniamoci su un momento. Adesso Leo  sobrio
e calmo. Rimarr cos a lungo? Forse. Una probabilit c', lo ammetto. Soprattutto se adesso otterr
qualche riconoscimento, se diventer di nuovo un personaggio celebre con grandi responsabilit. Ma se
io accettassi di tornare a vivere con lui, be', le cose cambierebbero. Ben presto Leo deciderebbe di
distruggere tutto ci che ha costruito, esattamente come ha fatto la volta scorsa. Con quali conseguenze
per tutti? Con quali conseguenze per questa citt? In realt, signor Ryder, penso che sia mio dovere di
cittadina non accettare le sue proposte.
- Mi perdoni, signorina Collins, ma non posso fare a meno di pensare che lei sia la prima a
essere poco convinta di questi ragionamenti. Che nell'intimo lei abbia sempre aspettato e aspettato di
poter riprendere la sua vecchia vita con il signor Brodsky. Che tutte le sue opere buone, per le quali non
dubito che gli abitanti di questa citt le conserveranno eterna gratitudine, siano state un semplice
passatempo per tirare avanti nell'attesa.
La signorina Collins inclin il capo e riflett sulle mie parole con un sorrisetto divertito.
- Forse non ha tutti i torti, signor Ryder, - disse alla fine.
- Forse non mi rendevo conto di come passasse in fretta il tempo.
Me ne sono accorta solo recentemente; l'anno scorso, per l'esattezza. Ho capito che stavamo
invecchiando tutti e due, e che probabilmente era troppo tardi per illuderci di poter tornare sui nostri
passi. S, forse ha ragione lei. Quando ho lasciato Leo, non pensavo a una cosa definitiva. Ma ho
davvero aspettato, come sostiene lei? Questo non lo so. Sono sempre vissuta alla giornata. E adesso
scopro che il tempo  fuggito. Ma se mi volto indietro a guardare la mia vita, se ripenso al modo in cui
l'ho spesa, non ne sono insoddisfatta. E mi piacerebbe concluderla cos, senza cambiamenti. Perch
dovrei cacciarmi nei guai con Leo e il suo animale? No, verrebbe fuori un pasticcio.
Stavo per ribadire, nel pi gentile dei modi, che ero assai scettico sul fatto che fosse davvero
convinta di ci che diceva, quando mi accorsi che al mio fianco c'era Boris.
- Dobbiamo andare subito a casa, - disse il bambino. - La mamma sta crollando.
Guardai nella direzione che mi stava indicando. Sophie era pi o meno dove l'avevo lasciata io,
completamente sola, senza un cane con cui parlare. Sulla faccia conservava un flebile sorriso, sebbene
non avesse nessuno cui rivolgerlo. Teneva le spalle curve, e i suoi occhi sembravano fissi sulle scarpe
del gruppo di invitati pi vicino.
La situazione era chiaramente disperata. Trattenendo la rabbia nei confronti dell'intera sala,
dissi a Boris: - S, hai ragione.
Meglio andare. Va' a prendere tua madre. Cercheremo di battercela senza che ci vedano. Al
ricevimento siamo venuti, quindi nessuno potr lamentarsi.
Ricordavo, dalla sera prima, che la casa confinava con l'albergo. Quando Boris scomparve nella
folla, mi girai a guardare la fila di porte lungo il muro, cercando di rammentare quale avessi preso con
Stephan Hoffman per ritrovarmi nel corridoio dell'albergo. Ma in quel momento la signorina Collins,
che mi teneva ancora per il braccio, riprese a camminare, dicendo: - Se devo essere sincera, ma proprio
sincera, allora mi tocca riconoscerlo. S, nei momenti meno razionali, l'ho anche sognato.
- Sognato che cosa, signorina Collins?
- Be', tutto. Tutto quello che sta succedendo adesso. Che Leo si redimesse, che ottenesse in
questa citt una posizione degna di lui. Che le cose tornassero come prima, che gli anni terribili
venissero relegati per sempre nel passato. S, devo riconoscerlo, signor Ryder.  facile, alla luce del
giorno, essere saggi e ragionevoli. Ma di notte  tutt'altra cosa. Molto spesso, in questi anni, mi
svegliavo nel cuore della notte e restavo l, sdraiata nell'oscurit, a sognare che potesse succedere
qualcosa di questo genere. E adesso che comincia a succedere per davvero, mi sento confusa. Ma vede,
in realt non sta cominciando un bel niente. Oh, forse Leo riuscir a combinare qualcosa; una volta era
molto dotato, e il suo talento non pu essere sparito nel nulla. E bisogna anche dire che prima di oggi
non aveva mai avuto un'opportunit, una vera opportunit. Ma per quanto riguarda noi due  troppo
tardi. Checch ne dica lei,  sicuramente troppo tardi.
- Signorina Collins, mi piacerebbe molto poter approfondire meglio l'argomento con lei. Ma
ora, purtroppo, temo di dover andare.
Mentre dicevo queste parole, vidi Sophie e Boris venire verso di me attraverso la sala. Liberai il
braccio dalla signorina Collins ed esaminai di nuovo le porte, facendo qualche passo indietro per
abbracciare con lo sguardo anche quelle nascoste dietro la curva. Le studiai a una a una; mi parevano
tutte vagamente familiari, ma di nessuna avrei potuto giurare che fosse quella giusta. Pensai di chiedere
a qualcuno, poi cambiai idea per timore di attirare l'attenzione sulla nostra partenza anticipata.
Ancora dubbioso, condussi Sophie e Boris verso le porte. Non so perch, mi vennero in mente
le numerose scene cinematografiche in cui un personaggio, desiderando fare un'uscita in grande stile,
spalanca la porta sbagliata ed entra in un armadio. Anche se per il motivo opposto - io volevo
andarmene di soppiatto, in modo che pi tardi nessuno sapesse dire con certezza quando ci era
avvenuto - era altrettanto importante evitare una simile calamit.
Alla fine scelsi la porta di mezzo, semplicemente perch era la pi imponente. I pannelli
profondamente incassati erano abbelliti da intarsi di madreperla; a destra e a sinistra c'erano due
colonne di pietra. E in quel momento, davanti a ciascuna colonna, c'era un cameriere in uniforme,
rigido come una sentinella. Una porta cos maestosa, pensai, anche se non direttamente nell'albergo, ci
avrebbe sicuramente condotti in un posto di un certo rilievo, da cui avremmo potuto cercarci la strada
lontano dagli occhi della gente.
Facendo segno a Sophie e a Boris di seguirmi, scivolai verso la porta, poi, rivolto un brusco
cenno del capo ai camerieri, come per dire: Non occorre che vi scomodiate, so dove sto andando, la
aprii di scatto. Con mio grande orrore, si avver ci che pi avevo temuto: dietro la porta c'era
l'armadio delle scope, pieno, tra l'altro, da scoppiare. Parecchie ramazze rotolarono fuori e caddero sul
pavimento di marmo con gran fracasso, spargendo dappertutto una sostanza ovattata e scura.
Guardando nell'armadio, vidi un ammasso disordinato di secchi, stracci unti e bombolette di prodotti
per la pulizia.
- Mi scusi, - mormorai al pi vicino dei camerieri, che si era precipitato a raccogliere le scope, e
mentre la gente cominciava a guardarci con riprovazione mi diressi in tutta fretta verso la porta
accanto.
Non volendo commettere due volte lo stesso errore, cominciai ad aprirla lentamente, con grande
cautela. Anche se mi sentivo molti occhi puntati sulla schiena, anche se il brusio stava aumentando e se
una voce accanto a me aveva detto: Santo cielo, ma quello non  il signor Ryder?, non mi lasciai
prendere dal panico; tirai la porta verso di me un centimetro per volta, sbirciando dentro lo spiraglio per
assicurarmi che non ci fosse nulla sul punto di cadermi addosso. Quando, con gran sollievo, vidi che la
porta dava su un corridoio, mi infilai dentro in fretta e furia e feci un cenno imperioso a Sophie e a
Boris.
20.
Richiusi la porta alle loro spalle, poi tutti e tre ci guardammo intorno. Con una sensazione di
trionfo, vidi che al secondo tentativo avevo fatto la scelta giusta. Eravamo proprio nel lungo corridoio
buio che passava davanti al soggiorno dell'albergo e sbucava nell'atrio. Sulle prime restammo immobili,
un po' storditi dall'improvviso silenzio dopo il chiasso della galleria. Poi Boris sbadigli e disse: - Che
festa noiosa.
- Atroce, - dissi, di nuovo furioso con tutti gli invitati del ricevimento, dal primo all'ultimo. -
Che gentaglia patetica. Non hanno la minima idea di come ci si comporti -. Poi aggiunsi: - La mamma
era la donna pi bella, l dentro. Vero, Boris?
Sophie ridacchi nell'oscurit.
- Sul serio, - ribadii. - Era di gran lunga la pi bella.
Boris sembrava sul punto di dire qualcosa, ma in quel momento udimmo un rumore strisciante.
Non appena i miei occhi cominciarono ad abituarsi all'oscurit che ci avvolgeva, scorsi in fondo al
corridoio la sagoma di una grande bestia che ci veniva incontro lentamente, emettendo un fruscio a
ogni passo.
Anche Sophie e Boris si erano accorti della sua presenza, e per un momento rimanemmo tutti e
tre paralizzati. Poi Boris esclam in un sussurro: -  il nonno!
Vidi allora che la bestia era davvero Gustav: piegato in due, teneva una valigia sotto il braccio,
un'altra per il manico, e ne tirava una terza - la fonte del rumore strisciante - dietro di s. Per un
momento ebbi l'impressione che non avanzasse affatto e si dondolasse piano piano sul posto.
Boris corse verso di lui, mentre Sophie e io seguivamo un po' esitanti. Quando fummo pi
vicini, Gustav s accorse finalmente della nostra presenza, si ferm e raddrizz un po' la schiena.
Nell'oscurit non riuscivo a distinguere l'espressione del suo volto, ma quando parl la sua voce
mi parve allegra.
- Boris. Che bella sorpresa.
-  il nonno! - esclam Boris di nuovo. Poi disse: - Sei occupato?
- Oh, s, il lavoro non manca.
- Devi essere molto occupato -. C'era una strana tensione nella voce di Boris. - Molto, molto
occupato.
- S, - disse Gustav, riprendendo fiato. - Abbiamo parecchio da fare.
Mi avvicinai di un passo e dissi a Gustav: - Ci spiace averla interrotta durante il lavoro.
Veniamo da un ricevimento, ma adesso stiamo andando a casa. Per una cena con i fiocchi.
- Ah, - disse il facchino guardandoci. - Ah, s.  una bella idea. Mi fa proprio piacere vedervi
tutti e tre insieme -. Poi, rivolto a Boris, aggiunse: - Come stai, Boris? E tua madre come sta?
- La mamma  un po' stanca, - disse il bambino. - Non vediamo l'ora di metterci a tavola. E
dopo giocheremo a Warlord.
- Magnifico. Sono sicuro che vi divertirete. Be'... - Gustav fece una breve pausa, poi aggiunse: -
Meglio che mi rimetta al lavoro. In questo momento siamo oberati dalle cose da fare.
- S, - disse Boris sottovoce.
Gustav scompigli i capelli del bambino. Poi si curv di nuovo e ricominci a tirare.
Allungando una mano verso Boris, lo scostai dal suo percorso. Forse perch lo stavamo osservando,
forse perch la sosta gli aveva ridato le forze, il facchino ci pass accanto con andatura pi risoluta. Mi
avviai verso l'atrio, ma Boris sembrava restio a seguirmi e continuava a girarsi per guardare in fondo al
corridoio, dove nell'oscurit si intravedeva ancora la sagoma ingobbita del nonno.
- Su, sbrighiamoci, - dissi, mettendogli un braccio sulle spalle. - Non cominciate anche voi ad
avere fame?
Ripresi a camminare, ma dietro di me sentii Sophie che diceva: - No, da questa parte -. Mi girai
e la vidi piegata accanto a una porticina che fino a quel momento mi era sfuggita. In realt, anche se
l'avessi notata prima, l'avrei presa per un semplice armadio, visto che mi arrivava non pi in alto della
spalla. Ma ora Sophie la stava tenendo aperta, e Boris, con l'aria di chi l'aveva gi fatto spesso, si infil
dentro. Sophie continu a tenere la porta, e dopo una breve esitazione mi chinai anch'io e seguii il
bambino.
Avevo quasi temuto di finire in un cunicolo e di dover strisciare sulle mani e sulle ginocchia,
invece mi trovai in un altro corridoio, se possibile ancora pi spazioso di quello che avevamo appena
lasciato, anche se chiaramente di servizio. Il pavimento era nudo, e lungo il muro c'erano tubature
scoperte.
Eravamo di nuovo nella semioscurit, ma poco pi avanti si vedeva sul pavimento la striscia di
luce di una lampadina elettrica.
Facemmo qualche passo in quella direzione, poi Sophie si ferm di nuovo e spinse la sbarra di
una porta antincendio. Un attimo dopo eravamo fuori, in una tranquilla stradina laterale.
Era una bella notte stellata. Guardandomi intorno, vidi che la strada era deserta e che tutti i
negozi erano chiusi. Mentre ci incamminavamo, Sophie disse allegramente: -  stata una sorpresa
incontrare il nonno. Vero, Boris?
Il bambino non rispose. Ci precedeva a grandi passi, borbottando sottovoce fra s e s.
- Chiss come sarai affamato? - mi disse Sophie. - Spero solo che ci sia abbastanza da
mangiare. Mi sono lasciata prendere la mano mentre preparavo tutti quegli stuzzichini, e mi sono
dimenticata di fare un bel piatto sostanzioso. Questo pomeriggio mi sembrava che ci fosse roba in
abbondanza, ma adesso, ripensandoci...
- Non essere sciocca, baster, - dissi. - E poi  proprio quello di cui ho voglia. Tante cosette da
piluccare. Capisco perch a Boris piaccia mangiare cos.
- Lo faceva anche mia madre, quando ero piccola. Per le serate speciali. Non per i compleanni o
per Natale. In quelle occasioni mangiavamo come tutti gli altri. Ma nelle serate che volevamo rendere
speciali, in cui c'eravamo solo noi tre, mia madre preparava tanti piattini deliziosi da piluccare. Poi,
quando ci siamo trasferiti, la mamma non stava pi bene, cos l'abitudine si  un po' persa. Spero di
avervi fatto abbastanza da mangiare.
Dovete avere tutti e due una fame da lupi -. Poi improvvisamente Sophie aggiunse: - Mi spiace.
Questa sera non sono stata gran che, vero?
La rividi sola e inerme in mezzo alla calca della galleria, e le misi un braccio intorno alle spalle.
Sophie reag stringendosi a me, e per qualche minuto camminammo cos, in silenzio, attraversando una
serie di vie deserte. A un certo punto Boris venne a mettersi al nostro fianco per chiedere: - Posso
mangiare sul divano, questa sera?
Sophie riflett un istante, poi disse: - Va bene. Ma solo per questa sera.
Boris ci cammin accanto per un pezzo, poi domand: - Posso mangiare sdraiato sul
pavimento?
Sophie rise. - Solo per questa sera, Boris. Domani mattina, a colazione, dovrai sederti di nuovo
a tavola.
La concessione parve rendere felice il bambino, che corse avanti pieno di entusiasmo.
Dopo un po' ci fermammo davanti a una porta schiacciata tra la bottega di un barbiere e una
panetteria. La via, gi stretta, era resa ancora pi angusta dalle numerose automobili posteggiate sui
marciapiedi. Mentre Sophie cercava la chiave, alzai gli occhi e vidi che sopra i negozi c'erano altri
quattro piani. Qualche finestra era illuminata, e si udiva un debole suono di televisione.
Seguii madre e figlio su per due rampe di scale. Mentre Sophie apriva la porta d'ingresso, mi
colp un pensiero. Si aspettavano che mi comportassi come uno di casa o - cosa altrettanto probabile -
come un ospite? Entrando, mi ripromisi di osservare attentamente il comportamento di Sophie e di
regolarmi di conseguenza. Non appena ebbe richiuso la porta alle nostre spalle, Sophie annunci che
doveva accendere il forno e spar.
Boris, invece, si tolse la giacca, la scagli per terra e part di corsa ululando come una sirena
della polizia.
Rimasto solo nell'ingresso, ne approfittai per darmi un'occhiata intorno. Evidentemente, sia
Sophie sia Boris davano per scontato che sapessi orientarmi; e in effetti, mentre osservavo le molte
porte semiaperte che avevo davanti a me, o la sudicia tappezzeria gialla con il suo sbiadito disegno
floreale, o le tubature esterne che andavano dal pavimento al soffitto dietro l'appendiabiti, quell'entrata
cominci a diventarmi vagamente familiare.
Dopo qualche minuto passai in soggiorno. Sebbene molti particolari mi fossero nuovi - la
coppia di vecchie poltrone sfondate ai due lati del camino in disuso erano sicuramente un acquisto
recente - ebbi l'impressione di ricordare questa stanza pi chiaramente dell'ingresso. Il grande tavolo da
pranzo ovale spinto contro la parete, la seconda porta che dava in cucina, l'informe divano scuro e lo
stracco tappeto arancione mi erano sicuramente noti. La luce appesa al soffitto - una lampadina coperta
da un paralume di chintz - proiettava intorno un ricamo di ombre che mi impediva di capire se sulla
tappezzeria vi fossero macchie di umidit. Boris era sdraiato a pancia in gi in mezzo alla stanza; non
appena mi avvicinai, si rotol sulla schiena.
- Ho deciso di tentare un esperimento, - dichiar, non capii bene se rivolto al soffitto o a me. -
Terr il collo cos.
Abbassai lo sguardo e vidi che aveva incassato il collo tra le spalle e premeva il mento contro le
clavicole.
- Vedo. E per quanto tempo hai intenzione di restare in quella posizione?
- Almeno ventiquattro ore.
- Molto bene, Boris.
Lo scavalcai e proseguii per la cucina. Anche quella stanza lunga e stretta era innegabilmente
familiare. Le pareti sporche, le tracce di ragnatele sulla cornice, la lavatrice sgangherata andavano tutte
a solleticare fastidiosamente la mia memoria.
Sophie aveva indossato un grembiule e si era inginocchiata per mettere qualcosa dentro il forno.
Quando entrai, alz gli occhi, fece un commento a proposito della cena, mi indic il forno e rise
allegramente. Risi anch'io, poi, dando un'ultima occhiata alla cucina, mi girai e tornai in salotto.
Boris era ancora sdraiato per terra; sentendomi entrare, s'affrett ad accorciare di nuovo il collo.
Non gli prestai attenzione e andai a sedermi sul divano. Sul tappeto c'era un giornale; lo raccolsi,
pensando che potesse trattarsi dell'edizione con le mie fotografie. In realt il giornale era di parecchi
giorni prima, ma decisi lo stesso di sfogliarlo. Mentre leggevo l'articolo in prima pagina - un'intervista
a von Winterstein sui progetti per la conservazione della citt vecchia - Boris rest sdraiato sul tappeto,
senza parlare, emettendo di tanto in tanto qualche piccolo suono da robot. Ogni volta che gli lanciavo
un'occhiata, vedevo che aveva ancora il collo incassato; decisi di non rivolgergli la parola fino a
quando non avesse smesso quel ridicolo gioco. Non avrei saputo dire se accorciasse il collo ogni volta
che intuiva che stavo per guardarlo o se lo tenesse contratto in continuazione, ma presto smisi di
occuparmene. Che se ne stia l, pensai, e andai avanti a leggere.
Dopo una ventina di minuti Sophie entr con un vassoio pieno di roba da mangiare. Vidi dei
vol-au-vent, degli involtini piccanti, delle tortine, tutti di piccole dimensioni e in gran parte molto
raffinati. Sophie pos il vassoio sulla tavola.
- Come siete silenziosi, - disse, guardandosi intorno. - Su, adesso godiamocela. Guarda, Boris!
E di l c' un altro vassoio cos. Con tutte le cose che preferisci! Senti, perch non scegli un gioco
mentre io vado a prendere il resto?
Non appena Sophie spar in cucina, Boris scatt in piedi, si avvicin al tavolo e si cacci in
bocca una tortina. Ebbi la tentazione di fargli notare che il suo collo era tornato alla normalit, ma alla
fine decisi di continuare a leggere il giornale senza parlare. Boris ricominci a fare la sirena, attravers
di corsa il salotto e si ferm nell'angolo opposto, davanti a un alto armadio. Ricordai che l dentro
teneva tutti i suoi giochi di societ; le larghe scatole piatte erano precariamente impilate sopra altri
giochi e oggetti di casa.
Boris rimase per un po' a guardare l'armadio, poi di colpo ne spalanc la porta.
- A che cosa giochiamo? - domand.
Feci finta di non sentire e continuai a leggere. Vedevo Boris, con la coda dell'occhio. Dapprima
il bambino si gir verso di me, poi, quando cap che non gli avrei risposto, torn a esaminare l'armadio.
Per qualche istante rimase l a contemplare la pila dei giochi, allungando di tanto in tanto un dito per
toccare lo spigolo di una delle scatole.
Sophie torn con un secondo vassoio. Mentre sistemava le cose in tavola, Boris le si avvicin.
Sentii che madre e figlio litigavano sottovoce.
- Hai detto che potevo mangiare per terra, - sosteneva Boris.
Dopo un po' venne di nuovo a stravaccarsi sul tappeto davanti ai miei piedi, portando con s un
piatto traboccante.
Mi alzai e mi avvicinai alla tavola. Mentre prendevo un piatto ed esaminavo i manicaretti,
Sophie mi girell intorno con aria inquieta.
- Hanno un aspetto magnifico, - dissi, servendomi.
Tornato sul divano, scoprii che mettendo il piatto sul cuscino accanto a me potevo mangiare e
leggere allo stesso tempo. Avevo deciso di esaminare molto attentamente il giornale, studiandone
persino gli annunci economici. Tenni fede al mio progetto, allungando la mano verso il piatto senza
nemmeno staccare gli occhi dalla carta stampata.
Nel frattempo Sophie era andata a sedersi per terra vicino a Boris; di tanto in tanto gli chiedeva
se gli piacesse una particolare tortina di carne, oppure come stesse un suo compagno di scuola. Ma ogni
volta che cercava di avviare una conversazione in questo modo, Boris aveva la bocca piena e
rispondeva solo a grugniti. Alla fine Sophie disse: - Allora, Boris, hai scelto il gioco?
Sentii gli occhi di Boris posarsi su di me. Poi il bambino disse sottovoce: - Per me  lo stesso.
- Per te  lo stesso? - Sophie sembrava incredula. Dopo una lunga pausa aggiunse: - Va bene. Se
davvero non te ne importa niente, lo scelgo io -. Sentii che si alzava dal pavimento. - E lo scelgo subito.
Questa strategia parve ottenere lo scopo. Scattando in piedi, Boris segu la madre fino
all'armadio. Li sentii confabulare di fronte alla pila di scatole. Parlavano sottovoce, come se temessero
di disturbarmi mentre leggevo. Alla fine tornarono a sedersi sul pavimento.
- Di, prepariamolo subito, - disse Sophie. - Possiamo cominciare a giocare mentre mangiamo.
Quando li guardai di nuovo, vidi che avevano aperto il tabellone e che Boris stava preparando le
carte e le fiches di plastica con un certo entusiasmo. Fui dunque stupito, qualche minuto pi tardi, di
sentire Sophie che diceva: - Che cosa c'? L'hai voluto tu questo gioco.
-  vero.
- E allora che cosa c', Boris?
Ci fu una pausa, poi Boris rispose: - Sono troppo stanco. Come pap.
Sophie sospir. Ma all'improvviso disse in tono pi vivace: - Boris, pap ti ha comprato un
regalo.
Non potei fare a meno di dare una sbirciatina da dietro il giornale; vidi che Sophie mi stava
sorridendo con aria complice.
- Posso darglielo adesso? - mi domand.
Non avevo la minima idea di che cosa stesse parlando; la guardai senza capire, ma Sophie si
alz e usc dalla stanza. Un attimo dopo torn con il logoro manuale del tuttofare che avevo comprato
al cinema la sera prima. Boris, dimenticando la sua presunta stanchezza, balz in piedi, ma Sophie
tenne il libro fuori della sua portata, stuzzicandolo.
- Ieri pap e io siamo usciti insieme, - disse. - Abbiamo passato una magnifica serata, e sul pi
bello lui si  ricordato di te e ti ha comprato questo. Non avevi mai posseduto una cosa del genere
prima di oggi, vero, Boris?
- Non montargli la testa, - dissi da dietro il giornale. -  solo un vecchio manuale.
- Pap  stato proprio bravo, vero?
Senza farmi vedere, diedi un'altra occhiata. Sophie aveva lasciato che Boris prendesse il libro, e
il bambino si era inginocchiato sul pavimento per esaminarlo.
- Fantastico, - mormor, sfogliandolo. - Questo libro  davvero fantastico -. Poi si sofferm a
guardare una pagina. - Ti insegna a fare tutto.
Mentre Boris riprendeva a girare le pagine, il libro gemette e si spacc in due. Boris continu a
sfogliarlo come se non fosse successo nulla. Vedendo la reazione del figlio, Sophie, che aveva
accennato a chinarsi, si ferm e raddrizz il busto.
- Ti insegna tutto, - disse Boris. -  proprio un bel libro.
Ebbi la netta impressione che stesse cercando di parlare con me. Continuai a leggere, e qualche
secondo pi tardi sentii Sophie che diceva sottovoce: - Vado a prendere lo scotch. Vedrai che sar
sufficiente.
Sophie usc dalla stanza. Senza interrompere la lettura, vidi con la coda dell'occhio che Boris
stava ancora girando le pagine.
Dopo un po' il bambino alz gli occhi verso di me e disse: - Esiste una spazzola speciale per
mettere la tappezzeria.
Continuai a leggere. Dopo un po' Sophie torn in salotto.
- Strano, non riesco a trovare lo scotch da nessuna parte, borbott.
- Questo libro  fantastico, - le disse Boris. - Ti insegna a fare tutto.
- Strano. Forse l'abbiamo finito -. Sophie spar di nuovo in cucina.
Ricordavo vagamente che dovevano esserci diversi rotoli di nastro adesivo nello stesso armadio
dei giochi di societ, in uno dei cassettini in basso a destra. Ebbi la tentazione di posare il giornale e di
andare a frugare, ma proprio in quel momento Sophie torn nella stanza.
- Poco male, - disse. - Domani mattina compro il nastro adesivo e aggiustiamo il libro. Adesso
vieni, Boris, cominciamo questa partita, altrimenti non riusciamo a finirla prima di andare a letto.
Boris non rispose. Sentivo che stava ancora sfogliando il libro sul tappeto.
- Be', se non hai intenzione di giocare, - disse Sophie, comincio da sola.
Mi giunse il suono di un dado scosso in un bicchierino e, mentre continuavo a leggere il mio
giornale, non potei fare a meno di provare un po' di pena per Sophie al pensiero di come si era messa la
serata. D'altronde, non poteva illudersi di creare un simile scompiglio senza che poi dovessimo pagarne
lo scotto.
Tra l'altro, non si era nemmeno sprecata a cucinare. Per esempio, non aveva pensato di fare i
triangolini di pane tostato con le sardine, n gli spiedini di formaggio e salsiccia. Non aveva preparato
frittatine di alcun genere, n le patate ripiene di formaggio, n il tortino di pesce. E mancavano anche i
peperoni ripieni. Per non parlare dei cubetti di pane con la pasta d'acciughe, o delle fettine di cetriolo
tagliate per lungo, o dei dischi di uovo sodo con i margini dentellati. E come dolce non aveva fatto n il
plum-cake, n i biscottini di pastafrolla, e neppure una rolata svizzera alla fragola.
A poco a poco mi resi conto che Sophie stava scuotendo il dado da un'eternit. In realt, da
quando aveva cominciato, il rumore era cambiato. Adesso Sophie sembrava scuotere il dado in maniera
lenta e fiacca, come al ritmo di una melodia che le stava passando per la testa. Abbassai il giornale
vagamente allarmato.
Sophie era per terra, appoggiata a un braccio teso, in una posizione tale per cui i capelli le
spiovevano davanti alle spalle nascondendole il volto. Era completamente assorta nel gioco, e a causa
del busto stranamente sbilanciato in avanti, sembrava protesa sul tabellone. L'intero suo corpo si
dondolava piano piano. Boris la guardava imbronciato, passando la mano sulla spaccatura del libro.
Sophie continu a scuotere il dado per altri trenta o quaranta secondi, poi lo fece finalmente
rotolare davanti a s. Dopo averlo studiato con aria sognante, mosse alcuni pezzi sul tabellone, poi
ricominci a scuotere il bicchierino. Sentii il pericolo nell'aria e decisi che era giunto il momento di
prendere in pugno la situazione. Gettando via il giornale, battei le mani con uno schiocco e mi alzai in
piedi.
- Io devo tornare in albergo, - annunciai. - E a voi due consiglio caldamente di andare a letto. La
giornata  stata lunga per tutti.
Mentre mi dirigevo verso l'ingresso, notai di sfuggita l'espressione meravigliata di Sophie, che
un attimo dopo mi corse dietro.
- Te ne vai gi? Sei sicuro di avere mangiato abbastanza?
- Scusami, so che hai lavorato come una matta per preparare la cena. Ma si  fatto tardi, e
domani mi attende una mattina piena di impegni.
Sophie sospir avvilita. - Mi spiace, - disse alla fine. - Non  stata gran che come serata. Mi
spiace.
- Non crucciarti. Non  colpa tua. Siamo tutti molto stanchi.
Adesso devo proprio andare.
Sophie, scura in volto, mi apr la porta, dicendo che mi avrebbe chiamato in mattinata.
Vagai parecchi minuti per le vie deserte, cercando di ricordarmi come si facesse a tornare in
albergo. Finalmente sbucai in una strada che mi era familiare e cominciai a trovare piacevole la pace
della notte e la possibilit di restare solo con i miei pensieri e con il suono dei miei passi. Presto, per,
provai di nuovo un certo rimpianto per il modo in cui si era conclusa la serata. D'altronde, non potevo
dimenticare che Sophie, oltre a tutto il resto, era riuscita a buttarmi all'aria un programma studiato con
ogni cura. Tanto che alla fine del secondo giorno in questa citt avevo ancora una conoscenza
estremamente superficiale della crisi su cui avrei dovuto dare il mio parere. Ricordai che quella mattina
mi era stato persino impedito di presentarmi all'appuntamento con la Contessa e il sindaco, durante il
quale avrei avuto finalmente modo di ascoltare un po' di musica di Brodsky. Certo, c'era tutto il tempo
per rimediare; mi aspettavano ancora parecchi importanti impegni - come l'incontro con il Gruppo di
Mutuo Soccorso dei Cittadini - che mi avrebbero sicuramente fornito un quadro molto pi completo
della situazione. Non si poteva per negare che ero stato sottoposto a notevoli pressioni, e Sophie non
poteva lamentarsi se avevo finito la giornata con i nervi non del tutto distesi.
Immerso in questi pensieri, attraversai un ponte di pietra.
Quando mi fermai a guardare l'acqua e la fila di lampioni lungo il canale, mi venne in mente
che avevo ancora la possibilit di accettare l'invito della signorina Collins, che mi aveva lasciato
intendere di essere nella posizione ideale per aiutarmi. Visto che il tempo stringeva, pensai che una
bella chiacchierata con lei avrebbe potuto sveltire le cose, fornendomi quasi tutte le informazioni che
per colpa di Sophie non ero ancora riuscito a raccogliere. Ripensai al salotto della signorina Collins,
alle tende di velluto e ai mobili sgangherati, e mi venne improvvisamente voglia di essere l in quel
momento. Ripresi a camminare, oltrepassai il ponte e mi infilai in una strada buia, deciso a farle visita
la mattina dopo alla prima occasione.
...
FINE.